In volo dall’Arabia Saudita

Anche per noi finalmente è arrivato il momento tanto desiderato del rientro in Italia per le vacanze dall’Arabia Saudita.
Come sempre il viaggio di rientro per me rimane il più faticoso perché viaggiamo di notte, io sono una che di solito va a letto con le galline e rimanere sveglia fino all’una di notte per me è un’impresa titanica!
Poi tra che saliamo, che ci sistemiamo tutti e che portano da bere e che portano da mangiare….mi è passato il sonno!!!
A quel punto, quando le luci si spengono, le persone si addormentano, controllo che anche le nostre bimbe siano addormentate e coperte (perché ovviamente l’aria condizionata e’ a temperature polari!), mi metto comoda e mi guardo un film!
Un film dall’inizio alla fine, senza interruzioni, senza figli che ti chiamano o telefono che suona…ma giovanna expat arabiasauditaquando è stata l’ultima volta che ho visto un film senza schiacciare il tasto pausa???
Ah, si ricordo!
A marzo, quando siamo tornati in Italia!!!
Finito il film mi sono alzata per controllare le bimbe e fare due passi quando dal finestrino ho visto uno dei più bei spettacoli della natura, la nascita di un nuovo giorno!
Ho guardato sul monitor per sapere dove eravamo, sopra Firenze: era il mio bel paese che mi stava regalando il  ben tornata a casa!

vancouver expat

Natascia da Vancouver: diventare un’ expat è vivere due volte!

NATASCIA 2Un caro saluto a tutte voi amiche expats…

Oggi sono stata messa nuovamente su un banco di prova e per me è stata inevitabile una riflessione.
Faccio un passo indietro e mi presento: mi chiamo Natascia, ho 38 anni e ho lasciato l’Italia 4 anni fa approdando a Vancouver per seguire l’amore. Mio marito è appunto canadese (anche se di sangue italiano).

Sono arrivata qua lasciando in Italia praticamente “tutto”, la mia famiglia, gli affetti, gli amici, il lavoro, gli studi effettuati, i sacrifici fatti, i progetti ma anche cose più semplici che però quando vivi all’estero fanno la differenza, come  i panorami meravigliosi della tua terra di origine, i profumi e i sapori antichi legati alla tua infanzia, le tue abitudini, come per esempio prendere il caffè al bar, e ancora i tuoi programmi televisivi preferiti, le uscite serali e i pranzi domenicali, la tua piccola auto e la tua patente di guida. Ed è proprio da questo che nasce  la mia riflessione: proprio oggi ho superato l’esame per acquisire la patente di guida canadese. Ebbene sì: dopo vent’anni di guida in Italia ho dovuto sostenere e superare i test scritti e di pratica!

Oggi non potevo smettere di pensare che espatriare è un’esperienza davvero totalizzante: ti cambia la vita a trecentosessanta gradi. Infatti sono arrivata a Vancouver quattro anni fa solo con una valigia, la mia anima e le mie paure, e dal quel momento ogni giorno ho dovuto riscrivere un pezzo della mia vita, un capitolo alla volta, ricominciando dal niente.vancouver expat
Acquisire un nuovo linguaggio, non solo come lingua parlata, ma linguaggio dello spirito e dell’anima di un Paese; relazionarsi con una nuova cultura, comprenderla e integrarcisi; fare proprie le regole di costume, quelle esplicite ma anche implicite; ricostruire una rete sociale e affettiva; rivedere la propria identità professionale e investire in un nuovo progetto ripartendo dal principio; essere mamma e dover crescere le tue creature con la consapevolezza che tu stessa hai bisogno in questo momento di crescere.
Diventare un’ expat  ti dà la possibilità di vivere due volte  due vite completamente diverse: questo è un grande privilegio ed un arricchimento personale;  ti permette infatti di aprire mente e cuore verso nuovi orizzonti anche se costa  tanto sacrificio e dedizione.
Io sto vivendo la mia seconda vita imprimendo di una nuova esperienza ogni giorno e non vi nego che spesso mi sento sopraffatta dalla fatica.  Ma  senza mai mollare e con la certezza di essere un po’ più ricca ogni giorno che passa!
Vi abbraccio tutte amiche di viaggio!

vancouver expatvancouver expat

Lapponia vacanze

Lapponia, viaggio al Circolo Polare Artico

Lapponia mappaAvete mai sentito parlare del “mal d’Africa”? Si dice che sia un senso di struggente nostalgia che assale i turisti che hanno vissuto per un po’ nel continente africano, e si trasforma in malattia da “ricordi” dei posti visitati. Se per i turisti é solo un ricordo, per gli africani deve essere una malattia da mancanza, da incubo, poiché loro, i figli di questa terra, sono costretti a lasciarla per vari motivi.

