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Sara, e le altre

Per Sara, e per tutte le altre 

Quando leggo quello che e’ successo a Sara in questi giorni continuo a dirmi quanto sono stata fortunata.

Ma credetemi , non e’ solo questione di fortuna, io ce l’ho fatta. E non sono wonderwoman, sono una donna normale che ha avuto la sfiga di innamorarsi dell’uomo sbagliato. Non credo serva entrare in particolari su come mi picchiava, la violenza non sono solo le botte.
Uno episodio su tutti pero’  ricordo ogni volta che leggo queste cose.

Non c’era un perche’ vero, ricordo solo che mi butto’ sul letto e comincio´a stringermi il collo: io lo lasciai fare, stanca di lottare. Ma probabilmente il mio inconscio decise di non “lasciar fare” perche’ mi ha come svegliata da un sonno profondo attraverso il  ricordo di lui seduto sopra di me che gridava “chi e’?  Puttana dimmi il nome!

E io  sorpresa che quasi non ricordavo che cosa stava succedendo; sentivo solo mancarmi l’aria senza neppure capire come ci fossi  capitata in quella situazione.
Ovviamente il nome che voleva sentirmi pronunicare era sempre il solito: quello del mio presunto amante. Perche’ ovviamente secondo lui  io andavo a lavorare, a fare la spesa o a fare qualsiasi altra cosa solo con l’obiettivo di scoparmi qualcuno.
Ad un certo punto, forse a cuasa del bambino e della babysitter nell’altra stanza che stavano piangendo,  si e’ accorto che stava passando il limite . E allora ha mollato la stretta al collo e mi ha lasciata andare.

In quei giorni, in Italia tanto quanto in Messico, ho sempre gridato come una matta per chiedere aiuto, ma nessuno e’ mai venuto a soccorrermi.

In quel periodo in Italia ricordo l’omicidio di una donna da parte di suo marito, era incinta e lui la accusava di essere una puttana e di aver avuto relazioni con il suocero, addirittura. E i vicini di casa che rilasciavano interviste:  lo sapevano che quell’uomo era un violento ma  nessuno aveva mai fatto niente per fermarlo. Pero’ erano sempre  tutti in prima fila per i famosi 15 minuti di celebrita’ quando si trattava di rilasciare interviste e mostrarsi in televisione.

A tutti dico una cosa: nessuna vuole un marito o un fidanzato violento. 
Ma del fatto che sia un violento non ce ne accorgiamo subito.

Capita alle casalinghe come alle professioniste, alle donne deboli e a quelle forti. Capita.

A volte chi sta a guardare  si rende  conto ancora prima delle protagoniste di quanto sta succedendo ma spesso, quando si vedono  i segni dell’accaduto,  si sa solo  dire che “ce lo siamo voluto“.  Ebbene, sappiate che non e’ cosi’.
Ci siamo innamorate e non sappiamo come venirne fuori, o non sappiamo neppure che  vogliamo “venirne fuori” . Perche’ dopo un po’ la violenza e’ l’unica cosa che si conosce, l’unica modalita’ nella quale ci si trova a muoverci .

Non chiudeteci le porte, non fate finta di non vedere. Non ascoltate i nostri no.

Apriteci le porte invece, guardateci negli occhi e fateci capire che siete li’ per noi,  sempre e comunque.
La  volta che finalmente avremo il coraggio di muoverci e’ perche sapremo dove andare, senza recriminazioni, senza un te lo avevo detto. Lo sappiamo gia’ .

Tutto questo e’ il mio passato, per fortuna.

Avevo scritto un libro su questo, perche’ era servito a me vederlo scritto, come una terapia. E poi lo avevo scritto per tutte le Sare del mondo.
Si intitolava “Ti sudano gli occhi mamma” perché questo e’ quello che dicevo a mio figlio se mi vedeva piangere: “non e’ niente amore, mi sudano gli occhi”.
Io sono una lettrice accanita e in quei momenti neri, scrivere (ovviamente di nascosto) mi aiutava tantissimo e avevo cominciato a scrivere di una vita che avrei voluto, una seconda chance. E mentre scrivevo, ho intrecciato le due vite.

Io non sono piu’ quella donna, sono il risultato ovvio di quello che ho vissuto.

Ma ora sono piu’ dura.
Mi sono costruita una vita da sola, lontana dall’Italia.

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Queste siamo io, la mia migliore amica e il mio cucciolo nel pieno periodo nero di Playa. Noi siamo rimaste insieme e lo siamo ancora. Grazie Elena.

