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Trovare la voce : il tedesco

Una delle cose che accomuna praticamente tutti gli expat, è esprimersi in una lingua che non sia la propria. C’è chi sceglie il Paese in cui si trasferirà proprio perché ha già studiato quella lingua e chi, come me, parte senza saperla, sapendo che la fatica sarà doppia.

A dire la verità a me il tedesco non è mai piaciuto, sono sempre stata appassionata di lingue, imparo e assimilo piuttosto in fretta, ma l’idea di avvicinarmi al tedesco non mi ha mai sfiorato minimamente. Poi invece succede che la vita riservi delle sorprese, e che sia stata proprio Berlino la città in cui la mia avventura da expat è cominciata, e quindi, volente o nolente, questa lingua bisognava farsela entrare in testa, e mi sono davvero dovuta ricredere, perché ora che la conosco meglio, trovo che il tedesco sia una lingua davvero affascinante.

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Naturalmente Berlino è una città particolare, la multiculturalità che la caratterizza fa sì che passeggiando per le sue strade sia spesso più probabile assistere ad una conversazione in inglese, turco, spagnolo e italiano che in tedesco. Con un buon inglese e una base di tedesco si riesce a fare praticamente tutto, ma a me sopravvivere con un tedesco stentato non basta, e quindi da più di un anno vado a scuola due volte a settimana, dopo il lavoro.

Da quando mi sono trasferita qui ho iniziato a pensare in inglese, spesso anche quando sono da sola, nel tempo libero naturalmente la mia mente si mette quieta e torna a prevalere l’italiano, ma c’è sempre una piccola parte del mio cervello che si sforza, e che ogni tanto formula brevi e semplicissime frasi in tedesco, tanto per allenarsi, ma il problema principale resta tirarle fuori queste frasi, farle uscire. Mi è capitato spesso che qualche collega mi si rivolgesse in tedesco, e nella mia testa la risposta si formulasse in tedesco, poi però, al momento di aprire la bocca le parole si bloccavano, e l’inglese accorreva in mio soccorso.

Fino a quando una sera di Novembre sono uscita con i miei colleghi per la tradizionale Feierabendbier (=birra dopo il lavoro), e a una domanda in tedesco sono riuscita a rispondere in tedesco, e da lì…non mi sono più fermata!

Complici due bicchieri di primitivo e uno di limoncello, ho affrontato la mia prima serata completamente in tedesco, e che soddisfazione! Certo il mio è un tedesco molto semplice, con una serie infinita di strafalcioni grammaticali, ma ho ricevuto così tanti complimenti dai miei colleghi, stupiti e sorpresi dalla mia performance linguistica, che sinceramente ho deciso di buttarmi e non preoccuparmene troppo. Da quel momento mi sono imposta di non smettere, e di parlare tedesco in ogni occasione possibile, quando li incontro nella cucina dell’ufficio, in pausa pranzo e quando si esce la sera. Sul lavoro ancora preferisco l’inglese, perché sono più efficace, veloce e credibile. Infatti capita spesso che mentre parlo in tedesco ridano o mi dicano farsi come “Oh, wie süß!” (=oh, che dolce!), che sul lavoro non è esattamente il massimo, ma non demordo!

Sono convinta che quando si impara una nuova lingua, l’ostacolo più grande da superare per riuscire a lasciarsi andare sia quello della timidezza e della paura di sbagliare, ma quando questo muro cade è tutto in discesa, e la soddisfazione è immensa. In bocca al lupo con tutte le vostre nuove lingue da imparare 🙂

Un abbraccio da Berlino,

Tschüß!

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Emma Fenu, un’emergente scrittrice fra i tetti di Copenhagen

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Ho incrociato Emma nella rete  ed è subito scoppiata la scintilla!

Non potevo perdere l’occasione di conoscere il suo punto di vista sulle donne e sull’espatrio ma, sopratutto, non potevo evitare di chiedere ad una mente così raffinata  e sensibile di non occuparsi della rubrica di Libri e Recensioni su questo sito web…buona lettura!

(Intervista di Katia Terreni)

Buongiorno Emma e benvenuta tra noi. Raccontaci di te: chi sei e perché ti trovi in Danimarca…

Grazie Katia per aver voluto conoscere un pezzo della mia storia.

Mi presento: sono Emma Fenu, vivo a Copenhagen per seguire mio marito che lavora presso una multinazionale; precedentemente ho vissuto in Medio Oriente, fra tre anni… chissà!