Io in Africa non ci sono mai stata, ho letto libri, visto film e devo dire che questo “mito” mi fa un po’ paura. Se quel senso struggente è paragonabile alla mia esperienza iniziata nel 2009, che mi ha coinvolto e appassionato e che si é trasformata col passare degli anni in bisogno, beh allora l’Africa mi fa paura! Vi voglio raccontare della mia esperienza nella desolata tundra svedese, gelata per oltre 9 mesi l’anno, dove gli alberi non possono crescere a causa delle dure condizioni ambientali, dove l’estate raggiunge per qualche giorno i 15-18 gradi. Beh, che ci crediate o no ho scelto consapevolmente di ritornarci, anno dopo anno. È forse pazzia o quello che mi é capitato potrei chiamarlo per similitudine “il mal del nord”?

Sono stata introdotta alla vita della montagna dal mio compagno che è nato nel nord di questo paese. Con tanta pazienza mi ha “educato” alle bellezze della natura selvaggia, quasi intatta, quella dei paesaggi forestali nordici, dove non incontri una persona per settimane intere. Mi ha mostrato i pochi sentieri esistenti, i “fuori pista”, posti in cui pochi uomini al di fuori degli oriundi lapponi, ne hanno calpestato il suolo. Mi ha insegnato ad orientarmi, a riconoscere il nord e il sud, a pescare, a cucinare all’aperto, a piantare la tenda e a smontarla, con il sole e con la bufera; insomma mi ha aperto un mondo sconosciuto, difficile e duro, tra le sue montagne, tutto nel rispetto delle leggi dettate dalla natura, che per un cittadino di quei posti é una parte importante della vita quotidiana.Lapponia montagne viaggio

Io le montagne le ho sempre amate, le Alpi italiane, ricche di dislivelli improvvisi, di paesaggi maestosi, di colori forti, di profumi avvolgenti, di tanta gente, che condivide gli stessi interessi, amante dei rifugi dove si può sempre trovare un letto caldo e degustare un buon pasto.

Nelle montagne svedesi invece, tutto viene portato nello zaino: sacco a pelo, cibo per tutto il periodo, il minimo abbigliamento necessario e la borsa per il pronto soccorso. Ma nel corso della mia educazione ho iniziato ad apprezzare questa spoglia terra, questa natura selvaggia, incontaminata, fatta di paesaggi senza alberi, dove l’inverno piega al suo volere la natura e le poche forme di vita che in essa vi abitano. La vita in questi posti può venire paragonata alla dura vita dei pionieri che lasciarono l’Italia per cercare fortuna in posti privi di tutto, in deserti di infrastrutture, ma ricchi di foreste, dei beni che la natura nel suo infinito amore ci mette a disposizione. Penso a posti come l’Argentina, il Brasile e il Sud america, dove avrei perfino potuto nascere, visto che dalla mia isola emigrarono in molti verso quelle terre argentine.

Dopo anni di vacanze spese a passeggio nelle immense distese del nord, fatte di ore di cammino, di pesca, di preparazione dei pasti con le poche cose portate, di adattamento alla forza della natura, di solitudine tra questi paesaggi servaggi, questi luoghi sono diventati una parte di me.antonella renna bianca

I pochi incontri fatti, quelli con qualche lappone per lo scambio dei generi alimentari, hanno contribuito ad aumentare la mia curiosità. Dopo ogni viaggio, ho letto qualche cosa in più di questa popolazione aborigena, della loro storia, delle loro tradizioni, delle usanze, dei loro diritti, del tentativo da parte dello stato svedese di rubare loro la terra, delle loro lingue e del loro modo di vivere la natura. Tutto questo ha aumentato il mio desiderio di spendere maggior tempo in quella dolce e aspra solitudine, immersa nel tesoro di una natura ancora da scoprire, quasi caotica. La vita mi ha regalato una bellissima figlia e con lei le escursioni con un sacco in spalla sembravano finite. Ma anche lei é stata introdotta allo stesso “rito” dai primissimi anni di vita e non so se sia perché ha anche un po’ di “sangue lappone”, o perché per ogni bambino tutto é una scoperta, ma da subito ha dimostrato un attaccamento particolare a questa terra, a questa natura selvaggia e alla cultura di questo popolo.