Qui in Messico ho conosciuto la mia migliore amica.
Tutte due, quarantenni, arrivate con i nostri problemi e le nostre cicatrici.
Le migliori amiche non sempre sono quelle della scuola.
Lei e’ stata la mia forza, e io per lei.
Mi sgridava, non approvava, ma la sua porta era sempre aperta per me e il mio cucciolo.
Cosi’ come la mia per lei.
Per cui posso dire tranquilamente a tutte: ce la potete fare.
E’ difficile, fa un male cane.
Ma si puo’.
Fa niente se credi che nessuno ti capisce, e’ vero. Nessuno ti capisce.
Ma non serve che ti capiscano, serve solo che ti facciano sentire al sicuro.

Ce la puoi fare perche’ sei forte.
E la forza ce l’hai dentro di te.
Non te lo meriti quello che vivi, perche’ la vita e’ bella, credimi.
Io non sono wonderwoman e  ce l’ho fatta.

Ce la puoi fare anche tu.


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Mexico en la piel

Fra poco di meno di 2 mesi compirò 50 anni, 10 dei quali vissuti in Messico, a Playa de Carmen per la maggior parte di questo tempo.

Il mio piccolo e’ nato qui, a Veracruz , e  questa e’ una storia un po piu’ complicata: una vera telenovela.
Ve la racconterò, un altra volta.
Il Messico e’ un paese che ha moltissima storia, paesaggi meravigliosi ed e’ un paese di mille contraddizioni.mE ora e’ casa mia.
Mexico en la piel, e’ il titolo di una canzone famosa che rappresenta l’orgoglio di essere messicano, e per noi expat e’ come descrivere la sensazione che senti quando cominci a vivere qui.
Non e’ facile e non e’ l’Eldorado ma a me – il Messico –  ha dato tanto.
Sono arrivata a 40 anni con un bambino piccolo e una difficile situazione famigliare e per fortuna non ho mai avuto problemi a trovare un lavoro. Ho iniziato come concierge in un albergo, poi ho fatto la guida turistica, e poi l’assistente turistica prima per un piccolo tour operator italiano e poi per altre compagnie per lo piu’ americane.
Da un paio d’anni lavoro per una impresa che mi sta dando tante opportunità di crescita, e nel giro di poco sono stata promossa a a supervisora: in 5 hotel nella Riviera Maya io dirigo 14 rappresentanti.
Adoro il mio lavoro e quello che mi permette di fare e di vivere.
Mio figlio di 10 anni grazie al mio lavoro ha gia’ vissuto esperienze che difficilmente avrebbe potuto vivere in Italia.
Posso fare gratuitamente tutte le attivita’ che questo meraviglioso paese offre, cosi’ che  abbiamo visitato  Chichen itza, Coba, Tulum, la magica Ek Balam. Abbiamo visitato grotte e ci siamo calati con il rappel nei cenote sacri.
Abbiamo attravesato la foresta correndo sulla zip-line. Abbiamo nuotato con i delfini e i manati’.
Siamo andati a cavallo sulle spiagge bianche e lo so che suona strano pero anche a Cammello!
Ho guidato un quad nella foresta e solcato le onde sul wave ranner.
Abbiamo giocato con i pirati.
e abbiamo guardato lo spettacolo del fondo del mare attraverso l’oblo di un sottomarino.
Abbiamo incontrato sciamani maya che ci hanno dato un po di storia.
Sono stata fortunata ma ho anche lavorato e combattuto tanto per avere quello che ho ora.
Ma molto altro ancora ho  da fare, da vedere e da scoprire.
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Italiani all’estero, nostalgici e detrattori del bel paese.

Appena tornata da una breve vacanza in Italia, mi siedo al tavolo del solito baretto gestito da italiani, dove si sfornano pizzette e cornetti vagamente simili a quelli della madre patria, ma dove ogni mattina i nostalgici si incontrano, chiacchierano e discutono di tasse, politica e sport tricolore. Si da un’aggiustatina alla politica italiana e già che ci siamo anche una sistemata alle sorti del pianeta, ma sempre con la vena un po’ sorniona di chi si può permettere di non preoccuparsene più… I nuovi arrivati che si stupiscono o quelli che vorrebbero capire se anche per loro la Costa Rica possa essere lo spazio per una nuova vita, i turisti incuriositi dalla comunità italiana, i vecchi pionieri che ascoltano imperturbabili le lamentele di sempre, insomma tutto un mondo che converge verso l’immancabile espresso di mezza mattina.

La chiacchierata finisce sempre in discussione, i nostalgici rimpiangono e i detrattori disprezzano: la madre patria, in qualche modo, è lì e imperversa senza pietà nelle giornate di quelli che per i più svariati motivi se la sono lasciata spesso solo geograficamente alle spalle.