In Italia ci siamo ritrovati entrambi senza lavoro e abbiamo scelto con fatica, ma anche con l’ebbrezza  dell’avventura, di partire senza nemmeno un contratto, per cercare un portone che si aprisse. Abbiamo bussato e siamo stati ricevuti.

Di che cosa ti occupavi in Italia?

Mi sono laureata in Lettere e Filosofia e ho conseguito un dottorato in Scienze dei Sistemi Culturali con specializzazione in storia delle Arti: ho insegnato in scuole private, sono stata intervistatrice per indagini demoscopiche in un call center, ho realizzato bomboniere.

Insomma, ho vissuto la difficoltà di trovare un lavoro, in qualche modo collegato ai miei studi, in Italia, ossia in qualità di docente, iconografa e appassionata di Storia delle Donne.

Copenhagen ti ha offerto maggiori possibilità professionali rispetto all’Italia? Se sì, potresti aiutarci aemma-fenu-scrittrice-copenhagen capire quali e in che modo sei riuscita a coglierle?

No, le ha offerte a mio marito, che lavora come ingegnere per la Metro. Io ho trovato maggiori opportunità in Medio Oriente. Ho deciso, ad essere sincera, di far diventare questa meta l’occasione per realizzare un obiettivo personale e professionaleimportante che avrei potuto raggiungere ovunque tramite pc: ossia la scrittura, anche con la pubblicazione di un romanzo d’esordio.

Come definiresti la città di Copenhagen, la sua popolazione e l’accoglienza che riserva agli stranieri?

Copenhagen è una città affascinante, multietnica, in cui si sposano il mistero vintage del passato e le conquiste del progresso. La popolazione è gentile, corretta, vive nel rispetto dell’altro. Per essere loro amici intimi, nel caso in cui non si sia introdotti, ci vuole molto tempo, soprattutto se non si conosce la lingua.  Se pur tutti perfettamente in grado di esprimersi in inglese fluentemente, infatti, solo attraverso la caduta di un filtro linguistico si può davvero capire un popolo. Per questo lo stato offre gratuitamente corsi di lingua, alfine di favorire l’integrazione degli stranieri e il loro inserimento nel mondo del lavoro.

emma-fenu-scrittrice-copenhagenDonna all’estero: quali sfumature, a tuo avviso, differenziano un espatrio al femminile rispetto a quello di un uomo?

Dipende dal paese: in Danimarca le opportunità sono esattamente le stesse, in Arabia saudita no. Solo per citare due esempi. Relativamente alla mia esperienza personale, le donne sanno reinventarsi, sono molto duttili e, anche se espatriano per esigenze della famiglia, riescono a ritagliarsi il “proprio posto”, la propria rete di amicizie e il modo  di lavorare.

Io ho iniziato a fare della mia passione lo sferruzzaresciarpe cappelli e maglioni un lavoro, durante il mio primo anno in Danimarca; nel secondo, come ho già accennato, ho deciso di dedicarmi ad un libro e alla scrittura di recensioni e articoli sulla Letteratura al femminile tramite il web, in alcuni casi nelle vesti di “inviata della cultura”.

Se tu potessi scegliere dove vivere (indipendentemente da famiglia e carriera), per quale luogo opteresti e perché

Opterei per questa vita “nomade” per almeno altri dieci anni, forse quindici, ossia cambiare nazione ogni cinque anni: da Berlino a Buenos Aires a Toronto. E, infine, tornare nella mia Italia.

Tre donne rispettivamente di 25, 35 e 45 anni desiderano trasferirsi all’estero: puoi dare un unico – ma illuminante –  consiglio a ciascuna di loro!

Essendo più vicina come età a quella di mezzo, inizio da lei: io non ho figli, ma è la fase della vita in cui, spesso, si è anche mamme.

Cercherei un paese serenamente, poiché i bambini hanno capacità di adattamento e di apprendimento, non solo linguistico, sbalorditive. Opterei per un luogo che possa essere anche a misura di bambino, garantendo buone scuole e un ambiente che insegni al rispetto e al culto della differenza.emma-fenu-scrittrice-copenhagen

Alla venticinquenne regalerei il mondo: con una buona base di inglese può andare ovunque, seguire il richiamo ipnotico dei popoli e dei luoghi, assorbire come una spugna, pur rimanendo se stesse, legate alla propria identità. Il mondo è di chi lo vuole. Eccolo.

Alla quarantacinquenne non darei consigli, come non li darei alla 35enne senza figli, perché ciascuna, in cuor suo, sa cosa cerca davvero, soprattutto se ancora giovane, ma non giovanissima.