Oggi passiamo 6 settimane all’anno in quei posti, che sono diventati per noi la nostra “seconda casa”, una spiaggia di riposo, lontani dallo stress a cui la routine della vita di città ci sottopone. Per due estati siamo state a Staddajåkkå, un rifugio sul sentiero di Padjelantaleden, in uno dei tre parchi nazionali, 12 chilometri dalla famosa Staloluokta, per altri due a Tuotta, e la scorsa estate siamo state a Kisuris.

Staddajåkkå é una delle fermate del sentiero del parco nazionale; un sentiero sperduto tra i ghiacciai norvegesi e le montagne svedesi, un passaggio amato da turisti esperti, in visita della famosa Sorjosjaure, ai margini del parco nazionale. Duottar é invece la stazione più elevata del parco nazionale, a ben 1550 m di altitudine, in una zona più interna del parco nazionale che offre vedute da paesaggio lunare e dove nessuna pianta riesce a crescere. Kisuris invece si trova all’entrata di una delle due vie di accesso del parco, é quindi più frequentata da turisti di passaggio.

Per poter usufruire della capanna devo dare la mia disponibilità di aiutare o di soccorrere i bisognosi, di mantenere i contatti con la polizia in caso di acuto bisogno. Insomma di fare l’hostess. E io il turismo ce l’ho nel sangue, visto che vengo dalla laguna veneta! Ho imparato a fare il pane lappone e i pasticcini di cioccolato svedesi e tutto questo senza luce, acqua corrente, forno o comodità varie. Gli strumenti a mia disposizione sono l’acqua del fiume, la luce del sole e una bombola di gas su cui cucinare e riscaldare la capanna di 20 metri quadri in cui noi abitiamo. Tutto compatto, ma non manca nulla. La temperatura d’estate a queste latitudini può variare dai meno 5° ai più 20°. La natura offre tutto ciò di cui abbiamo bisogno; il fiume ci offre i suoi pesci, le renne sono la nostra compagnia.

La scansione delle giornate è intercalata tra momenti di lavoro, e momenti di relax. Le escursioni Lapponia Antonella pescaesplorative vanno preparate accuratamente, poiché non c’è nessuno che ci possa aiutare se ci troviamo nei guai o se ci perdiamo tra le montagne.

L’abbigliamento di cui disponiamo è importantissimo ma alquanto minimalista, per cui va pensato nei minimi dettagli. Tutto viene trasportato elicottero e non si può superare un certo peso. A queste latitudini servono vestiti di lana, calzini di lana e allo stesso tempo sandali e canottiera per i pochi giorni di sole intenso.

Di certo vi chiederete cosa possa fare una bambina di 10-11-12-13 anni sola con la mamma tra le montagne un mese. Beh molto più di quel che ci si possa immaginare; è infatti proprio sua la voglia di ritornare anche l’anno prossimo, di organizzare  questo viaggio al Circolo Polare Artico.

Spero di aver solleticato la vostra curiosità per questa parte del mondo ancora incontaminata, che merita di certo una visita!

masai africa kenia

Clitoridectomia, ovvero quando le ragazzine diventano vere Donne

Condividete questo post….è importante far conoscere la verità.
Più saremo e più facilmente si arriverà all’eliminazione delle mutilazioni genitali nel mondo.

Grazie, Donatella.


In Somalia, e in tanti altri paesi dell’Africa, la circoncisione, la clitoridectomia e l’infibulazione sono pratiche tutt’ora in uso.

Personalmente, avendo un marito Masai, ho partecipato alla cerimonia dei festeggiamenti nelle ore immediatamente successive ad una clitoridectomia e devo dire che il ricordo che mi è rimasto di quell’esperienza e l’impressione che ne ho tratto è  che i Masai vivono quel momento come una festa ancora più brillante ed emozionante di quella di una nascita.

Si… perché per i Masai (e suppongo per tutte le tribù che praticano questa ORRIBILE tradizione ) quello è il vero momento della rinascita, o meglio, della vera nascita di una donna o di un uomo.

