Una carezza nel cuore

L’ estate per me deve essere calda, possibilmente a 35 gradi all’ombra, quella sarda per intenderci…Sardegna bn

Ogni anno d’estate io e la mia famiglia passiamo almeno tre settimane qui, in Sardegna, a riprenderci tutto il sole e il caldo che c’è stato negato durante tutto l’anno..perché il caldo in Irlanda e’ cosa rara. Ma l’estate sarda è anche dolorosa per la sottoscritta, perché tornare qui un po’ mi riporta indietro nel tempo, a quel caldissimo lunedì di luglio in cui Mauro, mio marito, e’ morto in un incidente stradale,a causa di una macchina che invadendo la corsia gli ha fatto perdere controllo del suo amatissimo Kawasaki bordeaux 750.
E ogni volta che volutamente passo davanti a quella curva, quasi ad esorcizzare il dolore, penso spesso a come il destino beffardo si è portato via Mauro proprio quel lunedì che per lui doveva essere lavorativo ma che un improvviso trasloco aveva cambiato in giorno di ferie.

Io mi incamminavo verso l’uscita del Resort dove lavoravo da diversi anni, era circa l’una del pomeriggio, sotto un sole rovente e notai una figura, in divisa, che mi si avvicinava con faccia triste, fino a realizzare che si trattava della collega poliziotta di Mauro conosciuta poche settimane prima ad una cena in un ristorante della zona. Ho fatto in tempo solo a guardarla e sentirla pronunciare mezza frase: c’è stato un incidente, mi anima movimento alberidispiace ..Mauro.. Poi un urlo, una voragine, il vuoto.. Il resto sono ricordi spezzettati da momenti di incoscienza. Alla sbarra un altro collega aspettava,devastato dal dolore, e insieme alla mia direttrice, in una macchina messa a disposizione dal Resort, mi hanno accompagnato alla camera mortuaria a vedere Mauro.
Di quei giorni, vissuti come in un limbo, ricordo l’affetto della gente conosciuta e sconosciuta, indistintamente.

Delle formalità relative al funerale fu la mia insostituibile famiglia a prendersi carico, a me spetto’ la scelta di far vestire la divisa a Mauro per il suo ultimo saluto e di farlo tornare a casa per la sua ultima notte. Al funerale parteciparono migliaia di persone, fu persino messo a disposizione un Bus dal Resort per consentire a chi dei miei colleghi volesse parteciparvi, di farlo, poi tantissimi colleghi di Mauro furono presenti, anche in divisa, e ovviamente familiari, amici, conoscenti. Una marea di gente. Mauro era conosciuto e ben voluto da tanti. Era un buono, uno che andava d’accordo con tutti. Ricordo ancora il titolo sul giornale: ” In migliaia a salutare il poliziotto buono”.
Durante la messa, dopo qualche svenimento( la psicologa poi mi spiego’ che quelli furono gli unici momenti di lucidità), ho sentito la necessità di parlare, e sostenuta quasi fisicamente da uno dei due colleghi di Mauro che mi avevano comunicato la brutta notizia, mi son diretta verso il pulpito. Ho espresso gratitudine per gli undici anni che mi erano stati concessi a fianco ad un uomo eccezionale che aveva scelto me come sua sposa e che mi aveva amato più di tutto e tutti, venendo ricambiato. Chiesi inoltre a chi lo aveva conosciuto di tenerlo vivo nel loro ricordo e di continuare a parlarne e a parlarcene per rendere quel dolore, lacerante e insopportabile, un po più leggero. Ed è da quel momento che mi son sentita oltre che smarrita confusa e dolorante, sorretta..sorretta da Mauro.
Quel Dio, a cui avevo chiesto di non farmi incattivire proprio poche ore dopo l’incidente, mi aveva fatto il regalo più grande, e cioè la presenza di Mauro oltre la morte.

anima acquaDa allora, anche nei momenti più duri, lui e’ stato li’ con me e vicino a me, a passarmi una mano sul cuore quasi ad alleggerirlo da quel dolore devastante. C’è sempre stato e c’è ancora, son passati 12 anni la mia vita ha preso un altra direzione, ma sempre con lui vicino.
L’ho portato anche in Irlanda il mio angelo buono, l’ho fatto conoscere alla mia nuova famiglia, ai miei nuovi amici e colleghi( ora anche a voi) facendolo diventare pure lui un EXPAT.
Questo a dimostrazione che il dolore, pur nella sua devastazione, e’ giusto nel lasciarti una scelta: morire anche tu o reagire, dando la possibilità anche a chi non c’è più di continuare a vivere e anche ad espatriare…

