scuola,dublino

Dublino e la scuola “Educate Together”

E’ trascorso un po’ di tempo dall’ultima volta che ho scritto per Donne Che Emigrano all’Estero e sembra che oggi  sia arrivato il momento per tornare a farlo. Per prima cosa, voglio dire che sono contenta di fare parte di questo gruppo, e di poter condividere con voi le mie storie, su questo nuovo portale.

Dunque, tempo fa, avevo sollevato i miei dubbi rispetto alla scuola cattolica che frequenta mia figlia. Vi avevo detto anche che ne apprezzavo alcuni aspetti, tra cui, la divisa scolastica, la qualità di comunicazione tra genitori e la scuola,irlanda, expatmaestra,  e la struttura delle lezioni in classe.

Quello che però faccio fatica a condividere appieno, è che la scuola cattolica costringa i maschietti a separarsi dalle femminucce già a partire dalla Firts Class (prima elementare). Infatti i maschietti, dopo un iniziale percorso scolastico in cui si trovano insieme alle femminucce (solitamente durante i primi due anni del Junior e Senior Infants), vengono mandati nelle scuole maschili, e la  scuola d’ origine diventa così esclusivamente femminile.

Ora, durante tutto questo periodo ho pensato a lungo a quello che dovevo fare rispetto al cambio della scuola, perché non ho proprio alcuna intenzione di fare vivere a mia figlia questa completa e costante assenza maschile dalla sua vita! Ho parlato con lei, rispetto alla possibilità di una nuova scuola e sono riuscita così a mettere il suo nome nella lista per la scuola multidenominational.

Questo tipo di scuole, dovete sapere, sono gestite da gruppi di genitori, e sono state fondate negli ultimi anni per creare un’ alternativa all’istituzione scolastica cattolica.

In Irlanda esiste un organismo che incorpora tutte queste scuole che va sotto il nome di Educate TogetherLa notizia che oggi riporto con estremo piacere, è che mi hanno confermato che Asia è prima nella graduatoria del prossimo anno, questo significa, che comincerà a frequentare la scuola Educate Together da settembre 2016. La cosa ancora più incredibile è che lei sembra esserne entusiasta. Le hodetto che farà nuove amicizie e che non dovrà più mettersi la divisa scolastica (quest’ ultimo punto credo l’ abbia convinta maggiormente).

Nel frattempo, continua ad andare a scuola insieme ai compagni degli scorsi anni. A quanto pare, la preside della scuola, ha deciso di estendere ancora un altro anno per i maschietti, per cui, per questo anno godranno ancora della reciproca compagnia.

Io non potevo essere più felice di così. Asia, invece, continua il suo percorso scolastico, camminando con le amichette di sempre ed aspettando di iniziare presto una nuova avventura!

francesca-yale-expat

USA, Yale: il sogno americano si avvera!

“Anche un viaggio di mille miglia inizia sempre con un primo passo…”

Mi chiamo Francesca, sono di Bologna e alla fine di ottobre mi trasferirò negli Stati Uniti, precisamente a New Haven, sulla East Coast, ad un’ora e mezza di macchina dalla Grande Mela e vicino alla cittadina universitaria di Yale. Tutto è cominciato circa un anno fa…

Mio marito Nico è un astrofisico ma, purtroppo, nonostante faccia questo lavoro ormai da parecchio, finora non è mai riuscito ad ottenere un posto stabile in Italia, così abbiamo deciso di comune accordo di cominciare a fare domande anche altrove.

I mesi passavano e, con l’accumularsi di occasioni mancate per un soffio, aumentava anche il nostro sconforto, eravamo decisamente scoraggiati.

yale-university-francesca-expatE poi, all’improvviso, arrivò quella sera di giugno, quella sera che non dimenticherò mai, quella sera in cui i nostri pensieri erano lontani anni luce dal lavoro, dai rifiuti, dai problemi… quella sera in cui, esattamente come da copione, è arrivata un’email dall’Università di Yale con una proposta di lavoro.