Per i Masai infatti la pratica della mutilazione genitale viene effettuata verso i 13/15 anni.

Una ragazzina diventa donna e un ragazzino diventa uomo; quest’ultimo sarà un guerriero pronto a sfidare la savana e tutti i pericoli che ne conseguono.

Ciò farà sì che, dopo un periodo di totale immersione nel mondo wild, tornerà a casa e sarà capace di proteggere una famiglia. Moglie e figli. Ecco che anche lui potrà quindi sposarsi.

Ho tentato di capire le ragioni profonde di questo rito, mi sono messa a parlare  con le ragazzine che stavano per sottoporsi a questa orribile pratica e devo dire che, nella mia vita, non ricordo di aver visto emozioni così gioiose e cariche di attese come sembrava le stessero vivendo loro.

Se dovessi fare un paragone, direi che le ragazzine Masai con la loro eccitazione pre-clitoridectomia mi hanno fatto venire in mente il momento in cui stavo per diventare maggiorenne,  quel momento  che apre la porta alla maturità anche a noi occidentali e che, finalmente, ci legittima al conseguimento di benefici di vario ordine come ad esempio il prendere  la patente di guida , o il sentirsi  più liberi di decidere per sé stessi  e per il proprio  futuro.

Sì, perché le ragazze che si sottopongono a questo rito, sanno che nel momento in cui verranno private di ”quella” parte del loro corpo considerata inutile  (addirittura alcune tribù la considerano un di più) diventeranno delle  vere donne. Donne con la “D” maiuscola.

Inoltre, potranno prendere marito e questo è, per le ragazzine Masai, l’evento più atteso, perché presumo (e in parte ne sono convinta) che,  grazie al matrimonio, potranno finalmente avere  una casa tutta loro.

In quella condizione di Donne, diventeranno loro le “matriarca” e fuggiranno così da una situazione in cui, nella famiglia paterna, erano state trattate da schiave in miniatura svolgendo varie incombenze quali prendere la legna e l’acqua, badare ai fratellini minori, portare al pascolo le capre e le pecore, mungere il latte, preparare i pasti per la famiglia nel recinto di casa.

Insomma, non è che poi saranno  meno schiave di un marito, ma,  finalmente, potranno  decidere quando e come esserlo e, magari, essere loro stesse a dare ordini ai figli che verranno dal loro matrimonio. Figli visti come aiuti e manovalanza (diremmo noi) per la famiglia. Un figlio in più: un aiuto in più in casa per la madre.

Questa è la mentalità Masai che ho voluto raccontarvi vivendola da vicino da molti anni.

autriceEd ecco ora  la clitoridectomia dal racconto di Hirsi Ali Hadyaan …che l’ha vissuta sulla sua pelle:

(Ayaan Hirsi Ali, nata Ayaan Hirsi Magan, è una politica e scrittrice somala naturalizzata olandese, nota soprattutto per il suo impegno in favore dei diritti umani e in particolare dei diritti delle donne all’interno della tradizione islamica – Wikipedia)