A chi mancano i vecchi amici, a chi manca il gorgonzola, a chi manca la neve. C’è chi va in Italia solo in vacanza, chi solo per vedere i figli ormai grandi o le madri-che-non-volano, chi invece non la vuole neanche sentire nominare, la patria natia, colpevole di qualche vecchio torto fiscale o giudiziario.

I primi anni all’estero sono stati per me un vero e proprio banco di prova, un’avventura giocata con entusiasmo e senso pratico, voglia di fare e di cambiare. Quando sono partita, ad una vecchia zia mi accusava con malcelato disprezzo di “non avere radici” ho risposto con assoluta serenità di non essere un albero.

Con il passare degli anni e’ aumentata forse un pochino la presenza a me stessa e con essa la sensazione che, per quanto l’ostinato aggrapparsi alle radici continui ad apparirmi una forma di difesa dalle nostre paure più che di vera e propria mancanza di stabilità, non sia effettivamente possibile né sensato sradicare un bagaglio culturale e sociale che da sempre ci identifica,  per quanto un nuovo paese possa essere per noi uno spazio dove ridisegnare noi stesse e la nostra esistenza

A volte mi chiedo se i rapporti sociali superficiali, il carattere un po’ aleatorio delle amicizie che si instaurano all’estero, l’innegabile mancanza di stimoli emotivi e culturali che hanno in qualche modo caratterizzato i miei ormai quasi venti anni fuori dall’Italia, il vivere in paesi dove si sente spesso la mancanza di un buon libro o di una serata a teatro, non siano semplicemente effetti collaterali della lontananza ma veri e propri campanelli d’allarme del nostro essere parte di una cultura molto più forte e radicata di quanto io stessa sia disposti ad ammettere.

Al tavolo mi guardano esterrefatti. Ma come, proprio io, l’entusiasta, l’iperattiva, l’inquieta vagabonda ora intrappolata dalla nostalgia o affetta da sindrome dell’emigrante? Proprio io che accuso il colpo dell’inefficienza, della poca puntualità e dei mille difetti della realtà in cui vivo e la affronto sempre con un sorriso?

Mi ritrovo a sorridere, appunto, di me stessa e di tutti noi, ciascuno diversamente e ugualmente incastrato nella propria italianità. Spirito critico, capacità di osservazione, senso pratico e un’eterna, intramontabile serena certezza che, in fondo, come noi, nessuno.

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Figli a scuola in Messico: quello che devi sapere

In Messico, nello stato di Quintana Roo, per essere precise nella super turistica Playa del Carmen, l’orario di inizio lezioni a scuola  è molto mattiniero.
Qui si comincia alle 7:00 del mattino.  Si, alle 7:oo di mattina tutti i bambini cominciano la loro prima lezione.
Nel resto del Messico invece iniziano alle 8:00.
Devo essere sincera: non  mi sono ancora abituata ad alzarmi alle 5.40 per portare mio figlio  a scuola.

Ma andiamo per ordine.

Ci sono due tipi di scuole; la pubblica (gratuita) e la privata, a pagamento. Ovviamente ci sono diversi prezzi che dipendono  dalla scuola che si sceglie. Tutte le scuole private sono bilingue, la scuola pubblica no. I bambini cominciano con il kinder a 3 anni, che e’ come il nostro asilo e dura fino all’età di sei anni.  Il secondo e il terzo anno al kinder sono obbligatori per entrare nella primaria.
Per cui bisogna stare attenti che l’asilo dove si iscrivono i bambini faccia  parte della Sep, che e’ l’ente per l’educazione.
Dico questo perche’ ci sono kinder ad ogni angolo, per cui: attenzione. Per quanto riguarda l’orario dei kinder varia molto. Dato che siamo in un posto turistico dove tutti lavorano anche e soprattutto nei festivi, Natale compreso, i kinder sono sempre aperti, spesso fino alle 10-11 di notte.Ce ne sono anche alcuni  che stanno aperti 24 ore.