Sa se vuole fare carriera, se vuole ritrovare se stessa, se vuole immergersi in una natura incontaminata o in una metropoli.

Sa quali sono le proprie priorità e che è giunta l’ora di seguire sia l’istinto e che il raziocinio, valutando i pro e i contro.

L’insegnamento più importante che ti ha dato l’espatrio. . .

Non c’è una sola Emma. Ce ne sono molte e sono capaci di adattarsi. Non solo, non esiste un limite: si cresce sempre e si impara, a volte con naturalezza, a volte con fatica. Non importa, io sono un essere che si evolve, che segue i battiti del mondo, pur restando una donna sarda.

Perché hai accettato di farti intervistare da Donne che Emigrano all’Estero?

Perché adoro comunicare.

È la mia vita. Scrivo, parlo, insegno. Aspetto di imparare da ognuno, costruendo ponti di parole su cui incontrarci e prenderci per mano.

Raccontaci ancora di te, del tuo espatrio, della tua esperienza di vita in Danimarca o in altri paesi o di qualsiasi altra cosa ti prema parlare. . .  

Forse non sarei mai espatriata, io. Nemmeno a 25 anni, quando ero in procinto di convolare a nozze con il mio primo marito. Il trasferimento non era nei miei piani. Volevo diventare un’insegnante di materie umanistiche, prosaicamente, e coltivavo il sogno di lavorare come ricercatrice all’università. Amavo lo studio e la sperimentazione fra tomi di libri e l’esposizione pubblica dei risultati conseguiti.

Nella sfera privata avrei voluto essere moglie e mamma.

Copertina del libro di Emma Fenu ” Vite di Madri”, Milena Edizioni

Ma la vita cambia le carte.

Mi sono ritrovata per amore del mio secondo marito su un aereo per Amman; non ho, purtroppo, avuto figli; mi sono innamorata del mondo, drogata di una conoscenza che un viaggio non può dare.

Ho imparato a tessere nuovi legami e a mantenere fortissimi quelli preesistenti in Patria.

Ho imparato ad insegnare la mia lingua agli stranieri e ho imparato che siamo tutti un po’ “profughi”, in qualche modo, a prescindere dal luogo.

Ho imparato anche a saper stare da sola e ad usare quel tempo come bene prezioso per intrecciare tutti i fili restati in sospeso, in attesa.

Da questo è nato il mio romanzo “Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità”, da due anni di ricerca sul campo in cui ho raccolto 151 testimonianze di donne che hanno voluto raccontarsi privatamente a me.

Ne sono scaturite 13 storie, da me rielaborate, sul lato oscuro della maternità e sulla capacità di rinascita che hanno le donne.

Che sono Madri sempre, anche se non di bambini, perché hanno l’indole di creare e accogliere.

Oggi sono una donna più consapevole, anche della mia femminilità, rispetto a quel primo viaggio di sei anni fa e ho molto molto ancora da apprendere.

A presto!

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Ma sei felice?

“Ma sei felice in Senegal? Ma lavori?”

Sono le due domande che tutti mi pongono. Amici, conoscenti, parenti, tutti.

In Senegal sono un infermiera esattamente come in Italia , lavoro per una ONG  franco-senegalese, mi occupo di medicina scolastica, screening delle malattie più frequenti e di molto altro ancora. Lavoro con i bambini, cosa che ho sempre amato. In Africa, cosa che ho sempre sognato.

A livello professionale mi sento realizzata.

La mattina affianco la mia super-collega senegalese Yama nei controlli di salute dei quasi 1500 alunni delle scuole del villaggio.

Li pesiamo, misuriamo l’altezza, controlliamo se sono cresciuti rispetto all’anno sei-felicescorso, se i denti stanno bene, se vedono bene, se hanno qualche problema e annotiamo il tutto su dei libretti sanitari offerti dalla ONG che conserviamo gelosissimamente nel nostro studio.  In tutto questo cerco di destreggiarmi il più possibile in una lingua che non mi appartiene e mi sembra sempre più complicata: lo wolof.  Per ora ho raggiunto dimestichezza nelle frasi base come “devi far pipi? Siediti, togli le scarpe, alzati, chiudi un occhio , apri la bocca…” il resto è ancora molto  tentennante, quindi parlo in francese e cerco di farmi capire a gesti dai bambini più piccoli.