“Poi toccò a me. Ormai ero terrorizzata.
– Quando avremo tolto questo “kintir” (clitoride) tu e tua sorella sarete pure.- Dalle parole della nonna e degli strani gesti che faceva con la mano, sembrava che quell’orribile kintir, il mio clitoride, dovesse un giorno crescere fino a penzolarmi tra le gambe. Mi afferrò e mi bloccò la parte superiore del corpo … Altre due donne mi tennero le gambe divaricate. L’uomo che era un cinconcisore tradizionale appartenente al clan dei fabbri, prese un paio di forbici. Con l’altra mano afferrò quel punto misterioso e cominciò a tirare…Vidi le forbici scendere tra le mie gambe e l’uomo tagliò piccole labbra e clitoride. Sentii il rumore, come un macellaio che rifila il grasso da un pezzo di carne. Un dolore lancinante, indescrivibile e urlai in maniera quasi disumana. Poi vennero i punti: il lungo ago spuntato spinto goffamente nelle mie grandi labbra sanguinanti, le mie grida piene di orrore … Terminata la sutura l’uomo spezzò il filo con i denti…Ricordo le urla strazianti di Haweya, anche se era più piccola, aveva quattro anni, scalciò più di me per cercare di liberarsi dalla presa della nonna, ma servì solo a procurarlo brutti tagli sulle gambe di cui portò le cicatrici tutta la vita.
Mi addormentai, credo, perché solo molto più tardi mi resi conto che le mie gambe erano state legate insieme, per impedire i movimenti e facilitare la cicatrizzazione (dato che c’è stata una perdita di sostanza, clitoride e piccole labbra, le gambe legate insieme permettono la cicatrizzazione, ma la cicatrizzazione avviene in retrazione. Non c’è più tutto il tessuto necessario perché le gambe possano essere divaricate completamente. Nessuna farà più la spaccata. Anche dare un calcio a un pallone può essere impossibile, come andare a cavallo o, nei casi più gravi, nuotare a rana. Nei casi più gravi, dove infezioni riducono ulteriormente il tessuto, le donne non possono più divaricare le gambe per accovacciarsi e urinare e, dove non esistono water, devono urinare dalla posizione in piedi con l’orina che scola tra le gambe, scola un filino alla volta, una goccia alla volta.) Era buio e mi scoppiava la vescica, ma sentivo troppo male per fare pipì. Il dolore acuto era ancora lì e le mie gambe erano coperte di sangue. Sudavo ed ero scossa dai brividi. Soltanto il giorno dopo la nonna mi convinse a orinare almeno un pochino. Oramai mi faceva male tutto. Finché ero rimasta sdraiata immobile il dolore aveva continuato a martellare penosamente, ma quando urinai la fitta fu acuta come nel momento in cui mi avevano tagliata. Impiegammo circa due settimane a riprenderci. La nonna accorreva al primo gemito angosciato. Dopo la tortura di ogni minzione ci lavava con cura la ferita con acqua tiepida e la tamponava con un liquido violaceo, poi ci legava di nuovo le gambe e ci raccomandava di restare assolutamente ferme o ci saremmo lacerate e allora avrebbe dovuto chiamare quell’uomo a cucirci di nuovo. Lui venne dopo una settimana per esaminarci. Haweya doveva essere ricucita. Si era lacerata urinando e lottando con la nonna…L’uomo ritornò a togliere il filo dalla mia ferita. Ancora una volta furono atroci dolori per estrarre i punti usò una pinzetta. Li strappò bruscamente mentre di nuovo la nonna e altre due donne mi tenevano ferma. Ma dopo questo anche se avevo una ruvida spessa cicatrice tra le gambe che faceva male se mi muovevo troppo, almeno non fui più costretta a restare sdraiata tutto il giorno con le gambe legate. Haweya dovette attendere un’altra settimana e ci vollero quattro donne per tenerla ferma… Non dimenticherò mai il panico sul suo viso e nella sua voce…Da allora non fu più la stessa…aveva incubi orribili. La mia sorellina un tempo allegra e giocosa cambiò. A volte si limitava a fissare il vuoto per ore. (svilupperà una psicosi) … cominciammo a bagnare il letto dopo la circoncisione.”
grafico mutilazioni

Ayaan Hirsi Ali ha vissuto tutto questo….e ora lotta affinché’ si possa arrivare a un cambiamento

 

Belfast disabile expat

Essere disabile a Belfast e ballare la vita!

Da settembre 2014 vivo a Belfast in Nord Irlanda.
Sono arrivata qui grazie al Servizio Volontario Europeo e ho deciso  di rimanere anche dopo la fine del mio progetto. I motivi per cui non voglio tornare in Italia sono tanti, molti dei quali comuni a tutti gli italiani che hanno scelto di andare all’estero: non veder riconosciute le proprie capacità, voler mettersi alla prova e scoprire cosa c’è al di fuori della propria ‘zona sicura’, oltre che  imparare un’altra lingua.

disabile belfast expat Tutte questi motivi mi hanno convinto a partire, ma uno su tutti mi ha convinto a restare: Belfast mi ha insegnato a ballare.
Detta così non sembra una gran motivazione ma forse se vi racconto qualcosa di più su di me, capirete perché è così importante. Sono disabile, cammino con le stampelle praticamente da sempre.
Mi rendo conto in questo momento che ho un po’ di difficoltà a parlare della mia disabilità, non perché me ne vergogni ma perché non la considero una caratteristica importante quando parlo di me e forse anche perché ho ancora in testa strascichi della mentalità italiana che mi ha insegnato a parlarne il meno possibile per evitare di sentire i soliti luoghi comuni primo fra tutti disabile=stupido o persona non adulta. Lo so non tutti la pensano così ma la maggior parte…. (E qui potrei scriverci un libro)
Se i miei genitori hanno piantato in me il seme di un principio, Belfast lo ha fatto germogliare e mi  ha dato la prova della sua veridicità: il mio essere disabile è parte di me ed io per prima non  devo né minimizzare né enfatizzare ma conviverci (non sempre è facile farlo serenamente ma…). Come dice il mio istruttore di danza:

 “le stampelle sono parte di te, non una cosa che puoi mettere da parte: usale”.

La mia famiglia mi ha sempre detto che posso fare tutto, o quasi, quello che mi metto in testa, ma la danza per ovvi motivi non mi era nemmeno passata per la mente. E’ stato per caso che ho scoperto Louminous Souls una compagnia di danza formata da persone disabili e non, dove gli istruttori hanno essi stessi una disabilità. Mi si è aperto un mondo, la mia sola esperienza “artistica” in Italia era stata quella di fare il cespuglio nelle recite scolastiche, e adesso mi dicevano che Cinzia (che in Italia, nelle recite scolastiche, aveva  la grazia di un elefante e la mobilità di un pezzo di legno)  qui a Belfast poteva diventare una ballerina, e non ”oh poverina facciamole fare qualcosa” ma mi hanno detto: “usa quello che hai e insieme con altre persone crea qualcosa di originale e realmente bello da vedere, crea arte”.

Ecco, Belfast è anche questo: con tutte le sue contraddizioni e problemi, che sono ancora molti,  è per me un luogo dove, grazie a una più aperta mentalità e a qualche  barriera architettonica in meno, io posso vivere e  lavorare in autonomia.

Ma,  soprattutto, è la città  dove io e le mie stampelle possiamo ballare!

Pipistrello per cena!

Il piatto forte della cucina creola Seychellese  e’ il  CURRY DI PIPISTRELLO.sey boy

I pipistrelli qui sono diversi dai  nostri: li chiamano volpi volanti e somigliano in effetti  a  delle volpi, un po’ rossicci di pelo. A vederli da vicino sembrano dei cagnolini.

Quando  sulle isole non c’erano ancora  importazioni di carne dall’estero il PIPISTRELLO  era un piatto molto comune. Veniva catturato  con delle gabbie di legno  che sono ancora usate  dalla popolazione locale.

Oggi è piuttosto   raro trovarlo sulla tavola e viene preparato per lo più durante le serate creole. Io nel 2007, appena arrivata sulle Isole,  frugando nel congelatore di un emporio locale, pescai con le mani quello che sembrava uno strano pollo congelato, di dimensioni molto più piccole e poco convincente nella forma come pennuto. Solo alla cassa il gestore mi informò che quello era ottimo pipistrello fornitogli proprio il giorno prima dal vecchio Ron,  specialista nella cattura delle volpi volanti, e che stavo facendo un ottimo acquisto.

Pipistrello  a parte, che comunque vanta i suoi cultori, la  CUCINA CREOLA E’ DELIZIOSA. I seychellesi,  pur vivendo su delle isole, sono fortemente CARNIVORI e se possono scegliere tra pesce e carne non hanno dubbi: scelgono sempre la carne. Amano servirsi i cibo  dentro delle CIOTOLE , rigorosamente con il CUCCHIAIO o direttamente con le mani.

Fino  a qualche anno fa  si era soggetti a periodi di carestia da certi tipi di alimenti: a volte non si trovava  il latte per un mese, altre volte non erano disponibili  i limoni per 40 giorni oppure diventava irreperibile  il caffè ed  il fenomeno accadeva anche per generi  non alimentari. Questo era dovuto al fatto che  prima del 2009 le Seychelles erano molto  isolate dal resto del mondo ed avevano contatti e scambi commerciali  solo con altri stati socialisti come la Cina e Cuba. Solo  la comunità indiana, che qui è piuttosto numerosa, riusciva a far arrivare  i  propri prodotti.  Quando  entravi in un negozio ti capitava di dover comprare qualcosa dei cui componenti  o del cui funzionamento  non eri mai sicuro al 100% visto che la descrizione era in sola lingua TAMIL o HINDI … ma non avendo scelta dovevi comprare quell’articolo per forza e sperare che il buon senso ti guidasse nel suo uso e consumo.

