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Buenos Aires o Milano? Parla un’ “argentina” expat in Italia

Ciao Gabi, grazie per questa intervista che ci aiuterà a comprendere il punto di vista di una donna argentina trasferitasi in Italia. Che background ti sei costruita in Argentina e come è accaduto che ti sei trovata a migrare in Italia 

buenos-aires-milano-argentinaHo studiato lingue in Argentina, sono insegnante di lingua inglese e traduttrice giurata d’inglese e italiano. A Buenos Aires insegnavo inglese e italiano all’università. Sono arrivata in Italia per la prima volta nel 2001, in un viaggio alla scoperta delle radici della famiglia. Durante quel viaggio girai praticamente tutta la penisola e durante l’ultimo mese diverse situazioni mi fecero riflettere sul fatto che avrei abbandonato definitivamente l’Argentina per trovare una nuova vita in Italia. Molte cose del mio paese non mi andavano più a genio, il mio lavoro come docente in primis mi aveva stancata molto. In una di queste avventure al nord dell’Italia, trovai chi è ancora oggi il mio compagno. Ritornai in Argentina e mi informai sulle possibilità che avevo per poter ottenere un permesso di soggiorno. Nonostante venissi da una famiglia di origini italianissime, l’idea di passare mesi a lottare con delle pratiche burocratiche per fare la doppia cittadinanza di faceva ribrezzo.  La scelta più semplice fu iscrivermi all’università e ottenere un permesso di soggiorno per studio. Sei mesi più tardi ero una studentessa dell’Università degli Studi di Milano e mi ero trasferita in Lombardia.

Come è stato abbandonare l’Argentina, cosa ti manca di più che in Italia è assente.

buenos-aires-milano-argentinaBisogna dire che il caso ha voluto che abbandonassi l’Argentina in un momento critico del mio paese, in piena crisi politica ed economica. Questo mi ha portato a ricevere molte critiche dai miei connazionali, specie perché mi sono sempre considerata un animale politico. Non solo: un animale politico passionale. Ed è stato davvero duro provare la sensazione che stavo lasicando il mio paese in uno dei momenti più critici della sua storia. Per molti la mia scelta fu considerata una via di fuga dal caos, ed in un angolo del mio cuore sentii davvero che ero cacciata da casa mia. La situazione di insicurezza era diventata insostenibile, si succedevano i governi e le dimostrazioni violente in piazze, le famose pentolate. Ricordo ancora oggi che durante le ultime settimane vivevo con la paura di non riuscire ad arrivare in aeroporto.  Fu un periodo angosciante e lo vivevo con tristezza, perché abbandonavo tutto, mi sentivo fiduciosa, ma anche codarda, era un mix di emozioni tale che mi fecce arrivare in Italia con uno stato di stress e di confusione molto forte.

buenos-aires-milano-argentinaMi ci volle parecchio per adeguarmi e per stabilizzarmi mentalmente ad un nuovo continente ed ad un nuovo stile di vita che, nonostante l’avessi idealizzato, sentivo comunque lontano e che non mi apparteneva. Abitando inoltre in periferia rispetto a Milano, mi è mancata  la vita cittadina e la vita notturna. I primi anni senza un mezzo di trasporto personale  sono stati un incubo. La mancanza e la scarsa frequenza degli autobus, di metropolitane, l’ esigua accessibilità dei taxi sono fattori  che mi portarono a rinchiudermi ancora di più in casa. Andavo in università, insegnavo inglese…e non facevo molto altro. Magari il sabato andavo a fare il solito giro del mercatino del paese, ma non molto di più. I compagni dell’università, per lo più molto più giovani di me,  avevano decisamente interessi diversi. In Argentina è molto comune trovarsi in classi abbastanza eterogenee dove i tuoi compagni sono persone di tutte le età, dal ventenne al sessantenne. Invece io, a 27 anni, in Italia ero una vecchia! Fare amicizie fu complesso, non impossibile, ma era chiaro che erano amicizie scolastiche, fuori dall’aula ognuno aveva un suo mondo e non si condivideva. Le feste natalizie, dove tutti andavano a sciare e  a fare shopping, erano un altro incubo, le trovavo (e le trovo ancora) prive di gioia, piene di uno spirito prevalentemente commerciale, dove conta solo quanto si mangia, dove si cena, cosa si regala, quanti regali si fanno e si ricevono. E il mangiare, sì, sarà una cosa super banale, ma specie in inverno lo trovo ancora noioso. D’estate in Italia mangio benissimo, ma d’inverno mi manca la carne argentina.

Raccontaci qualcosa dell’Argentina 

La scelta di attività culturali in Argentina è davvero ampia ma anche capillare, a differenza dell’Italia dove è necessario potersi spostare per partecipare ad eventi e manifestazioni. A me è successo di dover rinunciare all’inizio perché ero impossibilitata a muovermi, poi non ho partecipato per abitudine ed infine, con il tempo, per pigrizia. In Argentina non sarebbe successo perché ovunque vengono organizzati eventi e le opportunità sono sempre accessibili, sia per logistica  che economicamente.

Per quanto riguarda il carattere della mia popolazione, non nego che il carattere dell’argentino è difficile, e io sono il primo esempio, siamo orgogliosi, spesso ci diamo delle arie e crediamo di essere il meglio dell’America latina. Non ne vado fiera. Ma oggi faccio un lavoro che mi permette di viaggiare molto ed è anche una benedizione riconoscere che all’estero siamo spesso ben voluti, nonostante i nostri difetti.  Per quanto riguarda gli immigrati in Argentina, il mio paese è una terra con una forte storia di immigrazione, ha ricevuto per anni persone da tutti gli angoli del mondo, ho tre nonni italiani e una spagnola. E a scuola, per esempio, tutti eravamo nipoti di italiani, turchi, arabi, spagnoli, tedeschi, ebrei. La nostra identità è una identità di accoglienza e di apertura verso il diverso. L’essere cresciuta in un mondo così mi rende sempre più difficile accettare certi atteggiamenti e discorsi che oggi osservo nella società italiana. I mie nonni italiani sono stati ben accettati nella mia terra, e sono morti parlando dialetto calabrese. Io molte volte sono stata guardata diversamente perché non riesco a pronunciare “v” e “b”. E’ un argomento che preferisco evitare.   

Anni fa conobbi un argentino che definiva noi “italiani” suoi hermanos…Cosa  pensi di questa affermazione?

Penso che sia una fallacia grande come una casa. Semmai siamo cugini di terzo grado, e più
passa il tempo, più le differenze si fanno evidenti. E’ una bellissima leggenda urbana, è una patina dorata, superficiale, se gratti un poco sulla superficie, la vernice salta via e siamo davvero diversi. Lo stereotipo dell’Argentino fannullone, che si crede meglio di quanto non sia è molto vero, purtroppo. Ma ho trovato, per mia tremenda delusione, che tutte le belle cose che mi raccontavano i nonni della bell’Italia e dell’italianità erano solo racconti, memorie, ideali di persone a cui manca la loro terra. Purtroppo non mi sono mai sentita a casa mia. E lo dico con il cuore pesante, ho due figli italiani, un compagno italiano e una carta d’identità italiana. Ma non riesco a sentirmi a casa.

Che paese è l’Italia vista con i tuoi occhi? 

buenos-aires-milano-argentinaE’ un paese pieno di meraviglie che non le sa sfruttare. Un paese che potrebbe offrire tanto a chi la ama, ma non si  rende conto che è amata. Spesso all’estero mi sento dire Ahh! L’Italia, ma che bella! ma sento anche Ah… ma gli italiani appena possono ti fregano! Se l’italiano riuscisse a rendersene conto del gioiello che ha per mano, e lo sfruttassi senza per quello pensare sempre ai secondi scopi, a fregare l’altro, a fregare qualcuno, a salvare sé stesso… Questo potrebbe essere un paese fantastico in tutti i sensi, non so se non vuole esserlo, o se sono tutti talmente stanchi che non credono più che valgabuenos-aires-milano-argentina la pena di provarci.

Qual è il risultato di un’analisi costi-benefici di una persona di nazionalità argentina che viene a vivere in Italia?

