Quando sei in casa altrui devi accettare le regole di chi ti ospita, scoprire in quale misura ti vuole o non ti vuole, prevenirne le ostilità, scendere a patti con esse.

dal libro “Insciallcanada-tante-nazionalitaah” di Oriana Fallaci

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Thanksgiving, Canada: 1000 ragioni per dire “grazie”

photoIl 12 ottobre si festeggia in Canada il Thanksgiving. Una tradizione tutta nuova per me e nel cui spirito riesco ad entrare ancora poco seppure lo senta contagioso. Qui è un evento importante tanto quanto il Natale. Un rito, un momento di riflessione, di condivisione.

E’ diversa dall’omonima festività americana che si festeggia a novembre. Non si celebra “l’incontro” con i nativi (mi verrebbe da dire con che coraggio si possa fare, ad avere un minimo di cognizione storica). Questa festa affonda le radici in una cultura contadina dove le buone stagioni facevano al differenza tra la vita e la morte. Qui si festeggia il raccolto, la famiglia, la gratitudine per ciò che si è avuto, che si è riusciti ad ottenere nei mesi buoni di sole e abbondanza per affrontare l’inverno, il periodo più buio e difficile della natura. Gente sorridente con torte di zucca in mano cammina per il quartiere andando a trovare amici e parenti, ti salutano e ti augurano un “Happy Thanksgiving”. Per tutti i giorni precedenti non si fa che parlare di questo: tacchini ripieni, ricette tradizionali, biglietti d’auguri confezionati a scuola, “tu dove vai?” “io lo festeggio con i miei, li vado a trovare per il long week end a Toronto/a Winnipeg /a Kelona…”. 3 o 4 ore d’aereo non sono nulla, purché si stia insieme.
Nonostante sia una tradizione nuova per me, ammiro molto una società che per un giorno ferma tutto per dire Grazie.
Dire Grazie, dedicare a questo atto un giorno speciale dell’anno significa molte cose. Significa riconoscere che senza l’aiuto degli altri non avremmo ottenuto lo stesso risultato. Significa riconoscere i propri limiti individuali ed esaltare i valori di solidarietà e cooperazione su cui si basa una comunità sana. Significa dare importanza alle relazioni, significa aver capito che il sostegno quotidiano o occasionale che riceviamo è importante, significa non dare per scontato che gli altri ci siano.thanksgiving-canada
Ringraziare è una presa di distanza dal narcisismo, l’egocentrismo e l’individualismo che hanno spesso il sopravvento nei rapporti interni alle nostre società.
Fermarsi un giorno, preparare cose buone per riunire intorno alla tavola le persone che amiamo, prendersi del tempo per riflettere su ciò di cui possiamo e dobbiamo essere grati è una grande cosa. E’ un balsamo per l’anima che si arrovella su quello che vorrebbe, sui suoi desideri, sulle ambizioni, sui traguardi ancora da raggiungere. Tutte cose giuste, umane, ma che devono trovare un equilibrio nel nostro cuore affinché non si trasformino in sterile cupidigia e possono farlo solo se bilanciate dalla consapevolezza che abbiamo già avuto molto, moltissimo.
E’ il mio secondo Ringraziamento qui. Ne ho di cose di cui essere grata. Noi tutti ne abbiamo se ci pensiamo bene. Allora happy Thanksgiving anche a voi!

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Clitoridectomia, ovvero quando le ragazzine diventano vere Donne

Condividete questo post….è importante far conoscere la verità.
Più saremo e più facilmente si arriverà all’eliminazione delle mutilazioni genitali nel mondo.

Grazie, Donatella.


In Somalia, e in tanti altri paesi dell’Africa, la circoncisione, la clitoridectomia e l’infibulazione sono pratiche tutt’ora in uso.

Personalmente, avendo un marito Masai, ho partecipato alla cerimonia dei festeggiamenti nelle ore immediatamente successive ad una clitoridectomia e devo dire che il ricordo che mi è rimasto di quell’esperienza e l’impressione che ne ho tratto è  che i Masai vivono quel momento come una festa ancora più brillante ed emozionante di quella di una nascita.

Si… perché per i Masai (e suppongo per tutte le tribù che praticano questa ORRIBILE tradizione ) quello è il vero momento della rinascita, o meglio, della vera nascita di una donna o di un uomo.