Che dire?  L’occasione della vita!  Di quelle da prendere al volo, un treno che passa una sola volta! E così eccoci qua, catapultati in un attimo in quest’avventura tutti e quattro, eh sì perché abbiamo anche 2 gatti, Anubi e Minerva che, ovviamente, verranno con noi.  Ed un’avventura lo sarà decisamente, per mille motivi: una nuova cultura con cui fare i conti, un nuovo modo di pensare e di vivere, nuove abitudini, nuova casa, finalmente imparerò davvero l’inglese, potrò entrare in contatto con persone provenienti da tutte le parti del mondo e fare nuove amicizie, trovare un nuovo lavoro, avere la possibilità di andare spesso a New York, la città da me sempre adorata, preferita su tutte ed ora
così a portata di mano.

In concomitanza con l’apertura dell’anno accademico, a metà settembre siamo già andati una settimana a New Haven per cercare casa, e devo dire che non è stato così facile. Nel Connecticut, infatti, le case multifamiliari sono tutte in stile New England e risalgono al 1900, quindi se trovi quelle ristrutturate o comunque tenute bene negli anni, è fatta, altrimenti l’impresa si complica non poco, perché rischi di doverti accontentare di una casa adorabile da fuori, ma decisamente “old style” all’interno.

Comunque alla fifrancesca valigia con gattone l’abbiamo trovata, quasi allo scadere del tempo che avevamo a disposizione, ma l’abbiamo trovata, un problema in meno di cui preoccuparsi nella lista infinita di cose da fare.

Sinceramente devo dire che tutto questo rappresenta per me un susseguirsi di emozioni contrastanti già da adesso. Sono senza dubbio molto contenta per quello che mi aspetta, ma allo stesso tempo anche spaventata di non riuscire ad integrarmi, a stringere nuovi rapporti e, soprattutto, ho paura della nostalgia, della nostalgia dei miei genitori, delle mie abitudini, della mia città, dei miei amici.

Certo, preferirei vedere solo i lati positivi, avvertire solo una pulsante felicità, ma sono anche contenta di provare altro, questo mi sta dando la possibilità di capire ancora meglio chi e che cosa è davvero importante per me. Dopotutto non è un cambiamento ban
ale questo, non è come cambiare casa, non è neanche come cambiare città rimanendo in Italia, è molto di più, non sarebbe normale viverla diversamente.
Morale della favola, direi che posso farcela anch’io!

Avanti tutta versa la nuova vita che ci aspetta, senza rimpianti, senza rimorsi, senza voltarsi indietro!