Tempo fa poteva essere vantaggioso, potevi riuscire a vivere in modo degno. Oggi credo che l’Italia abbia ben poco da offrire. Noi, per esempio, a giugno lasciamo il paese. Non andiamo in Argentina, ma di certo questo paese non ha più niente da offrirci e neanche noi siamo in grado di offrire niente all’Italia. Avendo due bambini piccoli, l’educazione è fra le nostre priorità, e la scuola italiana mi ha delusa profondamente, tanto che uno dei miei figli sta già facendo un percorso di homeschooling. Trovo che il sistema sia mediocre e si tenda ad andare sempre peggio, che si presti attenzione a cose di poco conto come indossare un certo tipo di abbigliamento, usare un certo tipo di zaino o scrivere in corsivo o stampatello, piuttosto che guardare a cosa si scrive. Mio figlio più grande ha avuto  maestri dalla mentalità vecchia, stanchi di insegnare, in una scuola dove chi ha voglia di imparare viene catalogato come strano. Se accade che un bambino, anziché interessarsi al calcio si appassiona a delle letture stimolanti, alle religioni diverse, alla storia ed ai viaggi, ecco che quel bambino non viene premiato ed anzi, rischia che i suoi voti scolastici vadano al ribasso. E questo solo perché magari, anziché leggere Pinocchio,  quel bambino legge Borges…  

Il nostro percorso italiano ha raggiunto la sua fine, ed è un bene per tutti che sia così.

Consiglieresti a noi italiani un trasferimento in Argentina? Quali opportunità professionali o di creazione di impresa sono le più indicate?

No, l’Argentina in questo momento sta passandoun periodo di riassestamento profondo dopo dodici anni di crisi istituzionale e politica.  Penso che un italiano si sentirebbe perso, non protetto. Gli mancherebbero molte comodità. Lo vedo abbastanza impossibile.

Le donne argentine: quanto sono simile a quelle italiane e in cosa si differenziano?

Sono simili in quando a femminilità, interesse per la moda, per queste cose un po’ banali che a tutte le donne piacciono un po’ ogni tanto. Però credo che in Italia sia esaltata la cosa. Ricordo che all’inizio mi colpiva molto vedere nei supermercati il modo in cui vestivano le donne italiane per fare la spesa. Lo trovavo esagerato nella cura…  Oltre a questo fatto un po’ mondano, per quanto riguarda cose un po’ più profonde come intraprendenza e autonomia, siamo simili: molto lavoratrici, intraprendenti e grandi mamme.

L’Argentina è un paese emancipato per noi donne?

Sì, e molto. Questo è un aspetto molto positivo per la donna argentina.

Sapresti indicare un esempio di donna argentina che si è distinta per qualche sua attività o  impegno. Parlaci di lei e di cosa potremmo imparare dal suo esempio

Posso parlarvi brevemente di Gabriela Michetti https://es.wikipedia.org/wiki/Gabriela_Michetti, una donna di origine italiane (per metà Marchigiane e per metà Lombarde) che nonostante le difficoltà con cui ha dovuto convivere nella sua vita (convive con una malattia che l’ ha confinata su una sedia a rotelle), è riuscita a portare avanti un progetto di lavoro, di politica integrativa ed oggi è di esempio per tutte le donne argentine sul fatto che un handicap non sia di ostacolo a nulla. Lavora da sempre in politica, fu  prima vice sindaco della città di Buenos Aires, anche deputata,  e oggi è diventata vice presidente della Repubblica.

Consigliaci una lettura, un libro, per poter conoscere l’anima del tuo paese

Per conoscere l’anima del mio paese vi potrei consigliare tanti libri, qualsiasi poema di Borges, non vi perdete La poesia dei doni , qualsiasi romanzo di Cortázar come  per esempio Il Gioco del Mondo, titolo originale Rayuela; qualsiasi storia di Ernesto Sábato , per esempio Il Tunnel.

Scelgo il mio preferito: L’Artefice di Jorge Luis Borges, https://it.wikipedia.org/wiki/L%27artefice  un libro di racconti brevi che racchiude l’essenza di Buenos Aires, perché, come diciamo noi porteños, una cosa è essere nati in Argentina, e cosa molto diversa è essere nati a Buenos Aires.

 

 

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La città delle mille opportunità

Il primo anno da expat è stato un anno intenso, senza tregue, senza pause, senza il tempo di prendere il fiato. A settembre 2014 mi sono trasferita a Berlino da neolaureata in Architettura con il mio ragazzo, Andrea, architetto anche lui. Trovare lavoro è stato impegnativo, ma ce l’abbiamo fatta, dopo tre mesi lui è passato a tempo indeterminato, dopo 6 mesi a me hanno offerto un contratto di un anno. Nel frattempo abbiamo organizzato un viaggio in Namibia, che è stato burocraticamente piuttosto impegnativo, ma che a maggio ci ha regalato immagini, ricordi ed emozioni che ci accompagneranno per tutta la vita e che ci hanno aiutato a superare tanti altri momenti difficili. Tornati dal viaggio la notizia che avremmo dovuto lasciare la nostra casa nel giro di un anno, ma andava bene, c’era tempo. Intanto continuavamo a lavorare tanto, tantissimo, a fare un’infinità di straordinari, notti e weekend al lavoro, e i mesi passavano senza che ce ne accorgessimo, complici anche le molte visite estive di parenti e amici, che ci trasportavano con la mente in altri posti, come se fossimo in vacanza anche noi, come se non vivessimo davvero qui. A fine luglio il padrone di casa cambia idea, abbiamo due mesi di tempo per lasciare la casa, panico, ma ce l’abbiamo fatta, e il 30 agosto abbiamo traslocato nel nostro nuovo e bellissimo nido. E qui, finalmente, un enorme sospiro di sollievo, tutto sembra essere al suo posto, troviamo la pace e la tranquillità che non abbiamo conosciuto per quasi un anno intero. Settembre e ottobre sono stati due mesi meravigliosi, climaticamente ed emotivamente, ci siamo goduti la città e il bellissimo Brandeburgo in cui Berlino è immersa con gite domenicali e infinite passeggiate, invitando per la prima volta i primi amici berlinesi a casa nostra, e sentendo per la prima volta questa immensa città davvero come casa.

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Io però, che tanto normale non devo essere, proprio in questo periodo ho preso una decisione importante, quella di cambiare lavoro, e di dedicarmi alla visualizzazione architettonica (o computer grafica).

Ho lavorato per più di un anno come architetto del paesaggio in uno studio molto conosciuto e rinomato, ho imparato moltissimo e sono cresciuta ancora di più, ma non ero soddisfatta. Ho fatto fatica ad ambientarmi ed integrarmi, ma alla fine ce l’ho fatta, e i miei colleghi sono diventati anche amici, mi sono lasciata andare con la lingua e tutto è stato più facile, ma ormai la decisione era presa, volevo cambiare, e non sarei tornata indietro.

E quindi ho iniziato come un anno prima a mandare curriculum, ho aggiornato il mio portfolio, sonoopportunita-mille-citta tornata a sussultare a ogni mail ricevuta sperando fosse qualche studio che avevo contattato. Berlino è una città che può dare veramente infinite opportunità e possibilità, ma comunque nessuno regala niente, e i lavori non cadono dal cielo nemmeno qui. Dopo qualche settimana e molti no ricevuti, sono arrivate due mail, due studi mi invitavano per un colloquio. Che emozione, di nuovo l’agitazione come un anno prima, le farfalle nello stomaco, le prove d’abito, solo che questa volta dopo i colloqui dovevo andare nel mio ufficio, e rimettermi al lavoro come niente fosse. Naturalmente il mio team e i miei colleghi più stretti sapevano quali erano le mie intenzioni, mi fido di loro e ci tenevo che sapessero.

Entrambi i colloqui sembravano andati davvero bene, in uno però l’offerta non era così allettante, considerando che stavo lasciando un lavoro sicuro e un buono stipendio, l’altro ufficio invece mi disse di aspettare, che ci voleva tempo per prendere una decisione. E io ho aspettato, una, due, tre settimane, dopo un mese quella risposta è arrivata, mi offrivano il lavoro!! Nemmeno il tempo di riprendermi dallo shock della notizia, che via mail mi arriva la proposta di contratto : era a tempo indeterminato!!! Che infinita soddisfazione.