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Il mio bambino che fa “scrooge” nella recita scolastica

La primaria dura 6 anni.
L’orario della pubblica e’ : 7.20 fino alle 11.30 della mattina.
Pero’ qui ci sono talmente tanti bambini che le scuole non sono sufficienti ad accoglierli tutti, per cui, per chi non trova posto la mattina può iscrivere il bambino nel turno del pomeriggio, che solitamente inizia alle 13:00 fino alle 17:00 per le scuole pubbliche.
Ci sono alcune scuole semiprivate, fundacion, che sono abbastanza buone, bilingue, e che hanno dei sussidi da parte di privati per cui costano meno, pero’ le lezioni si svolgono solo nel pomeriggio tra le  13 e le  18.30.
Poi ci sono le scuole primarie private che cominciano alle 7:00 fino alle 13.45, orario normale. Spesso pero’ c’e’ un  servizio di doposcuola che qui si chiama guarderia, accessibile ad  un prezzo extra, dove poter lasciare il tuo bambino a scuola. Generalmente mangiano e fanno i compiti, oltre che giocare, tutto sotto la supervisione scuola-messicodelle maestre. Per cui noi mamme lavoratrici siamo abbastanza tranquille.
Le scuole private oltre all inglese hanno anche altre attivita’: tae kwon doo (quasi tutte), nuoto, danza folclorica, scout, robotica, musica, calcio, basket. Queste sono le piu’ comuni.
E queste sono materie che hanno il loro peso nella votazione di  fine anno, per cui è importante scegliere l’attività’ che il bambino preferisce perche’ farà parte della valutazione finale.
Tutte le scuole organizzano  ogni 2-3 mesi la famosa recita scolastica.
Per halloween, per la rivoluzione, la indipendenza, il carnevale, la festa del bambino o fine anno.

Terminata la primaria ci sono 3 anni di secondaria e poi 3 anni di preparatoria.

La preparatoria e’l’equivalente delle  nostre scuole superiori o del liceo, però si basa sulla  cultura generale e dura  solo 3 anni.

Dopo di che si può entrare all’Università.
L’Università’ invece non è concepita come un arricchimento in termini di  cultura a carattere generale, bensì somiglia quasi ad una scuola professionale, perché e’ molto specifica.
Ci sono anche università che si possono frequentare solo il sabato ed ottenere un diploma di laurea in tre o quattro anni a pieno titolo valido come gli altri.
Non e’ difficile ne’ strano infatti incontrare 40enni che ti dicono che studiano all’Università’, non perché sono fuori corso, ma perche’ sono dei lavoratori  e il  loro giorno libero lo dedicano allo studio ed all’ università’. Li ammiro molto!
Per i lavoratori o quelli che non sono riusciti a studiare ci sono le scuole aperte.
Sono praticamente scuole non troppo convenzionali pero’ valide. in pratica  in queste classi l’insegnante serve solo per darti i libri, poi dovrai  studiare da solo ma in pochi mesi sarai in grado di  dare l’esame di preparatoria. Come dire: volere è potere.

 

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Pasqua: l’odio e l’amore. Da Bruxelles al Messico.

Era mia intenzione scrivere sulla Pasqua in Messico: sulle tradizioni della “Semana Santa”, forse la festivita’ piu’sentita e celebrata in questo Paese, da sempre in bilico tra dolore, morte e Resurrezione…con le rappresentazioni della via crucis e le processioni che si snodano in molte citta’ Messicane. Ma i recenti orribili attentati di Bruxelles mi hanno gelato le parole in gola. O meglio, le dita sulla tastiera.
Come si fa a rappresentare e ricordare il dolore e la passione di Yeshua di Nazareth 20 secoli fa, quando ne abbiamo una reale manifestazione, con sangue vero di vittime innocenti a due passi da noi, o comunque nel nostro mondo, nel nostro secolo.
Gesu’ Cristo si e’ immolato sul Calvario 2000 anni fa per renderci liberi, per darci la salvezza e la vita eterna, e per seguire il suo esempio di vita, che significa amare il prossimo al punto di scrificarsi fino alla morte. Ma credo che sia lui che il Padre Eterno stiano piangendo scuotendo la testa dicendosi che non abbiamo capito nulla.
Che in nome della religione e di un Dio (Yaveh, Allah) ancora uccidiamo, odiamo, condanniamo…
Ma cio’ che mi fa ancora piu’ tristezza e terrore degli attentati e’ l’accanimento contro i rifugiati ed immigrati, come se fossero loro i colpevoli e responsabili di questa tragedia. Loro, che stanno fuggendo da una tragedia mille volte peggiore: la guerra, i massacri, la paura quotidiana da mesi e anni….
Diceva Martin Luther King “Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi; è l’indifferenza dei buoni“.

Ho letto un post su facebook di una certa Cristina, ragazza Italiana che vive a Bruxelles, scrive : Io vivo in Belgio; quando tutto è successo ero a scuola: nella mia classe ci sono diversi ragazzi rifugiati. Loro erano gli unici che non ricevevano chiamate per sapere se stavano bene perché non hanno più nessuno che li chiami. Le loro non erano facce da paura ma facce di persone che avevano già vissuto l’esperienza milioni di volte. Credo di averli capiti fino in fondo solo questa mattina: ed è stato orribile.