pechino-strada-cina-valentina

Pechino: 12 anni da expat in Cina

Vittima del mercato del momento e speranzosa in una facoltà che mi potesse dare lavoro dopo la laurea, mi iscrissi a studi orientali.
Scelsi poi di frequentare il corso di cinese e da lì un lungo percorso di studio: caratteri e cartellini appiccicati sugli oggetti per imparare a riconoscerne il nome!
Il  primo arrivo a Pechino avvenne nella lontana estate del 2000 per frequentare un corso estivo. Inutile dire che l’impatto fu  devastante! Sarei voluta ripartire immediatamente e non tornarci mai più…ma come vedete,  sono ancora qui.
Nel 2003 mi trasferii di nuovo a Pechino  insieme alle mie amiche Giulia e Michela per un biennio di specializzazione all’università delle lingue.  Nel 2004 incontrai Paul, quello che sarebbe diventato poi mio marito e, nel 2005, poco tempo prima della nascita di mio figlio, decidemmo di tornare in Italia. Siamo rimasti poco più di un anno e poi la Cina mi ha richiamata all’ordine! È stata molto dura tornare a Pechino il mio bambino  Francesco di appena un anno e mezzo, cercare casa, cercare lavoro e sintonizzarsi di nuovo con gli amici lasciati in questa metropoli.
Tra il  lavoro in ambasciata all’ufficio di cooperazione (lavoro  sperato e desiderato all’epoca) e tra tante altre difficoltà ed
incertezze contrattuali, nel 2010, nasce Riccardo, il mio secondo figlio. Un’altra volta decido di smontare la mia vita, di ritornare in Italia e di provare ad andare a lavorare in un altro paese.
E ancora la Cina mi ha bussato alle spalle ed  sono ritornata, questa volta con tutta la prole:  Francesco, Riccardo di poco più di Pechino piazza Tienamendue mesi e la mia immancabile mamma che corre e scappa ogni volta che abbiamo bisogno di qualcosa.
Questa volta, a differenza delle altre, c’erano molte più persone che stavano cercando una  casa dove vivere, ma noi, in soli tre  giorni e  grazie anche all’aiuto di un’amica cinese, siamo riusciti a risistemarci. La mia priorità  sono sempre stati i bambini e la stanza più bella di casa è diventata  la loro cameretta.
Ora siamo qui, a Pechino. Stanchi forse di tutto, desiderosi probabilmente di cambiare.   Come tutto e come in tutte le parti del mondo la routine prende il posto dei desideri.  Mi viene sempre da ridere quando qualcuno in Italia mi chiede incuriosito: “‘ma lì come vivi? Che mangi?“mio figlio Francesco risponderebbe: “come tutti…noi siamo italiani!“.
Vivere da expat a Pechino è diventato per me molto difficile ultimamente: complice l’euro svalutato, i 36 anni suonati, i numerosi impegni e il lavoro che non mi piace più (ma per fortuna c’è).
La solitudine sta diventando una  costante, i numerosi amici se ne stanno andando e sento sempre meno mia questa città. Il weekend diventa  impegnativo da organizzare anche perché le cose da fare sono sempre le stesse e il lunedì mattina preferirei sprofondare nel materasso piuttosto che  alzarmi ed andare a lavorare!
Spero sia solo una fase, ma la cosa preoccupante è che sta durando già da un po’ di tempo. Le recenti vacanze in Italia mi hanno donato  un po’ di energia ma, al rientro in Cina,  mi sono  abbandonata alla malinconia degli affetti lasciati.
Da  qui, se ti affligge la malinconia, ci sono undici ore di volo tra te e la tua casa di origine e  non è sempre facile improvvisare un viaggio e prendere un aereo così, sui due piedi!
thanksgiving-canda-expat

Thanksgiving, Canada: 1000 ragioni per dire “grazie”

photoIl 12 ottobre si festeggia in Canada il Thanksgiving. Una tradizione tutta nuova per me e nel cui spirito riesco ad entrare ancora poco seppure lo senta contagioso. Qui è un evento importante tanto quanto il Natale. Un rito, un momento di riflessione, di condivisione.

E’ diversa dall’omonima festività americana che si festeggia a novembre. Non si celebra “l’incontro” con i nativi (mi verrebbe da dire con che coraggio si possa fare, ad avere un minimo di cognizione storica). Questa festa affonda le radici in una cultura contadina dove le buone stagioni facevano al differenza tra la vita e la morte. Qui si festeggia il raccolto, la famiglia, la gratitudine per ciò che si è avuto, che si è riusciti ad ottenere nei mesi buoni di sole e abbondanza per affrontare l’inverno, il periodo più buio e difficile della natura. Gente sorridente con torte di zucca in mano cammina per il quartiere andando a trovare amici e parenti, ti salutano e ti augurano un “Happy Thanksgiving”. Per tutti i giorni precedenti non si fa che parlare di questo: tacchini ripieni, ricette tradizionali, biglietti d’auguri confezionati a scuola, “tu dove vai?” “io lo festeggio con i miei, li vado a trovare per il long week end a Toronto/a Winnipeg /a Kelona…”. 3 o 4 ore d’aereo non sono nulla, purché si stia insieme.
Nonostante sia una tradizione nuova per me, ammiro molto una società che per un giorno ferma tutto per dire Grazie.
Dire Grazie, dedicare a questo atto un giorno speciale dell’anno significa molte cose. Significa riconoscere che senza l’aiuto degli altri non avremmo ottenuto lo stesso risultato. Significa riconoscere i propri limiti individuali ed esaltare i valori di solidarietà e cooperazione su cui si basa una comunità sana. Significa dare importanza alle relazioni, significa aver capito che il sostegno quotidiano o occasionale che riceviamo è importante, significa non dare per scontato che gli altri ci siano.thanksgiving-canada
Ringraziare è una presa di distanza dal narcisismo, l’egocentrismo e l’individualismo che hanno spesso il sopravvento nei rapporti interni alle nostre società.
Fermarsi un giorno, preparare cose buone per riunire intorno alla tavola le persone che amiamo, prendersi del tempo per riflettere su ciò di cui possiamo e dobbiamo essere grati è una grande cosa. E’ un balsamo per l’anima che si arrovella su quello che vorrebbe, sui suoi desideri, sulle ambizioni, sui traguardi ancora da raggiungere. Tutte cose giuste, umane, ma che devono trovare un equilibrio nel nostro cuore affinché non si trasformino in sterile cupidigia e possono farlo solo se bilanciate dalla consapevolezza che abbiamo già avuto molto, moltissimo.
E’ il mio secondo Ringraziamento qui. Ne ho di cose di cui essere grata. Noi tutti ne abbiamo se ci pensiamo bene. Allora happy Thanksgiving anche a voi!