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Appena avuto conferma ho comunicato al mio capo che me ne sarei andata a gennaio, non è stato facile, visto che lui rimane davvero un buon capo, e che si è dimostrato sinceramente dispiaciuto, ma ha capito e mi ha augurato buona fortuna. Era un lunedì, e avevo ancora così tante ore di straordinari accumulati, che il venerdì stesso è stato il mio ultimo giorno in ufficio. Ho salutato tutti con grande affetto, il giovedì sera siamo usciti con alcuni colleghi per festeggiare, il venerdì ho preparato un enorme tiramisù per ringraziare. Quando stavo ormai impacchettando le poche cose che avevo in ufficio, uno dei capi e la mia team leader hanno riunito tutti i colleghi e cogliendomi davvero di sorpresa mi hanno consegnato un bellissimo regalo ma soprattutto si sono presi del tempo per spendere per me parole che non mi sarei aspettata, che mi hanno commossa fino a farmi piangere come una bambina : ancora un volta i tedeschi hanno saputo stupirmi per la loro infinita gentilezza e profonda lealtà.

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Chiudere quel capitolo non è stato facile, ma mi lascia dentro un’esperienza intensa che mi ha insegnato tanto, non solo dal punto di vista lavorativo, ma soprattutto umano. Adesso sono pronta ad affrontare questa nuova avventura che mi aspetta da gennaio, e non vedo l’ora di crescere ancora, incontrare nuove persone e imparare. Prima però mi aspetta l’Italia, per delle lunghissime vacanze natalizie in famiglia, con gli amici di sempre e tanto tanto cibo! 😉

Auguro a tutti voi un bellissimo Natale, e vi auguro, ovunque voi siate, di passarlo con le persone che amate, io farò così, e non vedo l’ora!

Un abbraccio da Berlino,

 

 

Espatrio ed amici

Ci ho messo una vita intera a scegliere con cura gli amici di cui circondarmi. Ho scelto, calibrato, scartato, soppesato, ripescato amici di vecchia data e sono arrivata a 35 anni soddisfatta delle persone di cui mi ero circondata. Quelli con cui passare una serata divertente, quelli con cui condividere gli stessi interessi, quelli con cui parlare di libri cinema e teatro, quelli con cui andare in giro per locali, quelli con cui ridere a crepapelle, quelli a cui confidare i più intimi segreti, quelli che hanno visto il meglio di me e soprattutto quelli che hanno visto il peggio e nonostante tutto sono rimasti al mio fianco senza giudicare.image

Un bel giorno ho deciso di andarmene e mettere migliaia di chilometri tra me e loro. Prima di partire ho voluto incontrarli uno ad uno per salutarli a modo mio, cioè piangendo come una fontana. Ci siamo scambiati con tutti mille promesse di sentirci ogni giorno e cercare di vederci più spesso possibile. All’inizio i contatti sono rimasti frequenti poi, causa impegni di ognuno, sono andati via via scemando. La cosa più strana è che sia io che Maurizio siamo rimasti nei malefici gruppi di Whatsapp dove solitamente si organizzano le serate in compagnia. Inutile rispondere che non potevamo partecipare alla sagra della polenta taragna o del tortellino quindi abbiamo iniziato a seguire le vite dei nostri amici da lontano, senza intervenire più. Le loro vite ovviamente sono andate avanti come prima, stesse abitudini, stessi problemi stesse feste e compleanni, noi siamo stati semplicemente posizionati in un angolino. Mai nessuno (ovviamente c’è un pugnetto di eccezioni) che sia uscito dalla chat maledetta per chiederci di noi. Chissà, nella loro testa siamo qui a divertirci come matti e andare tutti i giorni al mare quindi secondo loro stiamo bene e basta. A nessuno (tranne quei due o tre di cui sopra) è mai venuto in mente di chiederci se per caso la nostra nuova attività stia lavorando, se arriviamo alla fine del mese, se andiamo d’accordo, se ci siamo fatti nuovi amici.  Ad un certo punto mi sono anche enormemente risentita con loro. Può essere – pensavo – che vai tre settimane a New York o in Thailandia e non trovi il tempo per un weekend in Marocco che è a sole tre ore di volo? Può essere che fino all’anno scorso ci vedevamo ogni weekend e ora fai fatica a mandarmi un messaggio? So di non essere l’unica ad avere attraversato momenti come questo: chi parte, ho scoperto, si sente un po’ abbandonato e solo.
Passato il periodo più difficile, dove nel frattempo ci siamo fatti nuovi amici anche qui – e non è stato per niente facile visto che la maggioranza degli abitanti “papabili” di Essaouira è francese e come ben sapete i francesi sono simpatici come un dito in un occhio – siamo rientrati a casa per la prima volta. Ovviamente io ho pensato bene di annunciare il mio ritorno con largo anticipo a tutti ed il risultato è stato una lista lunghissima di richieste di cose da portare in Italia: olio di argan, scarpine di cuoio, berretti in lana, djellaba (il vestito tipico marocchino), spezie, pantaloni, tajine, vasellame tipico e altro. Siamo rientrati con valigia piena e portafogli vuoti. In Italia per cercare di vedere gli amici senza trascurare la famiglia ed andare incontro alle loro esigenze: orari, impegni, turni di lavoro, figli malati, ciclo mestruale, liti col fidanzato, riunioni di condominio e chi più ne ha più ne metta, mi sono dovuta organizzare al centesimo di secondo. A fine settimana non vedevo l’ora di tornare a lavorare. Tornati qui è ricominciato tutto come prima. Telefonate e messaggi sporadici e foto della sagra del cotechino sulla chat.
Dopo sei lunghi mesi di permanenza qui, dove ho iniziato davvero a sentire molto la mancanza dei miei amici, con punte altissime di malinconia, nervosismo, intolleranza ai massimi termini verso tutto e tutti una sera, qualche settimana fa, mi piombano a sorpresa sotto casa Alessandra ed Elena, le mie più care amiche da più di vent’anni. image
Nel momento in cui ne avevo più bisogno e non avevo il coraggio di dirglielo loro sono arrivate direttamente da me, come solo le vere amiche sanno fare. Inutile dire che ci siamo guardate in faccia e abbiamo pianto tutte e tre.
La cosa più bella oltre a poterle stritolare di abbracci, è stato poter mostrare loro come vivo qui. La mia giornata tipo, la quotidianità con Maurizio, la mia casa, il mio gatto, il nostro locale, i nostri nuovi amici, la città con le sue viuzze, gli odori, il colore del cielo che a parole è indescrivibile, il mare e la gente. Siamo andate nel luogo più bello della città, la Skala (i vecchi bastioni portoghesi) a guardare il tramonto e lì hanno capito perché abbiamo deciso di venire qui, in quel momento hanno respirato anche loro la magia di Essaouira. Si sono immerse per tre giorni nella mia nuova vita e hanno vissuto le mie stesse emozioni. Hanno capito che qui sto bene , hanno apprezzato la mia scelta, hanno mangiato e bevuto nel mio locale che gli è piaciuto moltissimo, hanno respirato la serenità e il benessere che ci sono tra me e Mauri e in casa nostra, hanno conosciuto Simona, la mia più cara amica qui e hanno capito che sono in buone mani.

È stato fantastico averle attorno anche solo per poco perché le persone importanti vuoi che ti capiscano quando parli della tua vita e spesso le parole non bastano per raccontare le emozioni e le atmosfere di un luogo. Anche per loro è stato importante perché vedersi a Parma davanti ad una bottiglia di lambrusco e dire che stai bene a volte non è abbastanza, forse non ti credono fino in fondo ma poi vengono qui e capiscono che stai bene davvero e sono felici per te. Le amiche ci sono sempre, indipendentemente dal fatto che si fiondino su un aereo per farti una sorpresa, ci sono in un angolo, a volte in silenzio, a volte aspettano solo di vedere nei tuoi occhi per sapere come stai.

La famiglia che non c’è

C’è un vecchio proverbio africano che dice che “per crescere un bambino serve un intero villaggio”.