Tornando in Messico, oggi qui a San Miguel de Allende, dove vivo, come ogni anno dal Santuario di Atotonilco parte la Via Crucis. Inizia con l’ultima cena, quando il Dio fattosi uomo lava i piedi ai discepoli, spezza il pane e offre il vino, dicendo “fate questo in memoria di me”, poi va a pregare nell’ Orto dei Getsemani, dove chiede al Padre di allontanare il calice della morte, ma poi si rimette alla Sua volonta’ e viene arrestato…  persone del popolo rappresentano Jesus, gli Apostoli, Pilato, Erode ed i centurioni, Maria e Maddalena…
Una marea di fedeli – e non – assistono in silenzio a questa rappresentazione abbastanza cruenta (le frustate sono vere).
Il Venerdi’ Santo, che gli Americani chiamano Good Friday (perche’, dicono , come chiameresti un giorno in cui qualcuno muore al tuo posto?)
per le strade acciottolate del pittoresco centro di San Miguel si snoda la Procesion del Silencio: una lenta parata, Croce in testa, seguita da centurioni romani, dagli anacronistici calzini rossi e bianchi. Seguiti da donne velate di nero e bimbe vestite di bianco, una banda, un coro di bambini, statue di Angeli, Madonne, immagini del gallo che canta 3 volte, della sindone…
Quest’anno si dovrebbe aggiungere alla processione anche un simbolo per ogni posto nel mondo dove muoiono innocenti.
E ricordare le parole del Cristo: Sono la via, la verità, la vita.

L’odio porta la morte, l’Amore la Resurrezione.

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“Itagnolo”, non solo petaloso

In questi giorni e’ di moda la parola petaloso, inventata da un bambino italiano.
Dolce parola senza dubbio, ma noi italiani expat ne abbiamo tante di parole strane, tanto che qui a Playa del Carmen diciamo di parlare itagnolo.
Il mio meraviglioso bambino per esempio ne ha forgiate di bellissime: il frigolo, che non e’ l’ottavo nanetto, ma come chiamava il frigorifero quando comincio’ a parlare, e cosi’ ora a nella nostra cucina, cosi’come in quella dei nonni, abbiamo un nuovo elettrodomestico.
Un giorno stavamo giocando per strada, e doveva salire una salita per cui per scendere mi indica la ….scenduta..
Ovvio, non fa una piega.
Cosi’ come pienare la bottiglia.
Fare un passeggino, nel senso di passeggiata.
E mille altre.
Ma non capita solo ai bambini, pure noi adulti, dopo tanto tempo qui spesso storpiamo  le parole che abbiamo creato una nuova lingua,  l’ itagnolo appunto, che tra di noi non suona strano, siamo abituati, ma se arrivano amici e parenti ci guardano strani.
Poi bisogna fare attenzione anche alle parole cosidette amiche, che a dire la verita’ hanno ben poco di amico, ti posso confondere ancora di piu’ le idee.
Parole che si scrivono esattamente uguale all’ italiano, ma hanno un significato completamente diverso.
Il burro e’ l asino, se vuoi il burro devi chiedere mantequilla.
Il vaso e’ il bicchiere, se vuoi un vaso sara’ un florero.
Nudo e’ il nodo, banco e’ la banca, la banca e’ una panchina
Vela e’ la candela. il pasto e’ il prato.
Pronto vuol dire presto.
Guarda significa metti a posto, riordina.
O parole che sono simili: aceite e’ l’ olio.
Salir vuol dire uscire, subir e’ salire.
Camara e’ la macchina fotografica.
Embarazada e’ incinta.
Pelo vuol dire capello, pero’ un pelon e’ un calvo.
A presto con altri meravigliosi esempi amiche mie!

Besos y abrazos

Daniela con figlio

 

Messico: abbandoniamo i luoghi comuni

I primi luoghi che bisogna assolutamente abbandonare espatriando sono i “luoghi comuni”: cosi’ come l’Italia per molti stranieri e’ “mafia, pasta pizza e mandolino”, ogni paese ha i suoi…
Basti leggere i commenti che a volte si trovano su facebook o le becere dichiarazioni di Donald Trump. Oppure, come mi e’ recentemente capitato dopo l’intervista pubblicata su “il fatto quotidiano”, dove racconto la mia esperienza di espatriata in Messico con mamma ottuagenaria affetta da demenza senile…. leggendo con stupore e rabbia lo stupidario di luoghi comuni  tra le righe dei commenti dei miei “compatri-di-oti” che si riassumono con:
“Cosa sei andata a fare in Messico che e’ un Paese povero, pericoloso e terzomondista?”,  oppure ” non vorrai farci credere che il Messico e’ il Paese di Bengodi, dove la gente sparisce, viene ammazzata o emigra negli Stati Uniti perche’ fa la fame…”

Per prima cosa devo sfatare un luogo comune: Il Messico non e’ un Paese sudamericano, ne’ centroamericano… bensi’ nordamericano, come Stati Uniti e Canada.
Ed e’ ormai molto piu’ simile a questi ultimi che non ai Paesi latinoamericani , purtroppo per certi versi.