Un abbraccio

Vivere sull’Atlantico: La Rochelle

Vacanza in Africa

Ernest Hemingway disse: “I never knew of a morning in Africa when I woke up and was not happy

(In poche parole: è sempre stata una gioia svegliarsi la mattina in Africa) ed è stato proprio così per noi.
Questo viaggio, più che un viaggio, è stato una rivelazione.

Lo avevamo sognato e lo abbiamo pianificato nei minimi dettagli per non perdere niente di quello che sarebbe stato uno dei viaggi più belli che abbiamo mai fatto ma non solo. Devo dire però che all’inizio, non era la destinazione prevista ma 4 mesi prima delle ferie estive, ho avuto un flash… Anziché fare un road trip negli Stati Uniti (che comunque faremo, è sulla lista!) perché non andiamo in mezzo alla natura, lontano dalla civilizzazione, lontano dalla superficialità e dal consumismo, là dove possiamo fare tantissime attività varie… deciso: Sud Africa.

Quattro mesi per organizzare tutto, sembra tanto ma non lo è. L’idea era di iniziare con un safari di 5 giorni al Kruger Park per poi affittare una macchina e fare un road trip da Johannesburg fino a Cape Town con diverse tappe. Il sogno stava per diventare realtà! Dopo 10 mesi di lavoro intenso, di stress, di temperature che non potevo più sopportare (50 gradi)…
Ci serviva proprio una bella vacanza. Vivere in Kuwait non è sempre facile, psicologicamente, può essere pesante, se
chiedete, tutti lo diranno: bisogna uscire dal paese quando si può, per prendere una boccata d’aria, per respirare, per vivere la normalità, per vedere i famigliari, per bersi una birra tra amici, per vedere il verde degli alberi, le montagne.
L’Africa ci ha sempre fatto sognare, sempre e devo dire che non ci ha delusi, anzi… Per noi, amanti della natura, degli animali, delle montagne, del mare, è stato come nei nostri sogni, oltrepassando pure le nostre aspettative.
Svegliarsi la mattina all’alba e godersi lo spettacolo del sole che sorge nella savana e addormentarsi in una casa sull’albero con tutti i rumori della natura (anche essere svegliati di notte da una rana che si era introdotta in camera ), vedere giraffe, leoni, zebre, leopardi, rinoceronti, ippopotami nel loro habitat è stato un’esperienza davvero indimenticabile. Ogni giorno era un giorno diverso, ogni giorno era una sorpresa, ogni giorno stampava un sorriso sul nostro viso. Fuori dalla mattina alla sera, camminando, girando a destra e sinistra con la macchina, con il sole, il freddo, o la pioggia, non importava… Eravamo come due bambini che scoprivano il mondo per la prima volta, fermandosi ogni minuto per catturare ogni momento (Abbiamo fatto oltre 2000 foto mi sembra…).