Gli indiani, quando si si installarono sulle Isole durante la colonizzazione inglese,  portarono  l’abitudine alle VERDURE attraverso  gli CHATINI  (verdure scottate, sminuzzate e
condite con aglio, zenzero, cipolla, spezie e lime).  E poi hanno introdotto il CURRY, o « KARI » come dicono in creolo,  intendendo  qualsiasi cosa fosse  cusey ristornte spiaggiacinata con il LATTE DI COCCO.

Quindi  ecco che esistono Chicken Curry, Fish Curry , Banana Curry ecc. insieme ai quali viene consumato  il riso al vapore BASMATI e  le insalate con  gli chatini.

I dolci sono quasi tutti a base di COCCO e molto famoso è
il cocco caramellato che qui  chiamano « NOUGAT COCO ».

I Ristoranti CREOLI hanno l’abitudine di offrire  il BUFFET la sera e sono aperti  ad orari fissi generalmente tra le   19h00 e le 21h30 : dopo quell’orario chiudono.  Da Marie Antoinette, ristorante  poco distante dal centro di Victoria e considerato il santuario della cucina creola, si mangia “Kreol autentico ” in un ambiente molto coloniale. Vecchio pianoforte, sedie a dondolo in bambù all’entrata, tovaglie rigorosamente di carta o di plastica a imitazione delle vecchie tovaglie ricamante a mano di una volta.

I TAKE AWAY sono invece il posto dove i locali amano tantissimo andare a mangiare, soprattutto a pranzo, perché la sera di solito non escono. Si  fanno incartare o mettere nelle vaschette il riso al vapore, un qualche tipo di curry  e delle verdure  oppure il gettonatissimo pollo e patatine fritte.

Fino a 15 anni fa  tutti i seychellesi erano MAGRI e SLANCIATI: ora si comincia a vederne alcuni davvero OBESI ed i Take Away sono in parte i responsabili di questo fenomeno (assieme alle  bevande gasate ed  ai litri  di alcol che trangugiano senza  freno).

Ci sono anche dei CHIOSCHETTI che vendono frutta e frullati fatti al momento di stampo  casalingo estremo. Ecco come funzionano i chioschetti: la signora creola sistema un tavolo di fortuna per la strada di fronte alla propria casa, si attrezza con una prolunga per far lavorare  il mixer nella preparazione di succhi di frutta. Ogni qualvolta che i frutti stanno per finire a causa delle tante richieste di frullati e macedonie da parte dei  turisti che passano di lì, la signora chiama i suoi figli, che nel frattempo giocano a pallone, affinché la riforniscano di un secchio di manghi o di papaie raccolti dagli alberi adiacenti alla sua casa. Appena le secchiate di frutta arrivano la signora ricomincia freneticamente a sbucciare, spremere e servire fino a sera. Poi sbaracca tutto e rientra in casa.

Lungo la strada ci sono anche  i pescatori che vendono i PESCI che hanno pescato durante il giorno: il pesce è molto economico infatti costa circa Euro 3,00 al Kg.  (dorado, bonito, tonno ecc..) .

Ma la vera delizia è riuscire a FARSI INVITARE A CASA  di qualche seychellese. Una volta la cosa era spontanea ma  adesso i locali non sono più così disposti ad ospitare gli stranieri. Se lo fanno si fanno pagare e l’esperienza diventa un po’ artefatta.

Fregate myself at the RestaurantI BBQ seychellese della domenica  sulla spiaggia sono imbattibili. Intere famiglie si spostano con  le loro barchette e raggiungono  le spiagge più disparate. Si mangia, si ascolta la musica rigorosamente creola, si beve la birra locale SEYBREW…nel gran vociare generale può succedere che ci  invitino a mangiare qualcosa  con loro : è un’ esperienza imperdibile di gioia e di vitalità.

In quel caso si diventa subito « MON DALON » che in creolo significa « amico mio».