Per i Masai infatti la pratica della mutilazione genitale viene effettuata verso i 13/15 anni.

Una ragazzina diventa donna e un ragazzino diventa uomo; quest’ultimo sarà un guerriero pronto a sfidare la savana e tutti i pericoli che ne conseguono.

Ciò farà sì che, dopo un periodo di totale immersione nel mondo wild, tornerà a casa e sarà capace di proteggere una famiglia. Moglie e figli. Ecco che anche lui potrà quindi sposarsi.

Ho tentato di capire le ragioni profonde di questo rito, mi sono messa a parlare  con le ragazzine che stavano per sottoporsi a questa orribile pratica e devo dire che, nella mia vita, non ricordo di aver visto emozioni così gioiose e cariche di attese come sembrava le stessero vivendo loro.

Se dovessi fare un paragone, direi che le ragazzine Masai con la loro eccitazione pre-clitoridectomia mi hanno fatto venire in mente il momento in cui stavo per diventare maggiorenne,  quel momento  che apre la porta alla maturità anche a noi occidentali e che, finalmente, ci legittima al conseguimento di benefici di vario ordine come ad esempio il prendere  la patente di guida , o il sentirsi  più liberi di decidere per sé stessi  e per il proprio  futuro.

Sì, perché le ragazze che si sottopongono a questo rito, sanno che nel momento in cui verranno private di ”quella” parte del loro corpo considerata inutile  (addirittura alcune tribù la considerano un di più) diventeranno delle  vere donne. Donne con la “D” maiuscola.

Inoltre, potranno prendere marito e questo è, per le ragazzine Masai, l’evento più atteso, perché presumo (e in parte ne sono convinta) che,  grazie al matrimonio, potranno finalmente avere  una casa tutta loro.

In quella condizione di Donne, diventeranno loro le “matriarca” e fuggiranno così da una situazione in cui, nella famiglia paterna, erano state trattate da schiave in miniatura svolgendo varie incombenze quali prendere la legna e l’acqua, badare ai fratellini minori, portare al pascolo le capre e le pecore, mungere il latte, preparare i pasti per la famiglia nel recinto di casa.

Insomma, non è che poi saranno  meno schiave di un marito, ma,  finalmente, potranno  decidere quando e come esserlo e, magari, essere loro stesse a dare ordini ai figli che verranno dal loro matrimonio. Figli visti come aiuti e manovalanza (diremmo noi) per la famiglia. Un figlio in più: un aiuto in più in casa per la madre.

Questa è la mentalità Masai che ho voluto raccontarvi vivendola da vicino da molti anni.

autriceEd ecco ora  la clitoridectomia dal racconto di Hirsi Ali Hadyaan …che l’ha vissuta sulla sua pelle:

(Ayaan Hirsi Ali, nata Ayaan Hirsi Magan, è una politica e scrittrice somala naturalizzata olandese, nota soprattutto per il suo impegno in favore dei diritti umani e in particolare dei diritti delle donne all’interno della tradizione islamica – Wikipedia)