Altro luogo comune da sfatare: il Messico e’ povero e terzomondista.
Se a causa di retaggi culturali puo’ essere ancora considerato per certi versi “terzo mondo”, di certo non e’ un paese povero, al contrario, e’ un paese ricchissimo: di cultura, di metalli e minerali preziosi, di petrolio e produzioni industriali. Lavoro ce n’e’ per tutti, la disoccupazione e’ attualmente ai minimi storici ed e’ molto piu’ bassa che in Italia, e persino Stati Uniti…
I Messicani non sono poveri, lo sono le minoranze etniche, ovvero i pochi indigeni sopravvissuti che vengono sottopagati e sfruttati, come in ogni paese del “primo mondo”.
Quelli che passano il confine, rischiando la pelle come “illegales” , per andare a lavorare negli Stati Uniti, non lo fanno perche’ altrimenti morirebbero di fame, ma perche’ con quello che guadagnano in un mese al “otro lado” in dollari, mantengono la loro numerosa famiglia per un anno e, dopo qualche anno, se non sperperano in alchool e vizi, tornano in patria e si costruiscono la casa o mettono su un’impresa.

messico iguanaAltro mito da prendere con le pinze: il Messico e’ pericoloso
Non dico non lo sia… ma lo e’ quanto se non meno molte citta’ Americane ed Europee…
Certo, se si gira soli, di notte, vestiti in modo appariscente, magari con costoso smartphone o macchina fotografica digitale in bella vista, in alcuni quartieri malfamati di Citta’ del Messico, o Guadalajara, puo’ capitarti che ti rapinino. Ma, sinceramente, succede la stessa cosa in certi quartieri di Milano, Roma, Napoli, Torino, Genova. A me personalmente qui in Messico da 3 anni non e’ ancora successo niente, ho persino dimenticato la mia macchina fotografica, con carte di credito e cellulare in un ristorante e li ho ritrovati… viaggio tranquillamente in metropolitana e sui mezzi pubblici, anche quando vado a Citta’ del Messico (con i suoi 25 milioni di abitanti…)  dove trovo persino scompartimenti riservati alle donne per evitare molestie… e dove poliziotte donne regolano salita e discesa per evitare sgradevoli spintoni e sovrafollamenti.
Poi, se ficchi il naso o ti metti in affari sporchi o hai a che fare con traffici illeciti, be’… te le vai proprio a cercare! Ed una cosa e’ certa e non e’ un luogo comune: i narcos esistono e non hanno scrupoli.
Come la camorra o l’andrangheta in Italia.

Poi ci sono i luoghi comuni al contrario… ovvero che in Messico sia tutto lecito, che basti allungare qualche dollaro di mancia per ottenere qualsiasi cosa. Che si possa vivere da nababbi con “pochi euri”…
Niente di piu’ falso: bisogna rimboccarsi le maniche come in qualsiasi altro Paese e la burocrazia e’ a volte snervante, si puo’ vivere discretamente con una pensione Italiana, grazie al cambio favorevole, ma in alcune zone molto turistiche, tipo Riviera Maia, Los Cabos, alcune spiagge del Pacifico, ornai la vita costa quasi come da noi.
Mentre nei luoghi meno battuti si trova ancora una casa di 3 locali in affitto a 200 euro al mese, un pasto al ristorante costa 8 euro, un taxi in citta’ per un percorso medio 3 euro.

Che i Messicani siano pigri, e facciano lunghissime “siestas” e’ poi davvero una leggenda metropolitana: lavorano piu’ di noi, alcuni fanno doppio o triplo lavoro, fanno pochissime vacanze… magari poi hanno poca attenzione al dettaglio e non eccelleno nello zelo…. ma e’ piu’ per pigrizia mentale che fisica.

Quindi, se intendete emigrare o visitare il Messico, abbandonate tutti i luoghi comuni, che in valigia non c’e’ spazio per loro.