Seguo inoltre la costruzione di un nuovo dispensario, finanziato dalla raccolta fondi dell’associazione per la quale lavoro tramite donazioni, mercatini e altri eventi sociali. E cerco di districarmi tra contro-solai, muri portanti e attacchi dell’acqua. Questa costruzione sarà la nostra nuova casa, non è ancora finita e abbiamo già mille progetti per quello che verrà.

Il pomeriggio lo passo spesso tra telefono e computer per organizzare il lavoro con le altre associazioni che lavorano sul territorio e  la rete locale sanitaria, cercando con sei-feliceloro di risolvere i piccoli e grandi problemi di salute dei miei bambini, organizzando visite mediche, consulti a distanza e un follow-up dei casi più critici. Cerco di fare un buon lavoro di ricerca e di raccolta dati, perché questo lavoro rimanga nel tempo con delle basi solide, fondate su dati medici e non solo su parole. In queste ultime settimane in aggiunta seguo delle associazioni italiane e francesi  arrivate in missione per un brevi periodi, dalle quali cerco di trarre insegnamenti preziosi e alle quali cerco di dare una mano per quello che posso. L’unione fa la forza, soprattutto qui.

Qualche sera a settimana lavoricchio nel ristorante dove lavora il mio fidanzato. Purtroppo non ho uno stipendio diplomatico e a fine mese ci si deve arrivare anche in Africa.

Chi mi chiede se sono felice vorrei che vedesse i sorrisi dei miei bambini, che ascoltasse le loro grida di saluto appena mi vedono entrare a scuola, che sentisse il calore delle loro carezze e i baci umidi che solo un bambino può dare.

Così alla loro domanda rispondo semplicemente:” Non ti immagini neanche quanto!!!!”

      Francesca alunni   francesca scuola    sei-felice

 

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I due Natali di Praga

La Repubblica Ceca si autodichiara il paese più ateo d’Europa eppure qui, di Natali, ne abbiamo addirittura due.

Il primo Natale è una festa dedicata a San Nicola: se passeggiate per le strade di Praga il 5 Dicembre, sicuramente incontrerete il Vescovo Nicola, un vecchio vestito di rosso con una lunga barba bianca, accompagnato da un angelo biondo e da un diavolaccio rosso e nero armato di forcone e catene. San Nicola e la sua cricca si avvicinano ai bambini domandando se sono stati buoni. I bambini buoni ricevono regali e dolci, mentre quelli cattivi sono rapiti dal demonio che li libera solo dopo che hanno mostrato pentimento e volontà di diventare buoni.

La prima volta che ho assistito a questa scena volevo intervenire perchè i bambini si spaventano e piangono disperati davanti al diavolo che li vuole rapire. Le mie amiche ceche dicono che è una tradizione e che non c’è nulla di cui preoccuparsi. Cercherò di non preoccuparmi.

Il secondo Natale si celebra a Praga il 24 Dicembre. Dopo un copioso pranzo consumato in famiglia, arriva Gesù Bambino che lascia i regali sotto all’albero, rigorosamente vero, decorato in salotto. Questa volta i regali sono per tutti e si scartano immediatamente. I giorni seguenti sono dedicati alle visite dei parenti ed allo stare insieme.

 

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La Repubblica Ceca non è un paese cattolico ma anche qui la tradizione è di mangiare “magro”: il piatto tipico del 24 Dicembre è la carpa fritta con una ricchissima insalata di verdure che assomiglia molto alla nostra “insalata russa”. Questo piatto è così tipico del Natale che quando lo si mangia fuori stagione, tutti i cechi dicono “Ah, ma questo è un piccolo Natale!”.

due-natali-pragaEcco la ricetta della Carpa fritta con insalata di Natale

Ingredienti

4 porzioni di carpa di 150 g

Farina 00

2 uova

2 cucchiaio di latte

pangrattato

strutto per friggere

limone

sale

Ingredienti per l’insalata di verdure:

1 kg di patate da insalata

4 carote

1/4 kg di sedano rapa

4 uova

200 g di pisello surgelati o in lattina

200 g di prosciutto cotto non tagliato

150 g di cetrioli sott‘aceto

150–200 g maionese

sale e pepe

Cuocete le patate nella buccia (l’ideale sarebbe il giorno precedente) finché pungendo con il coltello sono morbide. Sbucciate le patate, lasciatele raffreddate e tagliatele a cubetti di 1 centimetro.

Cuocete le carote, i piselli surgelati ed il sedano rapa nell’acqua salata 1o minuti. Togliete dall’acqua, lasciate raffreddare e tagliate a cubetti. Preparate anche le uova sode e tagliatele cercando di non sbriciolarle troppo.