oslo-tatiana-expat

Tatiana: destinazione Oslo, Norvegia

La prima volta che sono venuta ad Oslo a vivere era nel 1998: tenete a mente che era l’epoca pre-internet, pre-mail e  pre-cellulari.

oslo-norvegia-expatIl mio primo, importantissimo, lavoro me lo sono trovato mandando da casa mia, a Novara, uno striminzito CV a tutti gli alberghi della città. A ripensarci oggi mi viene da ridere: sapete come ho trovato gli indirizzi? Adesso ve lo dico: mio padre aveva in dotazione dalla ditta dove lavorava una carta di credito della Diners che gli avevano dato assieme ad un libricino con gli indirizzi dove accettavano la carta – e dove poteva avere delle agevolazioni- Fu in quel libricino che trovai  i nomi delle strutture alberghiere della Norvegia. Dopo l’invio del mio CV fui  contattata per telefono da quello che divenne poi  il mio capo, e che mi domandò durante il colloquio  se avremmo potuto vederci la settimana successive. Io gli risposi di sì, chiedendo solo che mi  desse  il tempo di comprare il biglietto dell’aereo.

E così fu: zaino in spalla, una valigia, e sono partita per il Nord.

Alla fine del colloquio, il futuro capo mi domanda: “cosa farai se io non ti assumo?” Non ricordo la mia risposta, ma credo che si mise  una mano sulla coscienza e mi firmò un contratto di lavoro.

Quell’anno, gli italiani registrati all’Aire in Norvegia erano 500. Oggi,  sono 4800 quelli registrati, ma
forse sono  il doppio se si calcolano anche quelli che ancora non sono iscritti all’albo dei residenti all’estero. Le cose adesso sono molto cambiate rispetto al 2008: le difficoltà  nel trovare un lavoro –  anche qui, in quello che tutti pensano sia il paese dove si diventa ricchi da subito e senza sforzo – sono sempre piu’ in aumento. Quello che fa la differenza è  la conoscenza della lingua norvegese. E’ vero che praticamente tutti parlano inglese ad un ottimo livello, ma non in tutti gli ambiti lavorativi basta l’inglese per essere assunti. Io sono cresciuta con mia madre  in Italia, che mi ha parlato sempre e solo in norvegese, e le ho sempre risposto solo in italiano, ma adesso, ovviamente, la ringrazio per essere stata lungimirante, sapeva che prima o poi mi sarebbe servito. Nonostante ciò ho impiegato un anno, tra un lavoretto extra e l’altro, per trovare qualcosa di definitivo. So che adesso la strada è in discesa , o perlomeno in pianura. Su internet faccio parte di un gruppo formato da italiani, alcuni si trovano  qui da tre mesi, altri da 20 anni, e scriviamo di cose che possono interessare chi ha intenzione di trasferirsi qui o anche solo per chi è un amante della Norvegia a livello turistico.Tutti i giorni riceviamo messaggiOslo fiordo casetta banca  di persone che dall’Italia vogliono tentare di venire al Nord per cercare lavoro, e  a tutti diciamo di pensarci bene, perché Oslo – e in generale la Norvegia – sono carissimi, si fa presto a spendere i propri risparmi durante il periodo di ricerca del lavoro. Bisogna cercare le offerte sui motori di ricerca e sperare magari in qualche intervista via  Skype. Se voi siete tra coloro che cercano di trasferirsi qui, sappiate che  lo studio della lingua norvegese è fondamentale, quasi come gli scarponcini col pelo per l’inverno…