Chile en nogada

Nonsolotacos

Hola donne di mondo!
Une delle tante attività che svolgo qui a San Miguel de Allende, Guanajuato, e’ dare lezioni di cucina regionale Italiana. Cosi’ come costa fatica far comprendere ai Messicani che Italia non e’ solo sinonimo di pizza e spaghetti, ma che ci sono migliaia di piatti differenti ed in ogni regione si cucina in modi e con ingredienti diversi. Altrettanto difficile e’ spiegare al resto del mondo che la cucina Messicana non e’ solo tacos! E’ una cucina molto varia, anche qui cambia molto a secondo della zona. E se pensate che il Messico e’ almeno 6 volte l’Italia…..

Tacos del Messico

Nonsolotacos, ma come vedete anche di tacos ce ne sono diversi…

Nei numerosi ristoranti pseudo-messicani che si trovano ormai in ogni paese, il menu’ e’ composto per lo piu’ da tacos (tortillas di mais ripiene di carne e formaggio) riso e fagioli, fajitas (carne di polo o di manzo grigliata e tagliata a listarelle con peperoni e cipolle) oppure burritos (tortillas di farina ripiene di carne, formaggio, verdure). Il tutto accompagnato da salsine piccanti (ma mai come quelle che trovate qui) in cui inzuppare i nachos.  In realta’ questi piatti non sono nemmeno l’ombra di quelli originali…come quando inorridisco nel vedere i menu’ dei ristoranti “Italiani” qui in Messico, che propongono “Espaguetti a la Bolognesa”, “Lasaña”, “Fettucini Alfredo”…. ovvio che di Italiano c’e’ poco se sbagliano addirittura a scriverlo…

La cucina Messicana, cosi’ come quella Italiana, non esiste! Esistono LE cucine regionali Messicane: nella regione di Puebla, centro-sudest, ad esempio uno dei piatti tradizionali e’ il “Pollo con Mole”, ovvero pollo ricoperto da una salsa a base di diversi tipi di peperoncino essiccati e cacao… oppure il “Chile en Nogada“, prelibatezza stagionale che consiste in un peperone ripieno di carne macinata e mischiata con pezzetti di frutta e noci, il tutto ricoperto da una crema di formaggio con noci e grani di melograno, e’ un piatto patriottico verde bianco e rosso!

Piu’ a Sud, in Oaxaca, famoso per i suoi formaggi, vanno matti per i “chapulines” (simpatici grilli fritti e ricoperti con sale, limone e l’immancabile peperoncino) li trovate in ogni mercato e ve li servono in tacos, ricoperti di cipolla e  foglie di coriandolo) o cosi’ semplici da sgranocchiare tipo patatine.

Al Nord del Messico invece e’ la carne a farla da padrone: immense grigliate parilladas di “res“, manzo, nonsolotacos-daina-mexicoaccompagnate da guacamole (composto di avocado, pomodori, cipolla, foglie di coriandolo il tutto schiacciato nel mortaio di pietra che chiamano molcayete), la “arrachera” e’ un taglio di carne marinata in spezie e poi grigliata. O il “cabrito” (un capretto intero allo spiedo).

Nello stato di Hidalgo sono famosi per la loro “barbacoa“, carne di borrego (maschio castrato della pecora) cucinato lentissimamente in un buco scavato nella terra riempito di brace e la carne avvolta in foglie di agave, delizioso!

Altra specialita’ di Pachuca, nello stato di Hidalgo sono “los Pastes” tipo panzerotti di pasta sfoglia ripieni di carne o tonno, patate. Il “pozole” e’ una zuppa di grani di mais, con carne di maiale stufata, verza e altre verdure, sopra si sparge rapa, cipolla e immancabile coriandolo e peperoncino. Nella penisola Yucateca ovviamente si mangia molto pesce, specialmente fritto o al “mojo de ajo“(sugo di aglio)

Ma un piatto tipico e’ anche il “cochinita pibil”, maialino cotto e poi marinato con cipolle rosse.

A Veracruz invece si cucina il pesce alla “veracruzana”, con pomodori, cipolla e olive.

Come vedete la cucina messicana e’ molto piu’ dei tacos… ma persino quelli esistono di moltissimi tipi diversi, a cominciare dalle tortillas, che possono essere di farina di grano, di mais giallo, rosso colorato o “azul”. I tacos possono essere ripieni di carne “al pastor“(tipo quella dei gyros turchi), o arrachera, o bistecca di manzo, di pollo, di carnitas di maiale, o maiale in salsa di pomodori verdi o con “guisados” (stufati) diversi, patate, nopales (le foglie di cactus), di pescado, camarrones (gamberi)…. oppure di “huitlacoches” (un fungo che cresce sul mais) o di “chicharrones“, la pelle del maiale fritta e poi ammorbidita in un sugo. Ecco, quest’ultimo non l’ho mai nemmeno voluto provare perche’ mi fa accapponare la pelle! A proposito di pelle accaponata, nei villaggi indios mangiano anche serpenti e roditori vari… ma questa e’ un’altra storia.