Ed è esattamente così, nessuno meglio di una mamma expat può saperlo.  Ormai è cosa molto comune vivere in microfamiglie, pochi hanno al fortuna di godere di una vera famiglia allargata anche quando vivono in Italia. La vita oggi è molto diversa da quella dei nostri nonni che crescevano in clan numerosi. Lì trovavano lo scontro con il fratello maggiore ma anche il consiglio del cugino, l’abbraccio della mamma e quello delle nonne, l’esperienza del padre ma anche quella dello zio, le storie fantastiche e la pazienza dei nonni. Erano maestri per i più piccoli e alunni dei membri più adulti, vivevano in una rete intricata e resistente di sentimenti che li sosteneva fisicamente e psicologicamente per tutta la vita.
In questi ultimi mesi lontano da casa con mio marito ed i mie bimbi prossimi a compiere 7 anni ho osservato attentamente la loro crescita, e la mia anche, e non ho potuto fare a meno ci percepire la grande solitudine che ci circonda e contro al quale tutti e quattro sin da principio abbiamo iniziato a lottare. Abbiamo riempito il vuoto con nuove forti amicizie, abbiamo coltivato al meglio delle nostre possibilità i legami con gli amici lontani, abbiamo insegnato ai nostri genitori ad usare le ultime tecnologie per sentirci più vicini ma la solitudine c’è e si fa sentire. Questa estate avere i miei suoceri con noi ci ha fatto tirare un gran sospiro di sollievo. Che liberazione condividere le fatiche della casa, della famiglia, della quotidianità con persone che ti vogliono bene. Come è importante che i tuoi figli abbiano al possibilità di fare una domanda o di chiedere aiuto non solo a te. Che ricchezza per loro godere del calore e della conoscenza di altre persone della famiglia. Quando sono partiti abbiamo capito cosa ci era mancato finora e quasi non ce ne eravamo resi conto. Non avevamo saputo classificare il malessere della mancanza.
Qualche tempo dopo è venuto un mio caro cugino a trovarci ed i miei bambini (che lo vedevano per la seconda volta in vita loro) ci si sono cosi’ affezionati moltissimo in due settimane. Tanto che la sera della sua partenza abbiamo dovuto asciugare qualche lacrima.
A settembre la scuola mi ha mandato a casa un modulo. Il titolo era: ”In case of emergency”. Occorreva designare 6 adulti in grado di prendersi cura dei nostri bambini in caso di calamità naturale ove io e mio marito non avessimo potuto. Alla voce “Relatives” (parenti) non avevo nessuno da mettere. Alla voce “Relatives outside British Columbia” (fuori dalla nostra provincia)…non avevo nessuno da mettere. Ho segnalato sei amici, lasciando vuoti quegli spazi dedicati ai consanguinei. Quando ho consegnato il modulo e la segretaria mi ha detto: “allora se vi succede qualcosa chi si prende la responsabilità dei bambini?” Ho risposto laconicamente, “i miei amici”. Dentro di me mi son sentita morire. Ho pensato: cavolo, quindi è questa la sensazione di vuoto nello stomaco a non avere una famiglia? Eppure io no sono mai stata una particolarmente attaccata, anzi! A 18 anni via di corsa da casa, da una vita che mi sembrava limitata e  stretta.  Sono sempre stata molto indipendente, molto fiera di esserlo.
Ma in quel momento, realizzando ad alta voce il dato di fatto di non avere nessun familiare qui con me,  mi è piombata addosso la certezza di non potermi appoggiare a nessuno ed è stata una vertigine di paura, non per me, ma per i miei bambini.
Da allora con una consapevolezza molto maggiore ho lavorato sodo per non far sentire questa mancanza, questa sensazione, ai miei figli. Ma la sentono… la sentono dall’inizio senza sapere cosa sia. Lo so perché hanno iniziato ormai da un po’ a costruire intorno a noi con le loro piccole manine e i loro grandi cuori un’altra famiglia fatta di amici che hanno scelto anche per noi. Così ci sono Costanza e Stefano che ai loro occhi sono come degli zii giovani giovani, che invitiamo a casa o al nostro onomastico perché ci piace stare con loro, disegnare per loro, giocare ai videogiochi con loro. Poi ci sono Milo e Lane che potrebbero essere Nonnodei cuginetti, che vediamo tutti i giorni e non c’è pomeriggio che non si cerchi di portarseli a casa o di andare a casa loro.
Poi ci sono Francesca e Nicola con i loro bambini piccoli con cui passiamo tutte le feste, dalla Pasqua al Canada Day e sembrano perfetti per mamma e papà come un fratello e una sorella.
Questi bimbi, dall’altro capo del mondo rispetto ai loro relatives hanno solo noi e lo sanno.  Eppure avrebbero bisogno di tanti cuori, menti e mani diverse a sostenerli. Che grande responsabilità l’averli portati qui, che fortuna, in ogni caso, aver trovato una comunità così accogliente ed inclusiva, avere accanto questi amici che somigliano sempre di più ad una vera, bella e grande famiglia.

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Tip Yogico #2 Gli undici minuti di sonno yogico

Gli 11 minuti di micro-sonno yogico sono la via, la verità, la vita.
How to do: quando senti che sei troppo attivo ma poco lucido (ansia, stanchezza, irritazione) punti la sveglia.

SOLO 11  MINUTI ESATTI. Ti stendi, spegni tutto, ma proprio tutto. Ad un certo punto si spegne anche il cervello, cadi sospeso da qualche parte, e un attimo prima che suoni la sveglia vedrai che ti tiri su (metti le mani sugli occhi, apri un po’ le dita per far entrare piano la luce, ruoti polsi e caviglie, ti rotoli sulla schiena) e sei freschissimo.

Peccato che secondo me alle 24 ore ne mancherebbero almeno altre 12 per finire tutto quello che devo fare, ma va bene, se i grandi capi hanno deciso che ne bastano 24, mi accontento.

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Dal Brasile all’Italia: l’espatrio di Rafaela

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Ciao Rafaela, grazie per essere con noi e per aver accettato di parlarci del tuo espatrio in Italia.

Vuoi raccontarci quando e come sei arrivata nel nostro paese ?

Sono arrivata in Italia a fine 2004. Mi sono sposata con un italiano. Un toscano. Io e mio ex il mio marito (ci siamo separati nel 2008), ci siamo conosciuti a Natal/RN nel 1998. Eravamo entrambi in vacanza là, io abitavo all’interno dello stato. Siamo stati insieme una settimana, poi ci siamo separati per motivi ovvi: era finita la vacanza per entrambi. L’anno dopo, abitavo già a Sao Paolo, abbiamo fissato le vacanze insieme e ci siamo ritrovati a Natal. Eravamo entrambi troppo giovani e non era il momento, quindi ci siamo lasciati di nuovo. Nel 2002, attivando  Messenger, ci siamo “incrociati” di nuovo  ed allora ci siamo messi insieme sul serio. Nel frattempo  avevo avuto un bambino da un altro uomo ma non ha costituito un problema per mio marito. Lui però non voleva venire a vivere in Brasile e io non avrei mai lasciato  mio figlio per andare in Italia. Abbiamo avuto un momento di difficoltà nel prendere la nostra decisione di restare insieme, che però si è risolto quando sono riuscita a mettermi d’accordo con il padre di mio figlio.  Dopodiché  ci siamo trasferiti in Italia.

Tu di quale parte del Brasile sei originaria? Cosa ti manca di più? E di meno?

Sono nata in Amazzonia, ma sono cresciuta al nordest con la mia famiglia materna. Mi manca la mia famiglia, mi manca l’allegria ed il sole. E mi manca la povertà che c’è in Brasile. Sembra assurdo, ma la povertà ti rende più umano, perché quotidianamente hai l’opportunità di aiutare qualcuno che ha un bisogno vero. La povertà ti rende più felice, perché ti permette di vedere tutto ciò che hai. In Italia, con tutto il benessere che c’è, spesso le persone tendono a concentrare la loro attenzione su ciò  che gli altri posseggono e che  che a loro manca: questo è deprimente. In Brasile succede l’esatto contrario. La criminalità brasiliana invece non mi manca, per niente.

italia-brasile-saudade-rafaelaCome sono gli uomini italiani rispetto ai brasiliani?

Sinceramente non ho avuto molta esperienza con uomini brasiliani….di storie serie ne ho avuto tre in vita mia, il padre di mio figlio che è peruviano, il mio ex marito italiano e il mio attuale compagno, sempre italiano. Quindi potrete  capire la mia scarsa capacità di valutare gli uomini brasiliani. Comunque l’uomo italiano, a mio parere, è più galante con la donna e sicuramente in generale ha più rispetto nei confronti della famiglia. Tendenzialmente tradisce meno rispetto ai brasiliani, poi è ovvio: di frutti marci ce ne  sono anche in Italia.

italia-brasile-saudade-rafaelaE le donne?

Lavoro con le donne perché sono estetista e quindi di questo universo parlo più che volentieri. La donna brasiliana mediamente è molto maschilista perché la società brasiliana lo è.