To be continued

berlino-italia-expat

Auf Wiedersehen Italien

È più forte di me, ogni volta che torno, poi non sono in grado di lasciare l’Italia senza soffrire il distacco. vacanze-expatEppure questa volta l’avevamo pensata bene! Come vi avevo detto nell’ultimo video pubblicato sulla nostra pagina FB, ho trascorso una settimana di ferie tra Puglia e Roma. Io sono veneta, e volutamente io e il mio ragazzo in Veneto abbiamo deciso di non metterci piede, per evitare di stare ancora peggio. Una settimana a casa per noi non è abbastanza, tra la mia famiglia allargata, la sua famiglia, gli amici di entrambi e i nostri posti, dove tornare è per noi d’obbligo, 7 giorni non bastano, figuriamoci poi pensare di fare scalo a Venezia senza salutare nessuno! E quindi abbiamo volato su Roma, dove comunque abbiamo dedicato parte della vacanza allo stare in famiglia, i 5 giorni in Puglia infatti li abbiamo trascorsi con una parte della mia famiglia, mio papà e sua moglie, che ci hanno viziati e coccolati. Per non sentire troppo il trauma da distacco, e per concederci un paio di giorni tutti per noi, da bravi piccioncini, ci siamo regalati un paio di giorni a Roma, ma niente da fare, nonostante non ci fosse nessuno da salutare con le lacrime agli occhi, io sono stata male comunque. In stazione a Termini, mentre aspettavamo il treno per Fiumicino, gli altoparlanti non la smettevano più di annunciare il treno in partenza per Venezia Santa Lucia, che fermava a Padova, e su cui sarei voluta saltare senza guardarmi indietro, per tornare a Casa tra le braccia della mamma e della famiglia intera, riunita per la domenica. Gli occhi si sono fatti lucidi e nella mia mente mi pareva impossibile dover tornare quassù, a Berlino, dove l’autunno è già iniziato, lasciandomi alle spalle delle meravigliose giornate estive, anche se di settembre.

Devo dire che Roma si impegnata a ricordarmi perché questa Italia che tanto amo, ho deciso di lasciarla,expat-vacanze almeno per qualche anno. Il nostro volo di ritorno era intorno alle 14.00 di domenica, ci eravamo organizzati per bene con gli orari controllando su internet più volte quale fosse la soluzione più “economica”, sempre che di soluzione economica si possa parlare visti gli 8€ di biglietto per raggiungere Fiumicino in treno. Alla fermata di Tuscolana abbiamo scoperto però che il primo treno per l’aeroporto sarebbe stato 2 ore dopo, in totale disaccordo con quanto scritto sul sito Trenitalia. Di corsa siamo tornati sui nostri passi, per andare in direzione opposta e raggiungere Termini, da dove i treni per Fiumicino ne costano 14 di Euro (!!!!!!). Lì expat-vacanzeabbiamo scoperto che il treno che avremmo dovuto prendere era stato “cancellato a causa di animali di grossa taglia vicino ai binari” (cosa?!) di non di sa quale fermata. Finalmente dopo altri 25 minuti ne è arrivato un altro e abbiamo potuto raggiungere Fiumicino. Una normale giornata di follia sui mezzi pubblici italiani, che ci ha fatto quasi sentire la mancanza della rigidità e puntualità tedesche.