“Poi toccò a me. Ormai ero terrorizzata.
– Quando avremo tolto questo “kintir” (clitoride) tu e tua sorella sarete pure.- Dalle parole della nonna e degli strani gesti che faceva con la mano, sembrava che quell’orribile kintir, il mio clitoride, dovesse un giorno crescere fino a penzolarmi tra le gambe. Mi afferrò e mi bloccò la parte superiore del corpo … Altre due donne mi tennero le gambe divaricate. L’uomo che era un cinconcisore tradizionale appartenente al clan dei fabbri, prese un paio di forbici. Con l’altra mano afferrò quel punto misterioso e cominciò a tirare…Vidi le forbici scendere tra le mie gambe e l’uomo tagliò piccole labbra e clitoride. Sentii il rumore, come un macellaio che rifila il grasso da un pezzo di carne. Un dolore lancinante, indescrivibile e urlai in maniera quasi disumana. Poi vennero i punti: il lungo ago spuntato spinto goffamente nelle mie grandi labbra sanguinanti, le mie grida piene di orrore … Terminata la sutura l’uomo spezzò il filo con i denti…Ricordo le urla strazianti di Haweya, anche se era più piccola, aveva quattro anni, scalciò più di me per cercare di liberarsi dalla presa della nonna, ma servì solo a procurarlo brutti tagli sulle gambe di cui portò le cicatrici tutta la vita.
Mi addormentai, credo, perché solo molto più tardi mi resi conto che le mie gambe erano state legate insieme, per impedire i movimenti e facilitare la cicatrizzazione (dato che c’è stata una perdita di sostanza, clitoride e piccole labbra, le gambe legate insieme permettono la cicatrizzazione, ma la cicatrizzazione avviene in retrazione. Non c’è più tutto il tessuto necessario perché le gambe possano essere divaricate completamente. Nessuna farà più la spaccata. Anche dare un calcio a un pallone può essere impossibile, come andare a cavallo o, nei casi più gravi, nuotare a rana. Nei casi più gravi, dove infezioni riducono ulteriormente il tessuto, le donne non possono più divaricare le gambe per accovacciarsi e urinare e, dove non esistono water, devono urinare dalla posizione in piedi con l’orina che scola tra le gambe, scola un filino alla volta, una goccia alla volta.) Era buio e mi scoppiava la vescica, ma sentivo troppo male per fare pipì. Il dolore acuto era ancora lì e le mie gambe erano coperte di sangue. Sudavo ed ero scossa dai brividi. Soltanto il giorno dopo la nonna mi convinse a orinare almeno un pochino. Oramai mi faceva male tutto. Finché ero rimasta sdraiata immobile il dolore aveva continuato a martellare penosamente, ma quando urinai la fitta fu acuta come nel momento in cui mi avevano tagliata. Impiegammo circa due settimane a riprenderci. La nonna accorreva al primo gemito angosciato. Dopo la tortura di ogni minzione ci lavava con cura la ferita con acqua tiepida e la tamponava con un liquido violaceo, poi ci legava di nuovo le gambe e ci raccomandava di restare assolutamente ferme o ci saremmo lacerate e allora avrebbe dovuto chiamare quell’uomo a cucirci di nuovo. Lui venne dopo una settimana per esaminarci. Haweya doveva essere ricucita. Si era lacerata urinando e lottando con la nonna…L’uomo ritornò a togliere il filo dalla mia ferita. Ancora una volta furono atroci dolori per estrarre i punti usò una pinzetta. Li strappò bruscamente mentre di nuovo la nonna e altre due donne mi tenevano ferma. Ma dopo questo anche se avevo una ruvida spessa cicatrice tra le gambe che faceva male se mi muovevo troppo, almeno non fui più costretta a restare sdraiata tutto il giorno con le gambe legate. Haweya dovette attendere un’altra settimana e ci vollero quattro donne per tenerla ferma… Non dimenticherò mai il panico sul suo viso e nella sua voce…Da allora non fu più la stessa…aveva incubi orribili. La mia sorellina un tempo allegra e giocosa cambiò. A volte si limitava a fissare il vuoto per ore. (svilupperà una psicosi) … cominciammo a bagnare il letto dopo la circoncisione.”
grafico mutilazioni

Ayaan Hirsi Ali ha vissuto tutto questo….e ora lotta affinché’ si possa arrivare a un cambiamento

 

La studentessa del Marocco che non vuole portare il velo bianco

Oltre al mio lavoro, quando ho occasione, qui in Marocco offro  ripetizioni e corsi di italiano… insegnare è sempre stata una mia passione e da giovincella campavo di ripetizioni.

Vengo chiamata dalla direttrice di una scuola di lingue per un corso di italiano di 20 ore ad una studentessa che prepara l’esame di maturità e tra i tanti argomenti ha deciso di trattare l’Italia e gli italiani immigrati all’estero durante la guerra. Mi viene detto poco di lei, non sapevo nemmeno quale fosse la sua reale conoscenza della lingua ma soprattutto non sapevo se il suo livello rispecchiasse realmente la tabella standard del quadro comune Europeo . Stavo quasi per declinare l’incarico per mancanza di tempo ma sono rimasta lusingata del fatto che qualcuno si interessasse al mio paese in modo serio, senza prenderci per i soliti “pagliacci”/”mafiosi” di turno. E fu cosi che accettai.