Tagliate a cubetti anche il prosciutto e cetrioli. Mescolate attentamente tutti gli ingredienti tagliati in una ciotola e pian piano incorporate la maionese e un po’ dell’aceto dei cetrioli. Aggiustate di sale e pepe.

Salate le porzioni della carpa, passatele prima nella farina, poi nelle uova frullate con latte e sale ed infine in pangrattato. Friggete nello strutto o nel grasso su tutti i lati finché la carpa non è diventata dorata e croccante. Scolate la carpa su carta assorbente ed impiattate carpa ed insalata non dimenticando uno spicchio di limone.

Questa insalata ha tante varianti quante sono le famiglie della Repubblica Ceca: qualcuno aggiunge il mais, altri la cipolla, altri la senape. Qual è la ricetta più buona? Sicuramente è quella che vi piace di più!

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Primi passi a Berlino

A Berlino trovare casa è un problema. E se non trovo casa non posso neanche cercare bene un lavoro, un centro di yoga e un equilibrio, ma tutto e subito figlia mia - mi dico - non può essere. Pazienta e impara. Sto facendo amicizia con persone proprio belle, incontrate per caso. La barista della caffetteria sotto casa, sembra che ci conosciamo da una vita, ci confidiaSono stanchissima.
Sveglia presto, meditazione, scuola, e corsa e messaggi per vedere stanze e case.
Piumino (!) e maglione. Già.
Colloqui, con domande “ti droghi”?, in cui la risposta desiderata non è sempre “no”.
Comunque no, non mi drogo, m’abbutta.
A Berlino trovare casa è un problema. E se non trovo casa non posso neanche cercare bene un lavoro, un centro di yoga e un equilibrio, ma tutto e subito figlia mia – mi dico – non può essere. Pazienta e impara.
Sto facendo amicizia con persone proprio belle, incontrate per caso. La barista della caffetteria sotto casa, sembra che ci conosciamo da una vita, ci confidiamo davanti al caffè italiano che mi prepara macchiato a forma di cuore (!).
Il ragazzo napoletano da cui ho visto oggi una stanza, un’ora a parlare napoletano, mi ha vista così stanca che mi ha accompagnato in macchina (!) a casa.
L’amico romano di un’amica, che oggi mi ha preparato un fantastico piatto di pasta aiutandomi a scrivere un profilo per il famigerato sito delle case in condivisione, che il dio a cui non crede lo benedica sempre.
Ma la cosa più forte di oggi mi è successa a scuola.
Alla domanda della conversazione in classe per imparare gli avverbi “woher kommt deine familie?” (da dove viene la tua famiglia), ho risposto – e giuro senza pensarci – “meine familie kommt aus Sizilien” (la mia famiglia viene dalla Sicilia).
A questo punto la prof domandava a noi random da dove venisse la famiglia di un altro, e un ragazzo mediorientale ha detto di me: “seine familie kommt aus Syrien” (la sua famiglia viene dalla Siria).
La prof l’ha corretto e io mi sono sentita una merda. Nella pausa abbiamo parlato. Lui viene dalla Siria, come tanti altri in classe.
E le mie preoccupazioni sulla casa e sulla difficoltà del tedesco mi sono sembrate odiose, davanti alla foto di sua figlia che vive a Damasco. Sta spingendo per il ricongiungimento familiare.
Mi ha detto che ha tanti pensieri quanto i suoi familiari in Grecia, Turchia, Italia e Siria, ma che andrà bene per tutti noi. Ha detto NOI.
Alcuni compagni di corso vengono dalla Polonia, dalla Svezia, altri dalla Bosnia, mentre il mio vicino di banco da Chicago, sto messa così male col tedesco (come tutti del resto), che ho realizzato che parliamo in ammerricano e ci capiamo alla grande (ho sempre pensato che l’inglese americano non fosse alla mia portata, e invece).
Ed io sono grata, sotto questo cielo grigio e freddino, col mal di pancia delle difficoltà iniziali, di stare in mezzo a tutto il mondo, per dimenticarmi di me.
Mi sto arrampicando. Al tedesco, alle nuove abitudini, alla casa, ai colloqui, alle cose belle e meno belle, alla valigia poggiata ancora a terra, al mio smalto smangiucchiato, a un milione di lingue, colori, modi di vivere, fissazioni, sorrisi, così piccola da scomparire e riapparire a me, piccola, sveglia e scuola, corri, zaino in spalla, appunti, come cazzo si pronuncia, quartieri dove cercare casa, la bici, la differenziata, la Sbann e la Ubann, la sim card crucca.