Tendenzialmente la donna brasiliana cresce con l’ideale di costruirsi una famiglia, e si lascia molto trasportare dai sentimenti. Cura il suo amore, ma se non ama più non ha problemi a lasciare e ad affrontare la vita. Si cura molto esteticamente, anche perché in Brasile viene molto richiesto il “curarsi”, ma  questo dipende in buona parte dalla condizione sociale ed economica. Alcune cose che noi brasiliane facciamo per le italiane sono veramente inguardabili: come il colorarsi i peli delle gambe di biondo, bleah.

La donna italiana, al contrario della donna brasiliana, non cresce con l’ideale di sposarsi. Sotto questo aspetto mi appare meno romantica, meno sentimentale. La vedo molto più indipendente. Si cura molto, questo sì, ma in particolare cura i capelli: ha la piega sempre fatta e usa più make-up di noi brasiliane!

Hai fatto amicizie facilmente in Italia?

Non ho mai avuto grosse difficoltà a fare amicizia in Italia. Non mi sono mai sentita trattata diversamente per il fatto di essere brasiliana. Però non sono mai riuscita a stabilire un legame profondo. Di amicizia vera intendo.

Credi che ci siano delle somiglianze tra il popolo brasiliano e quello italiano?

Sì certo. Ci sono molte somiglianze ma anche tante differenze. Il Brasile é un grande mix di culture…un gran frullato diciamo. Penso che Italia e Brasile condividono l’essere calorosi, la passione per il cibo. Si differenziano però nella valorizzazione della famiglia che in Italia è maggiore, nella tendenza dell’italiano ad essere molto più preciso dei brasiliani nei lavori che fa….ma in Brasile c’è molta più libertà sia nei rapporti sia nella sfera personale. In Italia l’organizzazione sociale di tipo familiare mantiene le persone molto strette e vincolate tra loro.

E le famiglie italiane e quelle brasiliane sono simili o diverse nella cura dei figli ?italia-brasile-saudade-rafaela

Io posso parlare della Toscana, luogo dove ho sempre vissuto, so che in Italia questa cosa è molto diversa e dipende se ci si trova  al Nord o al Sud. Le famiglie in Italia sono unite, ma sono meno passionali delle brasiliane. C’è molta cura dei figli in Italia, a volte in maniera eccessiva. Io dico sempre:” l’italiano fa i figli pensando al  loro futuro…il brasiliano fa i figli pensando al  proprio futuro“. Nel senso che un italiano prima di fare un figlio comincia già a pensare alle condizioni economiche che gli potrà offrire, alla scuola, all’università, alcuni pensano già se potranno offrire ai propri figli una casa. Mentre in Brasile non si fanno tutte queste riflessioni…i figli sono più un appendice che altro. Però in Brasile c’è più apertura, le famiglie  hanno meno scheletri negli armadi, e c’è più passionalità:  ti odi e ti ami con  facilità e perdoni  altrettanto facilmente.

Secondo te è vera l’immagine dell’Italia che di solito si ha all’estero “pizza, mafia e mandolino” o la realtà è completamente diversa?

In Toscana questa non è la realtà. L’italiano è un popolo delizioso. Che purtroppo ultimamente da poco valore alla propria cultura, alla propria storia, alla propria lingua. Conosco pochi italiani che siano stati a visitare gli  Uffizi a Firenze, eppure, una volta al mese, entri anche gratis. Mediamente non c’è interesse verso questi aspetti il che è un vero peccato. Ciononostante a tutti gli italiani normalmente piace far notare come l’Italia sia culturalmente superiore a molti altri paesi. Allora io dico: “usufruitene di  tutta questa cultura no?”

italia-brasile-saudade-rafaelaCome giudichi i servizi italiani rispetto a quelli brasiliani: trasporti, scuole, sanità…

Beh….c’è poco da dire. Non ci sono confronti. Se penso al Brasile qui  tutto funziona meglio, e la qualità è superiore. Anche se bisognerò iniziare a fare dei cambiamenti perché i servizi cominciano a diventare scarsi anche in Italia.

Che impressione ti sei fatta dell’Italia vivendoci: è un buon paese per viverci ?

L’Italia è un paese meraviglioso se riesci ad integrarti e a far parte della società. Sicuramente è un contesto sociale che ti apporta tanta cultura. Poi, certo, ci vuole intelligenza per riuscire ad assorbire questo.

L’Italia in crisi ed il Brasile in crescita: consiglieresti ad una donna brasiliana di trasferirsi in Italia?

Questa è una scelta molto personale. Penso che il brasiliano osservi l’Italia in maniera molto romantica, aspettandosi di trovare l’Italia della telenovela. Alla mia età non farei più un trasferimento per amore, quindi di conseguenza non lo consiglio. Penso che l’espatrio ti obblighi ad affrontare moltissime difficoltà, ti obblighi a vivere un periodo di adattamento che mediamente dura quattro anni, e molte relazioni finiscono proprio per le difficoltà legate a questo processo.

E cosa diresti invece ad una italiana che volesse andare a vivere in Brasile: quali sono i principali settori dove potrebbe trovare un lavoro o mettere su un’impresa, e quale capitale minimo consiglieresti di disporre per trasferirsi in Brasile?

Mi sto trasferendo ora in Brasile, dopo undici anni in Italia. Aprirò una attività nell’ambito dell’estetica che è il mio mestiere.

In Italia gran parte della popolazione percepisce uno stipendio medio e questo non avviene in Brasile.In Brasile guadagni in base alla  professione che svolgi. Quindi sconsiglio una persona non qualificata a cercare lavoro in Brasile. Mentre so che per il lavoro qualificato ci sono buone offerte…ed altrettanti stipendi allettanti! Anche se in generale gli stranieri che emigrano in Brasile  aprono  un’ attività propria, ed è giusto così.

Per evitare problemi nel trasferirsi in Brasile per uno straniero la miglior cosa sarebbe prepararsi prima. Il Brasile a livello di business e commercio  è molto diverso dall’Italia e gli imprenditori italiani incontrano molti problemi proprio perché non conoscono la realtà brasiliana. In Brasile il sebrae organizza spesso corsi di aiuto per chi vuole aprire un’ attività…e sono molto utili  per avere un’ idea di come fare e cosa fare. Per il capitale: in Brasile si fa con tanto ma si fa anche con molto poco. Ci sono meno pressioni sia da parte delle Amministrazioni Pubbliche sia dell’ Anvisa (Asl brasiliano). In Italia il piccolo imprenditore è molto tartassato da regole che fanno sì che tutto alla fine gli costi di più. Però so che il visto per l’imprenditoria in Brasile è salito a 500 mila reais, quindi non proprio poco come richiesta.

Parliamo di un argomento “frivolo” ma interessante che contraddistingue i brasiliani: il

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Daniela Mercury, pop star brasiliana

ballo!

Hahahahaha! Ho frequentato le discoteche…ma ora a 35 anni suonati preferisco i pub. Gli italiani amano il ballo anche se non lo hanno nel sangue. Purtroppo è una cosa innata: o c’è l’hai oppure morirai provando a ballare senza mai riuscirci. Potrai imparare come tanti la “tecnica” ma non comunicherai  la stessa passione. L’aneddoto ultimo risale all’ultima volta che sono uscita a ballare con il mio compagno. Lui non balla e ad un certo punto un brasiliano mi ha invitata a ballare il forró , un ballo comune del nord-est…. Beh il forró si balla appiccicati e la cosa non è molto piaciuta al mio compagno. Non siamo più tornati a ballare e temo  che dovrò ballare il forró con mio fratello in Brasile anziché con degli sconosciuti per evitare problemi.

Quale è il tuo motto, o il personaggio che ti ha ispirata nella vita?

…mmmmm difficile questa. Non ho un personaggio al quale mi sia ispirata. Però c’è un cantante brasiliano molto amato da mio padre che ha fatto una canzone che si chiama Tente outra vez prova un’altra volta. Amo questa canzone perché la vita é così: bisogna provare, provare, provare…

Lasciaci con  un messaggio positivo ed incoraggiante per  tutte le donne espatriate  nel mondo che stanno leggendo adesso la tua intervista: 

Vivere all’estero significa tagliarsi a metà.