Mi si è presenta davanti agli occhi una ragazzina dal velo bianco, occhialuta ma dall’occhio sveglio. SonoMarocco manichini Rimasta stupita dalla sua prima frase “ sono venuta a piedi, abito a circa 20 minuti da qui..è la prima volta che lo faccio; tutti mi guardavano e non capivo cosa avessi”…. una marocchina che non sa che l’uomo marocchino guarda indistintamente le donne di qualsiasi età, forma, altezza bellezza a bruttezza? …mmm… c’è qualche cosa che non mi quadra; vado avanti la tipologia di scuola frequentata “ studio in una scuola pubblica francese, una scuola a distanza, è molto dura; mi alzo al mattino alle cinque e studio fino alla sera alle venti.. Dopo la maturità vorrei andare in Francia o in Italia per studiare architettura”… la prima cosa a cui ho pensato è stata “ ma questa ragazza ha contatti con il mondo esterno? NO! Non ha hobby perché non ha tempo..deve studiare. La sensazione che ho avuto non appena ho incrociato il suo sorriso è stata quella di un animale in gabbia, una bomba pronta a scoppiare e un detenuto pronto a scappare.

La prima lezione è passata veloce, scoprendo che il suo livello di italiano non è nemmeno un A1, ma che, nello stesso tempo, dovevo trattenermi dal correggere: la nuova studentessa si difendeva subito con un “ sì, lo sapevo ma non so perché ho detto così” “ non serve che scrivi, ho molta memoria quando una persona parla” – “ ok! ho capito andiamo avanti”- “ I numeri non li dico, li salto”…. insomma decideva tutto lei e io la lasciavo decidere, fare, parlare e sbagliare scoprendo, la lezione successiva, che quella famosa “memoria quando una persona parla” lasciava molto a desiderare; non era abituata a studiare in gruppo, a confrontarsi con altri studenti e quindi seguiva imperterrita il suo metodo di apprendimento, senza interruzioni da parte mia se non alla frase “ qui non ho capito nulla” (Grazie Dio, a qualche cosa servo!)
Qualche giorno dopo le ho inviato un messaggio su whatsapp per l’ora del secondo incontro. Risposta “ ci marocco donna velo rosso moderan con occhialivediamo alle 9 perché facciamo due ore. Riscrivimi il messaggio tramite messaggio telefonico perchè mia madre non sa che ho whatsapp”….. ahia… si stava materializzando ciò che avevo nella mia testolina.

Alla seconda lezione, comincia a raccontarmi, di sua spontanea volontà, la sua storia in un francese perfetto ma velocissimo, da fare concorrenza ad un parigino doc: “ Mia madre non sa che ho whatsapp, diciamo che la mia vita è cambiata in questi ultimi anni. Ultimamente i miei genitori sono diventati molto credenti e hanno deciso che devo diventare una vera musulmana. Frequentavo la scuola francese ma, siccome è una scuola laica, quando i miei genitori mi hanno obbligata ad indossare il velo, non mi hanno più accettata, quindi mi hanno iscritta a questa scuola francese a distanza. “ E cosa ne pensi. Sei d’accordo?” “ NO! Non mi interessa, così come non mi interessa diventare una brava musulmana. Prima andavo a cavallo, facevo danza e avevo tante amicizie; da quando i miei hanno deciso di farmi avvicinare alla religione, ho smesso di fare tutto: non posso guardare la tv, non ascolto musica, non ho facebook e devo vestire sempre coperta”. Io: “ scusa la domanda ma da una parte mi dici questo e dall’altra ti stai preparando per lasciare il tuo paese. C’è qualche cosa che non mi torna, sinceramente”.

“ Non vogliono…ti spiego, Lara, giuridicamente all’età di diciotto anni i tuoi genitori non possono più decidere per te, né fare in modo di riportarti a casa, nel caso decidessi di andare via. Ho compiuto 18 anni il 19 febbraio. Il 16 febbraio avevo progettato la mia fuga: ho fatto i bagagli e alle quattro di mattina sono scappata di casa per andare a prendere il pullman ed andare a Casablanca. Da lì, sarei andata all’ambasciata per il passaporto. Lo ho già, ma i miei me lo hanno sequestrato. Purtroppo, però, quella mattina mia sorella era sveglia e mi ha vista scappare. Alle cinque ero alla stazione dei pullman, tremavo di paura. Mi sono girata un secondo e ho trovato mio padre, pronto a portami via. Non sapevo cosa fare ma una cosa era certa: non sarei mai salita in macchina con lui: mi avrebbe picchiata! Allora sono andata dai miei nonni. Tornata a casa ho provato a parlare con i miei genitori ma per me ormai era finita, avevo deciso: mi sarei piegata al loro volere e magari mi sarei sposata con non so chi. Più passavano i giorni , però, più avevo voglia di inseguire il mio sogno: andare a studiare in Europa per diventare architetto. Finalmente, hanno capito o meglio mi hanno dato la possibilità di lasciare il Marocco ad un’amara condizione “ se lasci il paese hai chiuso con la tua famiglia, non tornare più”. Sgrano gli occhi e chiedo “ e tu hai deciso di andare via lo stesso?” “ Non sono io che ho deciso, sono loro che hanno deciso per me”