Stasera, mentre ero in macchina col mio nuovo amico napoletano, con una musica deliziosa, ho realizzato di essere a Berlino, mentre la torre di Alexander Platz divideva il tramonto a metà. Porca miseria, sì, sono qui.
E da qui vi bacio, piccola piccola.

Guru Guru Wahe Guru Guru Ram Das Guru

 

Apfel-rotkohl Gulasch turingia

Apfel-Rotkohl

Quando si parla di cavoli e Germania è quasi automatico pensare al celebre Sauerkraut (il crauto fermentato) che accompagna Bratwurst o Frikadellen (una sorta di polpetta di macinato).
Oggi voglio presentarvi qualcosa di un po’ diverso: si tratta di una preparazione tipica della Turingia dal sapore natalizio, che ben si accompagna anche al classico Braten (arrosto) oppure ai Kloße (dei grossi gnocchi di patate ripieni di crouton o di verdure oppure ancora di carne).
Si tratta del cavolo rosso stufato con la mela e i chiodi di garofano – in tedesco Apfel-Rotkohl -, un classico che non manca mai sulle tavole imbandite in questo periodo dell’anno e che è in grado di mettere d’accordo veramente tutti, anche i più scettici… insomma: provare per credere!

Apfel-Rotkohl-turingia

Ingredienti:
1 cavolo cappuccio rosso
3 cucchiai d’olio
2 mele piccole
1 cipolla
2 cucchiai di aceto di vino
1 cucchiaio di zucchero
4 cucchiai di vino rosso
2-3 chiodi di garofano
1 foglia di alloro
2 cucchiai di farina (per far addensare)
¼ lt di acqua

Procedimento:
tagliare il cavolo cappuccio a listarelle sottili e lavarlo sotto l’acqua corrente, poi metterlo da parte. In un’ampia padella far scaldare l’olio poi aggiungere la cipolla tagliata a velo e la mela tagliata molto piccola. Una volta che queste sono dorate, aggiungere il cavolo e coprire un paio di minuti, prima di aggiungere l’aceto, lo zucchero, il vino e le spezie. Far cuocere una decina di minuti, prima di aggiungere l’acqua e la farina, mescolare affinchè questa ultima non faccia grumi e coprire. Far cuocere a fuoco medio-basso per almeno altri 40 minuti.
Servire tiepido.
Attenzione! Il giorno seguente è ancora più buono, quindi provate a resistere alla tentazione di spazzolarlo tutto e gustatelo intiepidito il giorno seguente, magari con del buon pane tostato. Credetemi: é davvero una piccola leccornia semplicissima da preparare ma in grado di stupire anche gli ospiti più scettici!

A Natale puoi

Ogni paese ha un modo proprio di vivere le festività, una maniera diversa di approcciarsi al clima elettrizzato che precede una celebrazione e anche (o forse soprattutto) nel caso del Natale la Germania non fa eccezione.

Avvento Germania 01Chi non ama il Natale, dopotutto? Oltre al Grinch e a qualche musone sto iniziando a pensare che prima o poi questa festa entri nel cuore di tutti. Io stessa – che sino a pochi anni fa non potevo certo dirmi entusiasta all’idea di fronteggiare stuoli di parenti e una quantità non indifferente di cibo che di vegano aveva poco o nulla – ho iniziato lentamente ad approcciarmi a questa giornata in maniera diversa. Non essendo più obbligata a presenziare a riunioni di famiglia e a buffe celebrazioni di paese, insomma, ho avuto la possibilità di riconciliarmi con una giornata che – diciamocelo – non godeva della mia simpatia. Sicuramente, poi, il clima di tiepida festività che si respira qui ha aiutato.

Ma facciamo un passo indietro..

Importanti forse quanto il giorno di Natale sono l’attesa e la preparazione – spesso anche in chiave religiosa o spirituale – che lo precedono. In questo caso, quindi, si parla di Advent (Avvento), declinato anche in Adventskalender (calendario dell’avvento) e Adventskranz (Corona dell’Avvento). Ogni domenica prevede riti e preghiere particolari e ogni confessione cristiana ha un modo diverso di celebrare questo particolare periodo dell’anno. Chi – come me – non celebra il Natale in chiave religiosa ma lo vede solo come una giornata da passare con persone speciali ricordandosi quanto sia bello stare insieme, salterà la parte liturgica a piè pari e si concentrerà sul resto. Perché – come sicuramente avrete inteso – c’è dell’altro.