Esci dalla tua zona di conforto, affronti il nuovo e dopo il luccichio iniziale tutto é tosto, tutto é difficile. Non hai più l’abbraccio di mamma, non hai più le amiche care, entri in un supermercato e non hai più i marchi conosciuti…anche andare a pagare una bolletta é difficile. Devi imparare tutto da capo, la lingua è una vera sfida ma é il passaporto per una vera integrazione. Avere il dominio della lingua ti permette di capire bene ciò che ti dicono, di capire se c’è l’ironia nelle parole di qualcuno e di mandare a quel paese chi ti tratta male. Senza la parola non sei completa, e non puoi vivere bene. Affronta le difficoltà, la nostalgia….principalmente se sai che la tua è una scelta definitiva, sappi però che alla fine ti sentirai parte di questa nuova società e ne uscirai più ricca, culturalmente e emozionalmente. Ma non sarai mai più completa. Perché a quel punto il tuo cuore sarà diviso a metà e quando sarai all’estero ti mancherà casa e quando sarai a casa ti mancherà l’estero…

Boa sorte a todas!

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IDIOMA PORTUGUÊS

Cheguei na Itália no final de 2004. Casei com um italiano. Um toscano.

Eu e meu ex marido ( nos separamos em 2008), nos conhecemos em Natal/Rn em 1998. Estávamos os dois de férias lá, eu residia no interior do estado. Namoramos uma semana, e logo nos separamos por óbvio motivo….as férias tinham acabado para ambos. Logo no ano seguinte, eu residia já em São Paulo, marcamos nossas férias juntos e nos encontramos em Natal. Porém éramos os dois, muito jovens, e não era o momento, então terminamos. Em 2002, instalando o Messenger nos reencontramos e desta vez começamos a namorar seriamente, nesse intervalo eu tinha tido um filho ( em 2001) mas não foi um problema…Ele porém não queria viver no Brasil, eu nunca teria abandonado meu filho no Brasil pra ir viver na Itália, portanto tivemos um momento de dificuldade na nossa decisão de ficar juntos, que porém se resolveu quando consegui chegar a um acordo com o pai de meu filho que morava no Brasil e então nos mudamos para a Itália.
Sinceramente não tive muita experiência com homens brasileiros….de relacionamento sérios tive três em minha vida, o pai do meu filho que é peruano, meu ex marido italiano e meu atual companheiro italiano….então poderá entender minha escassa capacidade de avaliar os homens brasileiros. De qualquer forma, o homem italiano na minha opinião é mais galanteador com a mulher…..e com certeza em geral tem mais respeito em relação a família. Tendencialmente trai menos, porém é óbvio que frutas podres tem também na Itália.

italia-brasile-saudade-rafaelaTrabalho com mulheres (sou esteticista) portanto deste universo falo com muito prazer. A mulher brasileira na média é muito machista, porque a própria sociedade brasileira o é. Normalmente cresce com um ideal de família, e se deixa muito transportar pelos sentimentos. Cuida muito do próprio amor, mas se não ama não tem dificuldades de terminar tudo e enfrentar a própria vida. Cuida muito do aspecto, até porque pela cultura brasileira isso é muito observado, embora isso depende muito da condição econômica e social e algumas coisas não são admissíveis para a mulher italiana (como pintar os pelos das pernas de loiro bleah)

A mulher italiana ao contrário da brasileira não cresce com o ideal de se casar. Nesse aspecto me parece menos romântica….menos sentimental. A vejo mais independente, mas obviamente quando falamos de pessoas cada um é diferente. Se cuida muito, principalmente os cabelos, escova sempre feita e usa mais maquiagem que a brasileira.

Nunca tive grande dificuldade em fazer amizade na Itália. Nunca me senti tratada de maneira diferente por ser brasileira. Porém nunca consegui estabelecer uma relação profunda. De amizade verdadeira, aqui na Itália.

Existem muitas coisas parecidas mas também muitas diferenças. O Brasil é um grande mix de cultura….uma grande mistura. Na minha opinião somos parecidos no calor humano, na paixão pela comida. Nos diferenciamos na valorização da família que na Itália é maior, na tendência dos italianos de serem mais caprichosos dos brasileiros  nos trabalhos que fazem….mas no Brasil existe mais liberdade seja nas relações que pessoal. Na Itália a sociedade mantém as pessoas mais estreitas.

As famílias na Itália ( ao menos aquelas que frequentei) são unidas, mas tem menos paixão que as brasileiras. Tem muito cuidado dos filhos na Itália, às vezes em maneira excessiva. Digo sempre o italiano faz filhos pensando no futuro deles….o brasileiro faz filhos pensando no próprio futuro. No sentido que um italiano antes de fazer um filho começa já a pensar as condições econômicas que lhe poderá oferecer, a escola, a universidade, alguns chegam até a pensar se poderão oferecer aos filhos a própria casa. Enquanto percebo que no Brasil não fazem todas essas reflexões….os filhos são mais um apêndice da família. Porém no Brasil tem mais abertura familiar, guardam menos esqueletos no armário, e tem mais paixão, você ama e odeia seus parentes com muita facilidade perdoando também facilmente.

O italiano é um povo delicioso. Que infelizmente da pouco valor a própria cultura, a própria história, a própria língua. Conheço poucos italianos que foram a galeria Uffizi em Florença….embora seja gratuito o ingresso uma vez por mês. Na média não existe um grande interesse nesse aspecto o que é uma pena, embora normalmente os italianos tem prazer de fazer notar como a Itália seja superior culturalmente. Então usem esta cultura não?

Se comparado ao Brasil tudo na Itália funciona melhor, e tem mais qualidade. Embora é necessário que ocorram mudanças, porque os serviços começam a se tornar de má qualidade também na Itália.

A Itália é um país maravilhoso. Se você consegue se integrar e fazer parte da sociedade. Certamente é um contexto social que te aporta muita cultura. Obviamente é necessário inteligência para conseguir absorver isso.

Penso que o brasileiro observa a Itália de maneira muito romântica, esperando de encontrar a Itália apresentada na novela. Com a idade que tenho hoje, não faria mais uma mudança de país por amor, portanto consequentemente não aconselho ninguém a fazer. Penso que a imigração te obriga a enfrentar muitíssimas dificuldades, te obriga a viver um período de adaptação que normalmente dura 04 anos e muitas relações acabam justamente pelas dificuldades ligadas à este processo. Porém, é sempre uma escolha pessoal.

italia-brasile-saudade-rafaelaEstou retornando agora ao Brasil, depois de 11 anos na Itália. Irei abrir uma empresa no âmbito estético que é a minha profissão. Na Itália existe uma media salarial que é recebida por grande parte da população, isso não ocorre no Brasil. No Brasil você ganha de acordo com a profissão que tem. Portanto não aconselho uma pessoa sem qualificação a tentar uma colocação no Brasil. Por outro lado sei que para colocações qualificadas existe muita procura com salários interessantes. Porém quem emigra em geral abre uma empresa, e é correto isso. Penso porém que para evitar problemas a melhor coisa seria ter uma preparação in loco antes. O Brasil comercialmente é muito diferente da Itália, e empresários italianos tem muitos problemas justamente por não conhecer a realidade brasileira. No Brasil o sebrae organiza muitos cursos de ajuda para quem deseja abrir uma empresa…que servem também para se ter uma ideia sobre o que fazer e como fazer. Pelo capital necessário….no Brasil é possível se fazer com muito assim como é possível se fazer com muito pouco…existem menos pressões seja por parte da prefeitura que da anvisa ( als brasileiro). Na Itália o pequeno empreendedor é muito importunado de regras que fazem com que tudo no fim lhe custe mais. Porém sei que o visto para empreendedor no Brasil subiu para 500 mil reais….portanto não pouco como capital.

Nasci na Amazônia, mas cresci no Nordeste com minha família materna. Sinto falta de minha família, sinto falta da alegria e do Sol. E sinto falta da pobreza que tem no Brasil. Parece absurdo, mas a pobreza te torna mais humano, porque cotidianamente você tem a oportunidade de ajudar alguém que tem uma necessidade real. E a pobreza te torna mais feliz, porque te da a oportunidade de ver tudo o que possui. Na Itália, com todo o bem estar social que existe, frequentemente as pessoas tendem a comparar tudo o que os outros possuem e que a eles lhe faltam isso deprime, no brasil ocorre exatamente o contrário. Já a criminalidade não sinto falta, de jeito nenhum.