I miei sentimenti al ritorno da questa meravigliosa settimana sono ancora una volta sballottati e confusi, la cordialità e infinita ospitalità pugliesi, la qualità superiore e insuperabile di cibo e vino italiani, i luoghi pieni di storia e il mare da sogno, il rito dell’aperitivo che tanto mi mancava, il poter parlare la propria lingua, ma soprattutto lo stare in famiglia, mi hanno reso davvero difficile anche questo ritorno a Berlino. A consolarmi c’è la stabilità ritrovata con l’appartamento in cui si siamo appena trasferiti e sapere che in fondo qui stiamo bene, anche se non è la stessa cosa, ma credo che non sarà mai la stessa cosa. Qui è diverso, è uno stare bene differente, fatto della consapevolezza che tutto quello che abbiamo qui ce lo siamo faticati e guadagnati, che si tratti di lavoro, casa o amicizie (anche se per ora parlerei ancora di conoscenze). Per me Casa rimane dove si trovano gli affetti, ma nella mia seconda casa in fondo non si sta poi così male 😉

Un abbraccio da Berlino!

Trasferirsi a Praga: come cambiano le relazioni umane

Trasferirsi all’estero è un’esperienza fantastica che consiglio a tutti: apre la mente, ti mette davanti a tematiche nuove, sposta le tue percezioni, ti obbliga a scardinare preconcetti.

Praga,amicizie, trasferirsiDirei che la parola chiave di chi si trasferisce è “cambiamento”. Si perdono i punti di riferimento, è come navigare in mare aperto, senza luna, senza radar. L’Italia è un paese meraviglioso dove la famiglia, gli amici, la città sono punti di riferimento forti e sicuri. Trasferirsi implica l’accettazione di perdere, anche solo temporaneamente, la sicurezza di questi punti. E’ necessario cambiare, cambiarsi, inventare nuovi punti sicuri, accendere le stelle e la luna sul mare.

Il trasferimento a Praga per me è stato un “grosso trauma positivo”: tanto entusiasmo, nessun problema pratico ma una valanga di problemi teorici che non mi sarei mai aspettata. Un esempio banale: i cechi sono timidi, quindi non ti invitano mai, non ti telefonano e non organizzano cene. Ma sono molpraga, negozio,expatto contenti se qualcuno lo fa.

Qualche tempo fa ho incontrato un signore americano che da tanti anni vive a Praga. Parlando dei cechi mi ha detto con aria un po’ mistica: “voi latini siete delle pesche mentre i cechi sono cocchi”. Non mi aspettavo una metafora frutticola, ma il signore sembrava simpatico. “Voi avete la buccia sottile, la polpa morbida ed il nocciolo duro: lasciate entrare chiunque nella vostra vita, siete dolci ed accoglienti, ma prima di diventare amici davvero, prima di entrare in quel nocciolo duro, possono passare anni. Al contrario gli slavi hanno una scorza durissima che non si apre nemmeno a sbatterla a terra, ma una volta entrati sarete nelle loro grazie per sempre.” Vero. Illuminazione. Epifania.

Mi sono messa l’anima in pace ed ho aspettato che i cocchi duri decidessero di aprirsi senza prenderli a colpi di machete (non è mai stato il mio stile). Devo dire che funziona e che comincia pure a piacermi questo modo  inizialmente distaccato ed un po’ sospettoso che permette di studiarsi con calma e non mi arrabbio se sono sempre io a dover organizzare le serate. Io sono pesca e sono felice di accogliere tutti senza aspettare che il guscio si rompa.
In realtà adesso mi sento un ibrido. Mi sa che sto diventando pesca-cocco. “Cambiamento” è la parola di chi si sposta. Non mi piace la parola “adattamento” perché mi ricorda la biologia e invece sento il mio come un percorso filosofico, interiore, spirituale. E, ad essere sincera, non mi piace nemmeno la parola “emigrare” perché il mondo è piccolo e non si dice “sono emigrato in un’altra strada” quando ci si sposta di poco.

In ogni caso, quello che vorrei dire alle donne che emigrano all’estero, è che se si è aperti al cambiamento, alla novità, se non si ha paura di diventare un nuovo frutto, la vita all’estero non è poi male!  