Buen provecho! Buon appetito!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ricetta dal Guatemala: frijoles voletados

Quando siamo sbarcati qui ho cominciato a scrivere un blog che ho chiamato tortilla e parmigiano perché noi siamo una famiglia multirazziale, e anche la cucina a casa nostra e’ multiculturale!

Mangiamo di tutto, proviamo di tutto, però i punti cardine sono:

– non metteremo MAI la maionese o il ketchup nella pasta
– non metteremo MAI l’ananas sulla pizza
– non metteremo MAI la pancetta fritta sui pancakes

Per il resto, a casa nostra mangiamo con entusiasmo tutta la meravigliosa frutta che questo paese ci offre, oltre a quella già conosciuta: papaya, mamey, guayaba, guanabana, camote, tamarindo, jocote, kaimito, granadilla (maracuya), zapote, pitaya, mango tommy, mango verde, mango de pita, ananas, banane grandi, banane rosse, bananitos, platanos…maracuja
La tradizione guatemalteca prevede che il mercoledi si mangino i chiles rellenos ( peperoni ripieni di patata, fagiolini, carote, cipolla e carne), giovedì si mangia il “pache” una specie di polpetta rettangolare di patata ripiena di carne cotta nella salsa di pomodoro, stufata tutta avvolta in una foglia di banano. Il venerdì si dovrebbe mangiare i “chuchitos“, simili al pache ma fatti di farina di mais invece che di patata e avvolti nelle foglie della pannocchia, e il sabato il tamal. Il tamal e’ come il chuchito ma può contenere anche capperi, olive, prugne secche, molta più salsa di pomodoro ed è avvolto nella foglia di banano. Noi non seguiamo queste indicazioni alla lettera, ma mi piace fare un po’ come ci va, Mangoalterando i piatti tipici guatemaltechi, con la pasta alle verdure ( alle zucchine o con il guisquil, che è della stessa famiglia delle zucchine ma può avere le spine e comunque sempre una buccia molto grossa e una forma a pera, ai peperoni, al pomodoro, alle melanzane, ai piselli…), o la carne. La carne che più si utilizza qui e’ il pollo (ne fanno specialmente squisite zuppe), l’altra fonte proteica sono le uova ( al supermercato ne vendono confezioni da 90, sbalorditive rispetto alle scatoline da quattro-sei-dodici che si trovano in Italia). Ho imparato qui che la papaya e l’ananas sono ottime per creare un liquido in cui marinare la carne, soprattutto il manzo, perché la rendono tenerissima grazie agli enzimi che contengono. Ho scoperto che il riso bollito con spezie e verdure o bianco può essere un ottimo contorno alla carne, e non solo un primo piatto se cotto a risotto. Ho conosciuto pesci di fiume e di mare molto diversi da quelli che mangiamo in Italia, pesci di cui non so tradurre il nome e che mi basta riconoscere dal colore e dal sapore. Mi sono “integrata”, almeno culinariamente parlando . Ma non mi sono abituata a chiamare quel mezzo litro di acqua scura che ti servono in una scodella a colazione o a fine pasto “caffè”.

Vi lascio con una ricetta semplice ma molto gustosa, riproducibile anche in Italia, i “frijoles voletados“:
– mezzo kg di fagioli neri precedentemente messi a mollo
– una cipolla intera
– sei denti d’aglio

fagioliPreparazione:
Mettere il tutto in pentola a pressione con almeno due litri d’acqua, e lasciare cuocere a fuoco lento per quaranta minuti dal fischio della pentola. Lasciare raffreddare, frullare il tutto (acqua rimasta compresa) il più finemente possibile. In una padella soffriggere in abbondante olio di semi (io uso e.v.o, ancora meglio secondo me!)mezza cipolla tagliata finissima, poi aggiungere il “frullato” di fagioli e lasciar evaporare l’acqua a fuoco medio, mescolando spesso. Ci vorrà almeno una mezz’ora . Nel frattempo salate a piacere. Quando avrete ottenuto una specie di purè abbastanza cremoso ma non liquido, potete utilizzarlo come aperitivo con dei nachos e della panna da cucina o della guacamole (prepara bile in due secondi: quella messicana ha più ingredienti, quella guatemalteca solo cipolla sminuzzata, molto limone, sale, avocado maturo il tutto ben frullato), oppure è molto buono anche nella nostrana piadina (che rimpiazza benissimo la tortilla di grano) con un po’ di parmigiano e mascarpone. tortilla e parmigiano, appunto!