L’altro aspetto che rende l’Africa così particolare è anche il suo popolo. Abbiamo incontrato gente fantastica, sempre allegra nonostante tutto. Abbiamo visto la povertà, e devo dire che vedere le townships fa realizzare che c’è ancora tantissimo da fare per arrivare alla parità tra bianchi e neri. Personalmente, non ho voluto fare il “tour” dei townships che si trovano la maggior parte del tempo nelle periferie delle grandi città e dove vivono gli Africani di colore in condizioni terribili… Non ho voluto perché trovo il concetto inumano e riduttivo nei confronti di queste persone. Stare seduti in una macchina con altri turisti e fare foto come se fossero in uno zoo, dico di no. Abbiamo preferito andare con degli amici del posto ed essere a contatto con loro, cercare di comunicare e non guardali come se fossero alieni, comprare quello che avevano da vendere senza cercare di ridurre il costo, 2 euro, non mi cambiano la vita, a loro, sì.
Il contrasto è palese a Cape Town, dove si vedono i townships intorno alla città e poi, andando verso table mountain, si vedono ville stupende che affacciano sul mare con le rete elettriche e la scritta “armed response” in caso qualcuno avrebbe l’idea di avventurarsi dentro.
Questo viaggio è stato diverso dagli altri perché ci ha fatto riflettere tanto. L’idea di lasciare questo paese meraviglioso ci ha reso tristi… Stavamo per tornare nella nostra “gabbia dorata” dove certo non manca niente ma allo stesso tempo manca tutto. Mi spiego. Il Kuwait offre tanto: ho un lavoro in una scuola stupenda dove cresco ogni anno di più a livello professionale con delle possibilità finanziarie cheisabelle africa con giraffa non avrei in Europa. C’è sempre il sole, vivo a pochi metri dal mare, e ho tante ferie… Si esce al ristorante, si beve un caffè con gli amici, si va in palestra, si viaggia, ci si abitua ad un certo livello di vita. Visto dall’esterno, uno dice “ma di cosa si lamenta questa!”
Credo che dopo 5 anni qui, mi manca la vita reale, mi manca sempre di più la mia famiglia, i miei nipoti che vedo crescere da lontano, i miei genitori che invecchiano, mia sorella che è l’altra mia metà. Mi manca la natura, mi manca passeggiare a piedi, mi mancano le quattro stagioni, il vento, la pioggia, la neve. Mi mancano i temporali con il suono del tuono, mi manca l’aria fresca di un sabato mattina in bicicletta… Mi mancano i venerdì sera al pub con gli amici a scherzare, i barbecue nel giardino.
E vi dirò, mi manca anche ricevere posta… aprire la casetta e trovare lettere o anche bollette… non importa!
Penso che tutte le donne expat si ritroveranno in certe cose che ho detto, forse non nell’ultimo punto…

Crescendo, ho imparato che la felicità si trova nelle piccole cose e mi piace tantissimo questa frase di Paulo Coelho che dice:
E impari quanto sia bella e grandiosa la semplicità” giustissimo!

Eh sì, in pochi giorni, dopo il nostro ritorno dal Sudafrica, abbiamo preso una decisione. Abbiamo deciso che era ora di lasciare il Kuwait per una nuova avventura…

La studentessa del Marocco che non vuole portare il velo bianco

Oltre al mio lavoro, quando ho occasione, qui in Marocco offro  ripetizioni e corsi di italiano… insegnare è sempre stata una mia passione e da giovincella campavo di ripetizioni.

Vengo chiamata dalla direttrice di una scuola di lingue per un corso di italiano di 20 ore ad una studentessa che prepara l’esame di maturità e tra i tanti argomenti ha deciso di trattare l’Italia e gli italiani immigrati all’estero durante la guerra. Mi viene detto poco di lei, non sapevo nemmeno quale fosse la sua reale conoscenza della lingua ma soprattutto non sapevo se il suo livello rispecchiasse realmente la tabella standard del quadro comune Europeo . Stavo quasi per declinare l’incarico per mancanza di tempo ma sono rimasta lusingata del fatto che qualcuno si interessasse al mio paese in modo serio, senza prenderci per i soliti “pagliacci”/”mafiosi” di turno. E fu cosi che accettai.

Mi si è presenta davanti agli occhi una ragazzina dal velo bianco, occhialuta ma dall’occhio sveglio. SonoMarocco manichini Rimasta stupita dalla sua prima frase “ sono venuta a piedi, abito a circa 20 minuti da qui..è la prima volta che lo faccio; tutti mi guardavano e non capivo cosa avessi”…. una marocchina che non sa che l’uomo marocchino guarda indistintamente le donne di qualsiasi età, forma, altezza bellezza a bruttezza? …mmm… c’è qualche cosa che non mi quadra; vado avanti la tipologia di scuola frequentata “ studio in una scuola pubblica francese, una scuola a distanza, è molto dura; mi alzo al mattino alle cinque e studio fino alla sera alle venti.. Dopo la maturità vorrei andare in Francia o in Italia per studiare architettura”… la prima cosa a cui ho pensato è stata “ ma questa ragazza ha contatti con il mondo esterno? NO! Non ha hobby perché non ha tempo..deve studiare. La sensazione che ho avuto non appena ho incrociato il suo sorriso è stata quella di un animale in gabbia, una bomba pronta a scoppiare e un detenuto pronto a scappare.