Una carezza nel cuore

L’ estate per me deve essere calda, possibilmente a 35 gradi all’ombra, quella sarda per intenderci…Sardegna bn

Ogni anno d’estate io e la mia famiglia passiamo almeno tre settimane qui, in Sardegna, a riprenderci tutto il sole e il caldo che c’è stato negato durante tutto l’anno..perché il caldo in Irlanda e’ cosa rara. Ma l’estate sarda è anche dolorosa per la sottoscritta, perché tornare qui un po’ mi riporta indietro nel tempo, a quel caldissimo lunedì di luglio in cui Mauro, mio marito, e’ morto in un incidente stradale,a causa di una macchina che invadendo la corsia gli ha fatto perdere controllo del suo amatissimo Kawasaki bordeaux 750.
E ogni volta che volutamente passo davanti a quella curva, quasi ad esorcizzare il dolore, penso spesso a come il destino beffardo si è portato via Mauro proprio quel lunedì che per lui doveva essere lavorativo ma che un improvviso trasloco aveva cambiato in giorno di ferie.

Io mi incamminavo verso l’uscita del Resort dove lavoravo da diversi anni, era circa l’una del pomeriggio, sotto un sole rovente e notai una figura, in divisa, che mi si avvicinava con faccia triste, fino a realizzare che si trattava della collega poliziotta di Mauro conosciuta poche settimane prima ad una cena in un ristorante della zona. Ho fatto in tempo solo a guardarla e sentirla pronunciare mezza frase: c’è stato un incidente, mi anima movimento alberidispiace ..Mauro.. Poi un urlo, una voragine, il vuoto.. Il resto sono ricordi spezzettati da momenti di incoscienza. Alla sbarra un altro collega aspettava,devastato dal dolore, e insieme alla mia direttrice, in una macchina messa a disposizione dal Resort, mi hanno accompagnato alla camera mortuaria a vedere Mauro.
Di quei giorni, vissuti come in un limbo, ricordo l’affetto della gente conosciuta e sconosciuta, indistintamente.

Delle formalità relative al funerale fu la mia insostituibile famiglia a prendersi carico, a me spetto’ la scelta di far vestire la divisa a Mauro per il suo ultimo saluto e di farlo tornare a casa per la sua ultima notte. Al funerale parteciparono migliaia di persone, fu persino messo a disposizione un Bus dal Resort per consentire a chi dei miei colleghi volesse parteciparvi, di farlo, poi tantissimi colleghi di Mauro furono presenti, anche in divisa, e ovviamente familiari, amici, conoscenti. Una marea di gente. Mauro era conosciuto e ben voluto da tanti. Era un buono, uno che andava d’accordo con tutti. Ricordo ancora il titolo sul giornale: ” In migliaia a salutare il poliziotto buono”.
Durante la messa, dopo qualche svenimento( la psicologa poi mi spiego’ che quelli furono gli unici momenti di lucidità), ho sentito la necessità di parlare, e sostenuta quasi fisicamente da uno dei due colleghi di Mauro che mi avevano comunicato la brutta notizia, mi son diretta verso il pulpito. Ho espresso gratitudine per gli undici anni che mi erano stati concessi a fianco ad un uomo eccezionale che aveva scelto me come sua sposa e che mi aveva amato più di tutto e tutti, venendo ricambiato. Chiesi inoltre a chi lo aveva conosciuto di tenerlo vivo nel loro ricordo e di continuare a parlarne e a parlarcene per rendere quel dolore, lacerante e insopportabile, un po più leggero. Ed è da quel momento che mi son sentita oltre che smarrita confusa e dolorante, sorretta..sorretta da Mauro.
Quel Dio, a cui avevo chiesto di non farmi incattivire proprio poche ore dopo l’incidente, mi aveva fatto il regalo più grande, e cioè la presenza di Mauro oltre la morte.

anima acquaDa allora, anche nei momenti più duri, lui e’ stato li’ con me e vicino a me, a passarmi una mano sul cuore quasi ad alleggerirlo da quel dolore devastante. C’è sempre stato e c’è ancora, son passati 12 anni la mia vita ha preso un altra direzione, ma sempre con lui vicino.
L’ho portato anche in Irlanda il mio angelo buono, l’ho fatto conoscere alla mia nuova famiglia, ai miei nuovi amici e colleghi( ora anche a voi) facendolo diventare pure lui un EXPAT.
Questo a dimostrazione che il dolore, pur nella sua devastazione, e’ giusto nel lasciarti una scelta: morire anche tu o reagire, dando la possibilità anche a chi non c’è più di continuare a vivere e anche ad espatriare…

Un abbraccio