Domenica 29 novembre si celebra l’Erster Advent, cioè la prima delle quattro domeniche di Avvento e in quasi ogni casa verrà accesa la prima candela della Corona dell’Avvento Avvento Germania 02 prima di far colazione tutti insieme, ridere, chiacchierare e iniziare a godere di questa tiepida atmosfera di festa. Il buffo è proprio questo, sapete? Nonostante l’innegabile parapiglia creato dai vari Weihnachtsmärkte (i mercati di Natale, ormai celebri un po’ dappertutto…), trovo ci sia qualcosa di molto accogliente e paradossalmente intimo in questo periodo dell’anno. C’è la trepida attesa che precede lo scoprire cosa ci riserverà il nostro Adventskalender ogni giorno, c’è questa bizzarra sensazione di pace che ti invade ogni domenica, mentre bevi il tuo caffè leggendo lo Spiegel seduta al tavolo sorridendo quando – una volta alzato lo sguardo – vedi la fiammella danzare. C’è quel genere di contentezza che ti scalda il cuore e ti fa affrontare meglio la settimana, quel genere di pace che ti fa sospirare contenta persino quando il treno è in ritardo e devi correre al lavoro.

Avvento Germania 03

Come avrete capito, quando mi sono trasferita ero piena di grinchitudine, ora sorrido come un’imbecille di fronte all’idea di inaugurare il mio Tee-Adventskalender il primo dicembre, mi fermo spesso a osservare la giostra coi cavalli che montano a Erfurt per l’occasione e non vedo l’ora di tornare ad Amburgo per fare altre foto al Mercatino che allestiscono davanti al municipio. Nonostante l’evidente vena consumistica e spesso esagerata del tutto, insomma, la gioia dello stare insieme rende il tutto un po’ magico, quasi fiabesco, con quella punta di romanticismo tutto tedesco che ti fa fermare in mezzo alla piazza perché la ruota panoramica illuminata, i bambini che urlano di gioia e i gruppi di amici che sorridono davanti a una tazza di Glühwein sono uno spettacolo che va goduto appieno. Ogni volta che è possibile. Magari con una tazza di Punch e un paio di amici a rendere il tutto ancora più speciale.

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Mamma ho perso…i pets a Perth!

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Violet

Dunque, cosa fare quando i tuoi adorati pets hanno deciso di andarsene a zonzo da soli dopo solo una settimana in vostra compagnia? Abbiamo, infatti, nostro malgrado scoperto che Rusco è un esperto del “salto del cancello” e “distruggo il cancello”, Violet una maga del “mi faccio piccola piccola e passo tra le sbarre del cancello” oltre che del seguire il suo fratello adottivo nelle scorribande.

Cosa fai? Scoppi a piangere disperata immaginando scenari in cui sono entrambi in pericolo, giri tutto l’isolato gridando i loro nomi e sbatacchiando un sacchetto di croccantini (lo so, non sono come i gatti, ma ci ho provato lo stesso), mobiliti i vari amici della tua zona che partono alla ricerca dei tuoi adorati bipedi, invadi i vari gruppi facebook sulla compra/vendita dela tua area di post su Rusco e Violet sperando che qualcuno li ritrovi (e te li voglia restituire soprattutto!), ovvio. E ti rimbocchi le maniche, cerchi i canili della zona e ti fai una cultura sui servizi che ti possono aiutare.

Premessa: Perth è divisa in tante “locality”, diverse “localities” formano un “local governemnt” a loro volta suddiviso in “city”, “town” or “shire” a seconda che si trovino nella zona considerata urbana, in centro o zona suburbana/rurale rispettivamente. La nostra famigliola vive nella City di Gosnells. Ogni city ha al suo servizio dei Rangers il cui compito è quello di ritrovare e recuperare pets vaganti, di portarli nel canile locale e trovarne il proprietario. Fine della premessa.

Tutti i cani devono avere, per legge, il microchip con i dati dell’attuale padrone. Il microchippaggio ha un costo, ultimamente si aggirava sui 35$.  Cliniche veterinarie e i Rangers sono in grado di risalire ai contatti dei proprietari semplicemente scannerizzando il chip. Rusco e Violet, provenendo da un canile, hanno già il microchip con i nostri dati. Sospiro di sollievo.

Quindi mentre il marito è in giro ad urlare cercare Rusco e Violet, io, in lacrime, chiamo il numero afterhours (era sera tardi) dei Rangers della city di Gosnells, gli descrivo fino all’ultimo pelo i due cani e gli dico il numero di microchip e nostri dati, giusto per render loro la vita ancora più facile. Nel caso li trovino o vengano portati al canile ci contatteranno immediatamente.