Os  italianos amam dançar embora não tenham a dança no sangue. Infelizmente é algo inato ….ou você tem ou irá morrer tentando….poderá aprender a técnica como muitos mas não terá nunca a paixão. A última piada ligada a isso que posso contar aconteceu da última vez que sai para dançar com meu companheiro….ele nao dança….em um certo momento um brasileiro me chamou pra dançar forró ( dança comum no nordeste do Brasil)… Bem o forro se dança colado e meu companheiro não gostou muito disso. Não voltamos mais lá….acho que terei que dançar forró somente com meu irmão no Brasil….pra evitar problemas.

Não possuo um personagem ao qual tenha me inspirado. Porém tem um cantor brasileiro muito amado por meu pai que fez uma canção que se chama Tente outra vez. Amo esta canção….porque a vida é assim….é necessário tentar, tentar, tentar….
Viver no exterior significa cortar-se ao meio. Você sai de sua zona de conforto, enfrenta o novo e depois que passa o brilho inicial tudo é forte, tudo é difícil. Você não tem mais o abraço da mãe, não tem mais as caras amigas, entra em um supermercado e não encontra mais as marcas conhecidas…até ir pagar uma conta se torna difícil. Deve aprender tudo novamente, a língua é um verdadeiro desafio mas é o passaporte para uma verdadeira integração. Dominar a língua te permite entender bem o que lhe dizem, entender a ironia se existe nas palavras de alguém, e de mandar pra aquele país quem lhe trata mal. Sem a palavra, você não é completa e não pode viver bem. Enfrente as dificuldades, a saudade….principalmente se você sabe que a sua é uma escolha definitiva… Saiba porém que no final te sentirá parte desta nova sociedade…e sairá disso mais rica culturalmente e emocionalmente. Mas não será nunca mais completa. Porque neste ponto seu coração será dividido ao meio. E quando você estará ali sentirá a falta de casa, e quando estará em casa sentirá falta dali.

Boa sorte a todas!

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Firenze, Toscana, Italia

Barcellona: Sei pronto?

Barcellona: oggi il sole splende ma l’aria è freddina: da milanese però mi piace pensare che, vivendo qui, il piumino NON debba diventare un mio complemento di abbigliamento.
E via quindi di minicappottino di lanetta e sciarpetta leggera!

Dopo 4 anni in cui “mi sono guardata intorno”, oggi vorrei proporre, in modo ironico e scherzoso, un piccola lista, un primo assaggio, di ció a cui bisogna essere preparati come italiani a Barcellona.

1 Il BARÇA.

Il Barça NON è l’abbreviazione della città (per cui si usa il termine “Barna“), ma è la squadra di calcio di Barcellona.

Il Barça è “mes que un club”, cioè più di un club, come recita il loro inno. Il Camp Nou, lo stadio del Barça (letteralmente: Campo nuovo), è un istituzione: la gente lo visita, nel progetto nuovo ci sarà la possibilità di esservi seppellito, e le famiglie si ritrovano lì la domenica manco andassero a messa.
camp-nou-615455_1280-2Per chi non va allo stadio, c’è sempre il bar con gli amici: se segna la squadra avversaria, mentre noi italiani sbraiteremmo usando un linguaggio non propriamente da Accademia della Crusca, i tifosi catalani invece si zittiscono, si mettono all’erta in stato meditativo come se dovessero stabilire un contatto con l’energia cosmica, e aspettano silenziosi che succeda qualcosa che gli permetta di esultare nuovamente.

2 Il COMPARTIR.
Compartir“significa condividere, ed è parte dello stile di vita di Barcellona. Pensiamo al mangiare le tapas: piccoli piattini di pietanze diverse (patatas bravas, calamari fritti, polipo alla galiziana, crocchette, etc etc. , per dire le piú comuni), che si condividono tra due o piú persone.
Da milanese schifiltosa quale sonoall’inizio per me è stata un’ esperienza ai limiti del traumatico, o almeno da lasciarmi a bocca asciutta, soprattutto riguardo al condividere l’insalata, rimescolata da piú forchette insieme. E questo non capita solo in casa, ma anche al ristorante.
A casa mia madre ha sempre stabilito le regole, servendo una forchetta per il prosciutto, un cucchiaino per le salse e un cucchiaio per l’insalata: al tentativo mio e di mio fratello di servirci direttamente dal piatto comune, partiva il grido da generale tedesco che tapas-703902_1280ci riportava all’ordine.
L’idea di mangiare tutti dallo stesso piatto, oltre che a farmi un pó ribrezzo, mi creava anche una certa ansia: attacca il calamaro prima che gli altri lo facciano per te! Afferra il pezzo di pane prima che ti rimanga in mano solo la fetta di prosciutto!
Oggi, la convivialità di Barcellona mi piace: si provano cose diverse, ci si fanno gli anticorpi (la battuta la devo sempre fare ehehe), e si impara a mangiare in armonia con gli altri.
Se pensi che faccia per te, avanti tutta! Se sei di quelli che: no, io la pizza non la divido, voi prendetevi quello che volete…allora…ecco, forse non fa per voi.

3 Il CASTELLANO.
Alias lingua spagnola. E qui vengono i dolori.
“Ma come?!” (direte voi) “Lo spagnolo è una lingua musicale, encantadora, dolce , e soprattuto, facileee, per noi italiani!”  Ah si?!
Non nego che se uno spagnolo vi parla lentamente e voi siate ad un minimo livello di conoscenza di Hola, que tal, forse, dico, forse, un 60 per cento di cosa sta dicendo, arrivate pure a capirlo.
Ma quando tocca voi, che fate? Iniziate a parlare in italiano con i verbi solo all’infinito?
Il problema, o lo shock anafilattico, a seconda di dove viviate,  viene da una simpatica letterina dell’alfabeto spagnolo (parlo del castellano della Spagna: se ripiegate sullo spagnolo sudamericano, dimenticatevi della questione).banderas
La lettera è la “J”, si chiama Jota, e a me sembrava un suono così duro da ricordarmi la lingua tedesca. E`una specie di vocale aspirata (anche il suono G è così) che all’inizio ti distrugge le corde vocali, e poi ti fa apparire come se avessi sempre il raffreddore e cercassi inutilmente di liberarti la cavitá orale. Risparmio i dettagli.
Fino a che, dopo vari tentativi e mesi di pratica, capisci il trucco e tutto fila liscio.

4 Il CATALANO.
E qui, vengono altri dolori, o gioie, visto che a livello di suoni, il catalano ricorda molto di piú l’italiano rispetto al castellano.
Barcellona è bilingue:  siamo in Spagna, certo, e se parlate spagnolo, la gente vi capirá e vi risponderá. A volte però, soprattutto se vi relazionate con qualcuno che viene dalla provincia,  vi potrebbero rispondere in catalano. tile-65739_1920
Durante i miei primi mesi a Barcellona, quando ancora lottavo con lo spagnolo ed ero lontana dal prendere coscienza del catalano, mi trovavo in situazioni al limite dell’assurdo. Capitava che mi fermassi ad accarezzare un cane e la proprietaria iniziasse a parlarmi in catalano, mentre io, presa alla sprovvista, cominciavo a sudare al solo pensiero di “adesso mi toccherá rispondere e lo scoprirá, che non sono una di loro, che non so parlare catalano”, manco fossi una spia russa in Usa durante la guerra fredda.
E per ultimo, ricordatevi che il catalano NON è un dialetto (nonostante a noi ricordi moltissimo il suono di molti dei nostri), ma al contrario una lingua. Imparate a dire Bon dia e Adeu, e a Barcellona vi stenderanno il tappeto rosso.

5 Il TURISMO.
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Questo ha che fare con “come viene vista Barcellona da chi viene per le vacanze”, e la risposta è spesso: come  un lunapark.
La cosa potrebbe riguardarvi da vicino nel momento in cui, passeggiando tranquilli per Barcellona, vi troverete a dribblare tra sciami di turisti in bicicletta lanciati tra le IMG-20130601-WA0002strette stradine del gotico, o skateboardisti in preda a nuove acrobazie ad un metro dalla cattedrale. O quando, incastrati nella metro tra ragazze con una minigonna
lunga quanto la mia agenda, vi sentirete probabilmente l’unica persona a non essere bionda con gli occhi azzurri. Per non parlare del momento in cui, forse, sarete i soli a non girare in costume da bagno. Sicuramente da annoverare, perché non ne
veniate presi alla sprovvista, i vari addii al celibato/nubilato, in spagnolo le famose “Despedidas de soltero”, che sono diventate ormai la giustificazione a qualsiasi comportamento più che sopra le righe e di cui Barcellona è la meta prediletta.
Se vi capita di scontrarvi con un uomo particolarmente tettone, uno squadrone di 10 ragazze con le orecchie da coniglio o un uomo vestito da Superman, non preoccupatevi. E’ solo una despedida, e i prossimi, a Barcellona, potreste essere voi!