Hong kong scuola expat

Expat ad Hong Kong, oggi insegno ad un bambino autistico

Ad Hong Kong mi avevano avvertito – ed avvertito chiaramente più volte – ma io mi ci sono ugualmente buttata a capofitto ed ora il mio naso cola, la mia gola è in fiamme e sto prendendo il Fluifort perché sento il catarro che mi blocca i bronchi. E tutto questo solo per essere stata 8 miseri giorni in contatto con i piccoli untori!!! Come mi ritroverò tra un mese?!
L’anno scorso facevo l’insegnante di supporto in una delle quinte e verso meta` anno, quando diamo la preferenza di dove vorremmo lavorare nell’anno a venire, io, sicura di me, ho detto in: “EC”, ossia Early Childhood che va dai tre anni -scuola materna- ai sei anni  -prima elementare- Come dicevo, le mie colleghe mi avevano detto che in “EC” ci si ammala facilmente perché` i bambini, oltre che avere fissi il naso che cola, hanno dei germi che sono molto più resistenti degli altri! Non ridete! Vi assicuro che e` così! I germi dei bambini di quinta sono diversi! Si possono combattere con i rimedi tradizionali di tipo INEDITA STEFANIA HK SELFIEchimico e/o di tipo naturale, ma quelli dei bambini di tre anni… NO!!!

Quando ho detto a mia madre che avrei lavorato con bambini di 3 anni , mi ha chiesto che bisogno di supporto potessero avere dei bambini così piccoli. In quarta ed in quinta, le due classi dove ho lavorato negli ultimi due anni , il  supporto è di tipo accademico e sociale, ma non si punta più di tanto sul comportamento perché quello dovrebbe essere già stato in maggior parte risolto negli anni precedenti. Nelle classi dove di accademico si fa praticamente poco o niente si interviene invece sul sociale e sul comportamento. I bambini imparano a stare in classe, a seguire la routine quotidiana, a giocare con gli altri bambini e a passare da un’attivita` all’altra. Il bambino cui sono stata assegnata come insegnante, per esempio, ha problemi a passare da un’attività all’altra, quello che qui chiamiamo transitioning. Siamo una scuola che punta sull’inclusione quasi totale, nel senso che si cerca di avere tutti i bambini inseriti in una classe normale. Quando non teniamo il bambino in classe lo facciamo nel suo interesse, pensando che sia più utile per lui/lei. Ad esempio: se si capisce che lo studente impara meglio in un ambiente silenzioso “uno a uno”, allora lo si porta in una camera a parte, lontana da distrazioni,  per fargli capire bene i concetti basilari, allo stesso modo ci comportiamo  se lo studente  ha bisogno di un attimo di calma così come  se dovesse  invece avere bisogno di un po’ di movimento.
Alla maternal il bambino con cui lavoro è autistico ed in questi 8 giorni, noi stiamo studiando lui e lui sta studiando noi. Siamo tre insegnanti con 18 bambini (18 bambini nella materna e 22 in tutte le altre classi delle elementari) ed ogni insegnante della classe si occupa di tutti i bambini, quindi, se una mia collega sta con il bambino di cui mi occupo io, io bado ad un’altro gruppo e così via. Questo perché il bambino non si deve sentire un caso speciale, ma deve essere quanto più` integrato nella classe. Inoltre abbiamo anche una terapista del linguaggio Speech therapist, una Occupational Therapist ed una psicologa.
Stiamo cominciando a buttare giù` un piano di lavoro e una social story (una specie di fumetto fatto con un programma speciale dove inseriamo le foto dello studente  ed i messaggi che vogliamo trasmettergli cosi da farglielo sembrare un raccontino) per aiutarlo ad integrarsi il meglio possibile nella sua classe e per prepararlo al lavoro accademico che richiederanno gli anni futuri. Volevo fare questa nuova esperienza (non ho mai lavorato con bambini così piccoli) e ne sono proprio contenta… tranne quando li dobbiamo portare tutti in fila da una parte all’altra della scuola o sulle scale. La fila è un incubo perché ogni insegnante dovrebbe avere  10 mani  e pensate che siamo un minimo di 3 adulti per 18 bambini. Il primo giorno che li abbiamo portati giù` per mandarli a casa me ne sono persa uno! Per fortuna che  il “bambino perso” fu agguantato da una collega, perchè  io non me ne ero accorta finché lei non me lo ha comunicato!  Adesso li conto sempre a più riprese…

Nelle foto mi vedete con gli insegnanti della mia classe (include sia gli insegnanti di Musica, Arte ecc… che le terapiste), e con due dei bimbi della classe…