“Il suo cane è registrato?” – mi chiedono.

I cani devono essere registrati all’anagrafe canina della city in cui risiedono e noi non lo abbiamo fatto. Ops. Se Rusco e Violet vengono portati in canile rischiamo una multa di 500$. Ok, li registreremo il prima possibile, ma per ora ci basti riaverli sani e salvi!

La registrazione ha un costo  differente a seconda che il cane sia sterilizzato o meno e dalla durata per cui si vuole registrare il cane in quella city, 1-3 anni o per tutta la vita (perchè registrare il cane solo per 1 anno??!).

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Rete per evitare che Rusco salti il cancello

Tutto è bene quel che finisce bene: la signorina Violet ha deciso di tornare a casa da sola; Rusco è stato riportato a casa da una signora la mattina seguente dopo  averlo accolto, sfamato, dissetato e fatto dormire nel suo letto ha notato il post su facebook ed era pronta a bussare casa per casa della via in cui abitiamo (non avevamo scritto l’indirizzo esatto nell’annuncio su facebook) decisa a trovare l’umano di Rusco. E noi ci siamo fatti una cultura su come funziona la city in relazione ai pets e su come evitare che i signorini scappino ancora.

 

 

 

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Un salto nel Buio

Non sono nuova ad emigrare.

Iniziai nel lontano 2008 con l’Erasmus in Portogallo e si può dire che non mi sia praticamente più fermata. Tra un paese europeo e l’altro, ormai da due anni e mezzo mi trovo sullo Scoglio, anche chiamato Malta. Qui ho lavorato un anno e mezzo per una scuola di inglese e ora sto in una multinazionale, dove ho capito che non è il lavoro della mia vita e che sono fatta per fare altro e non stare 8 ore dietro una scrivania al computer. Da qualche tempo ormai sentivo il bisogno di cambiamento anche se a Malta si vive bene, il clima è piacevole, il paesaggio mozzafiato e le tasse sono basse (dettaglio non trascurabile), ma rimane comunque molto piccola e, per alcuni aspetti, limitata; d’altronde “se non ti piace dove sei, cambia, non sei un albero”, no?. E così faremo: il mio ragazzo, compagno di vita  da quasi una vita, lavora nell’ambito umanitario e, dopo un periodo medio-lungo a Tel Aviv, ha trovato un tirocinio ONU in Cambogia, a Phnom Penh, che inizierà a febbraio: siamo super elettrizzati e ovviamente io andrò con lui. L’abbiamo saputo da poco e stiamo ancora aspettando l’ufficialità e tutti i documenti di cui necessita per iniziare ad organizzarci.

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La prima sensazione che ho provato è stata sollievo. Per lui, prima di tutto. Aveva così bisogno di una svolta nella sua carriera che mi sentivo frustrata io al suo posto. Subito dopo ho provato sollievo per me stessa perché iniziavo ad avere paura di rimanere rinchiusa a Malta anche se avevamo già in progetto di cambiare paese. “Ma cosa fai Eride, lasci un lavoro sicuro per un salto nel buio?” Sì, sono ancora giovane (28 anni e non sentirli!) e posso permettermelo ora che non ho una famiglia e non ho impedimenti (sia chiaro, penso che anche con famiglia si possa fare una scelta del genere). Un lavoro sicuro non è tutto, arrivare a casa dopo il lavoro mezza frustrata e vuota dentro non vale lo stipendio.

Gli amici di una vita mi hanno dato della pazza ad andare tanto lontano, ma sanno che sono così, quindi in qualche modo se l’aspettavano. Non ho ancora iniziato a cercare nulla, né lavoro né casa, e, ad essere sincera, stiamo aspettando per scaramanzia i documenti e poi perché.. non so da che parte iniziare!

È davvero un salto nel buio perché fino ad ora ho emigrato in Europa, quindi culture abbastanza vicine alla mia. Ora andrò a 13 ore di volo da dove sono cresciuta e dove ho tutti gli affetti di sempre, ma sarò con l’amore della mia vita, è la sua occasione. Sono spaventatissima, bloody scared come dico ai miei colleghi quando mi chiedono come mi sento, ma sono altrettanto elettrizzata e agitata; quell’agitazione da mal di pancia e giramento di testa.

Ora come ora non riesco a pensare ad altro che “chissà cosa mi aspetta!”, sono curiosissima e aspetto vostri consigli e un vostro appoggio!