6 LE PIZZERIE/GELATERIE ITALIANE.
Oltre alle nuove hamburgeserie, ultimo trend del momento, un altro must ristretto agli italiani a Barcellona è l’apertura di un nuovo locale italiano. Ci sono gelaterie, pizzerie, focaccerie, piadinerie, rosticcerie, più o meno ad ogni angolo, e c’è n’è davvero per tutti i gusti. Dal siciliano al friulano, passando per la cucina bolognese e il locale sardo.
Nonostante tutto, la bramosia palatale degli italiani all’estero non si sfama mai, e manca sempre qualcosa. Alla notizia che in un posto finalmente si potranno mangiare i panzerotti caldi, la polenta uncia o la torta Setteveli, inizia il pellegrinaggio/assaggio. Non importa se per farlo si debba attraversare tutta la città e che a livello di tempo ci si metta prima a prendere un aereo: per l’italiano, si sa, la buona cucina è “quasi” tutto.

IMG-20130323-WA00127 I FESTIVALS.
Barcellona è la cittá dei festivals musicali: Primavera sound, Sonar, Cruilla…la gente compra i biglietti e gli abbonamenti un anno prima, e quando il festival arriva non si parla d’altro.
Anche se non vi partecipi, devi sapere perché d’improvviso la metro è invasa da gente con bracciallettini gialli, perché tutti scendono alla fermata Forum, e qual’è la ragione per cui i tuoi amici, durante tre giorni all’anno, scompaiono.

 8 I PREZZI DEI MONUMENTI.

Barcellona, per essere in Spagna, è cara. Se siete turisti, ed oltre al mare, sole e amore,  volete dedicarvi ai giri culturali, preparate un bel gruzzoletto. Chi è expat come me invece ci si puó dedicare a rate, e volendo anche instaurare un mutuo per, mano mano, vedere tutte le attrazioni artistiche della cittá. Perché abbiate un’idea ecco qualche prezzo di entrata:

Casa Battló: 21, 50 eurobarcellona-pronto

La Sagrada Familia: 15 euro

Casa Milà/La Pedrera: 20,00 euro

Palau de la Musica Catalana: 18 euro

Camp Nou: 23,00 euro (…)

Vero è che ci sono moltissimi musei che in certi giorni e orari sono gratuiti, come il Museo Picasso, il Mnac, il Muhba, il Palau Guell etc.; inoltre, vengono spesso organizzate mostre ed esposizioni gratuite. Non lasciatevele scappare!


9 La BIRRA.

foto cocktail fiestaBarcellona è cara tranne che per…la birra! E gli alcolici in generale. Una bottiglia di birra da 33 cl al bar puó arrivare a costare solo un euro, fino a un massimo di tre. La birra piccola costa meno di due euro, e la media poco più. I cocktails, non arrivando a toccare le esorbitanti cifre italiane (o milanesi) da 9 euro e passa, si aggirano sui 5, 6, 7 euro, nei bar. Se li ordinate in discoteca, attenzione. La quantità di alcool puro potrebbe essere maggiore di quella cui siete abituati, dato che il misurino è “questo sconosciuto”;  inoltre la qualità usata potrebbe ricordare il profumo di vostra nonna misto al gel corrosivo utilizzato per sturare i lavandini. Insomma, un’arma letale.

In discoteca, per evitare che l’emicrania si trasformi nel vostro nuovo coinquilino, dite NO ai cubatas (cocktails) e prendetevi una birra.


10 I MODI DI DIRE.

Se di tutto potrei scrivere pagine, qui si dovrebbe proprio aprire un altro capitolo (e prossimamente lo farò). Eccone qualcuno:

  • Me quiere vender la moto: letteralmente, “mi vuole vendere la moto”. Chiariamo subito che qui che venda la moto non c’è proprio nessuno (dato che la sottoscritta chiese “Ah perché, vuoi comprare una moto?”), ma al contrario è un espressione che si riferisce alla situazione in cui qualcuno cerca di convincerci di qualcosa con tutte le armi a sua disposizione.
  • Hacerse el sueco: letteralmente “fare lo svedese”, che poi, chissà cosa gli avranno fatto stì svedesi per meritarsi di rappresentare colui che volutamente ignora qualcosa, facendosi passare per tonto.
  • Ir ciego: “andare cieco”. Se un tuo amico ti dice che ieri notte iba ciego, non pensare che sia stato fulminato sulla via di Damasco, ma semplicemente,  che era ubriaco marcio.
  • No tener abuela: “non avere la nonna”, la mia preferita. Se ti domandano “non hai la nonna tu?”, non sono interessati al tuo albero genealogico, ma probabilmente hai detto qualcosa che è suonato narcisistico e si suppone che di elogi ce ne fa già abbastanza la nonna, senza che ci mettiamo a farceli da soli.

N.B.: Oggi parlo, lavoro e vado a teatro in catalano e in spagnolo, ovviamente. M’encanta condividere le tapas e continuo a non sopportare il calcio, anche se si tratta del Barça. Bevo birrette ed evito i cubatas, ma non dico mai di no ad un nuovo ristorante italiano doc.

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In die Freiheit mußt du springen

In die Freiheit mußt du springen.

Ho una strana grande difficoltà a parlare veramente di Berlino, di quello che sento qui, della sua storia e della storia della Germania. Ce l’ho dalla prima volta che sono venuta qui, poi ci sono tornata, e ora ci sono “molto tornata”, diciamo così.
Ho comprato il primo volo per questa città dopo essermi emozionata davanti a un pezzo di muro a Marsiglia, al MUCEM.
(ma forse sono solo una sentimentale del cavolo, visto che pure Airbnb ci fa gli spot,” cercatevelo”, ché io non lo pubblico).
Sono 29 anni che il muro è stato rimosso.
Che da tutta “Europa” sono arrivati giovani e meno giovani a buttare a terra la guerra fredda.
Ma prima c’è una storia, nel mezzo c’è una storia, ed oggi c’è una storia.
C’è gente che è stata separata dalla propria famiglia nel giro di una notte, c’è chi guidava una metro, e con un piano incredibile, è riuscito a scappare sottoterra GUIDANDO UNA METRO
(ed oggi è ancora vivo e guida ancora una metro, non sto scherzando).
C’è chi è scappato ad ovest tirandosi giù dai palazzi, buttando dalle finestre i propri figli, chi ha fatto buchi a terra.
Chi è scappato a 81 anni.
C’è chi è stato incarcerato ed è stata buttata la chiave.
Pure le guardie scappavano.
C’è Reagan, Gorbaciov, Kohl. C’è la Stasi.
C’è un’enorme crudeltà, freddissima, e c’è un’enorme umanità, passionalissima, intrepida.
Prima c’era il nazismo.
Poi c’è stata la love parade ed è nato il punk.
Adesso ci sono i club e le startup.
Adesso nelle case spianate dal muro in Bernauer Straße ci sono appartamenti di super design di lusso.
La maggior parte della gente coinvolta negli anni del muro è ancora viva.
E come si può pensare di vivere Berlino solo nei bar e nei club?
Come si può pensare di capire questa città profondamente, se ho il cuore in mano ogni momento, e capisco, poi non capisco.
Al Check Point Charlie ci sono dei finti soldati attori che fanno le foto con i turisti sventolando la bandiera americana. Come fa questa città a non sentirsi offesa e oltraggiata?
Come fa a non offendersi e a deprimersi.
Come faccio io?
Vedo corpi molto forti, i tedeschi hanno corpi molto forti e li usano molto, vedo il resto del mondo, di cui faccio parte anch’io, percepisco ferite nei geni, antiche e silenziose.
Insomma, c’è una parte di me, qui, che osserva in religioso silenzio, rispettoso, si morde il labbro, cerca di capire, scoprire, non fantasticare troppo.
E’ intenso, molto intenso quello che provo.
Perché l’ho visto da piccola nel televisore in bianco e nero quel muro che crollava, ricordo la faccia di mia madre, ricordo la macchia rossa, che sembrava grigio scuro in quel televisore, della testa di Gorbaciov.
Ricordo la faccia di mia madre.
La ricordo.
E oggi, forse, la capisco.

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