La prima lezione è passata veloce, scoprendo che il suo livello di italiano non è nemmeno un A1, ma che, nello stesso tempo, dovevo trattenermi dal correggere: la nuova studentessa si difendeva subito con un “ sì, lo sapevo ma non so perché ho detto così” “ non serve che scrivi, ho molta memoria quando una persona parla” – “ ok! ho capito andiamo avanti”- “ I numeri non li dico, li salto”…. insomma decideva tutto lei e io la lasciavo decidere, fare, parlare e sbagliare scoprendo, la lezione successiva, che quella famosa “memoria quando una persona parla” lasciava molto a desiderare; non era abituata a studiare in gruppo, a confrontarsi con altri studenti e quindi seguiva imperterrita il suo metodo di apprendimento, senza interruzioni da parte mia se non alla frase “ qui non ho capito nulla” (Grazie Dio, a qualche cosa servo!)
Qualche giorno dopo le ho inviato un messaggio su whatsapp per l’ora del secondo incontro. Risposta “ ci marocco donna velo rosso moderan con occhialivediamo alle 9 perché facciamo due ore. Riscrivimi il messaggio tramite messaggio telefonico perchè mia madre non sa che ho whatsapp”….. ahia… si stava materializzando ciò che avevo nella mia testolina.

Alla seconda lezione, comincia a raccontarmi, di sua spontanea volontà, la sua storia in un francese perfetto ma velocissimo, da fare concorrenza ad un parigino doc: “ Mia madre non sa che ho whatsapp, diciamo che la mia vita è cambiata in questi ultimi anni. Ultimamente i miei genitori sono diventati molto credenti e hanno deciso che devo diventare una vera musulmana. Frequentavo la scuola francese ma, siccome è una scuola laica, quando i miei genitori mi hanno obbligata ad indossare il velo, non mi hanno più accettata, quindi mi hanno iscritta a questa scuola francese a distanza. “ E cosa ne pensi. Sei d’accordo?” “ NO! Non mi interessa, così come non mi interessa diventare una brava musulmana. Prima andavo a cavallo, facevo danza e avevo tante amicizie; da quando i miei hanno deciso di farmi avvicinare alla religione, ho smesso di fare tutto: non posso guardare la tv, non ascolto musica, non ho facebook e devo vestire sempre coperta”. Io: “ scusa la domanda ma da una parte mi dici questo e dall’altra ti stai preparando per lasciare il tuo paese. C’è qualche cosa che non mi torna, sinceramente”.

“ Non vogliono…ti spiego, Lara, giuridicamente all’età di diciotto anni i tuoi genitori non possono più decidere per te, né fare in modo di riportarti a casa, nel caso decidessi di andare via. Ho compiuto 18 anni il 19 febbraio. Il 16 febbraio avevo progettato la mia fuga: ho fatto i bagagli e alle quattro di mattina sono scappata di casa per andare a prendere il pullman ed andare a Casablanca. Da lì, sarei andata all’ambasciata per il passaporto. Lo ho già, ma i miei me lo hanno sequestrato. Purtroppo, però, quella mattina mia sorella era sveglia e mi ha vista scappare. Alle cinque ero alla stazione dei pullman, tremavo di paura. Mi sono girata un secondo e ho trovato mio padre, pronto a portami via. Non sapevo cosa fare ma una cosa era certa: non sarei mai salita in macchina con lui: mi avrebbe picchiata! Allora sono andata dai miei nonni. Tornata a casa ho provato a parlare con i miei genitori ma per me ormai era finita, avevo deciso: mi sarei piegata al loro volere e magari mi sarei sposata con non so chi. Più passavano i giorni , però, più avevo voglia di inseguire il mio sogno: andare a studiare in Europa per diventare architetto. Finalmente, hanno capito o meglio mi hanno dato la possibilità di lasciare il Marocco ad un’amara condizione “ se lasci il paese hai chiuso con la tua famiglia, non tornare più”. Sgrano gli occhi e chiedo “ e tu hai deciso di andare via lo stesso?” “ Non sono io che ho deciso, sono loro che hanno deciso per me”

Vola rondine dal velo bianco, prendi la tua strada, credi in quello che fai e assapora le meraviglie della vita, augurandoti di cuore che tu possa trovare persone che non si approfittino della tua ingenuità

PS: maturità presso l’ambasciata superata, continuazione degli studi in Francia, fidanzato….vita!