Vola rondine dal velo bianco, prendi la tua strada, credi in quello che fai e assapora le meraviglie della vita, augurandoti di cuore che tu possa trovare persone che non si approfittino della tua ingenuità

PS: maturità presso l’ambasciata superata, continuazione degli studi in Francia, fidanzato….vita!

New York e i suoi eventi!

Una delle cose che più adoro di New York, è la possibilità di poter fare centinaia di cose diverse… c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Tempo fa  io e mio marito abbiamo approfittato di un weekend lungo (lunedì si festeggiava il Labour day), per prender parte a quello che ormai è diventato un appuntamento annuale con gli US Open.
E questo è solo uno dei tanti eventi che New York offre. Vi è mai capitato di avere così tante cose che potreste fare da non sapere quale scegliere? Ecco qui mi capita spesso.SUSANNA NY 2ND POST STADIO 2
Dagli incredibili spettacoli di Broadway a stupende rappresentazioni teatrali con grandi attori (ad esempio recentemente Ellen Mirren in “The Audience”), oppure circumnavigare Manhattan in barca a vela, andare a sentire Woody Allen e la sua band in un piccolo locale vicino a casa, poter andare a decine di concerti di qualsiasi genere desideriate, eventi sportivi, festival, grandi mostre… l’elenco potrebbe essere infinito.
Poi ci sono anche le cose “particolari”, tra cui spicca il favoloso Jazz Age Lawn Party a Governator Island, dove vestiti come nell’era del proibizionismo, ci si trova davvero catapultati indietro nel tempo.
Tantissimi gli eventi gratuiti d’estate, come ad esempio il concerto della NY Philarmonic in Central Park, o free yoga a Bryant Park, cinema all’aperto gratis, piccoli spezzoni di spettacoli di Broadway sempre a Bryant Park, opere di Shakespeare gratis a Central Park. Anche le piscine comunali qui sono gratis (e numerose).
Spostandosi invece un po’ fuori città, si possono raggiungere parchi stupendi, e per gli amanti delle scalate o delle tranquille passeggiate immersi nella natura, ci sono numerose possibilità. Molti posti sono raggiungibili anche in treno, per altri basta noleggiare una macchina. Qui le gite fuori porta nei weekend sono molto molto comuni, soprattutto per staccare dalla frenesia e dal caos della città.
La bellezza di NYC è anche nella sua posizione strategica a nord-est degli USA. In non molto tempo si possono raggiungere in macchina Philadephia, Boston e Washington DC, ma anche il Connecticut, Pennsylvania, Maine, la Cascate del Niagara ed il confine Canadese, o gli Hamptons, dove molti Newyorkesi della medio-alta borghesia posseggono ville al mare dove trascorrere i weekend.
Certo, la mia cognizione della gita fuori porta è cambiata rispetto all’Italia. Prima a poche ore di macchina potevi raggiungere città e paesini favolosi, immergendosi nella storia del nostro paese. Qui è più facile fare turismo di tipo naturalistico, non essendoci un granché di storico rispetto all’Italia, ma vi assicuro che i paesaggi che si attraversano, soprattutto durante l’autunno con suoi colori, sono mozzafiato.
Dopo un anno e mezzo qui ancora sono ancora tante le cose che vorrei vedere, per completare la mia lista delle cose da fare almeno una volta a New York. Vi lascio con qualche foto scattata tra US Open, partite di Football Americano, plays, e attività varie!

Qatar un piccolo Emirato, un grande universo

Com’è vivere da expat in Nuova Zelanda?

selfie su barca molto carina e colorataQuesta domanda viene posta spesso, sia da chi è in procinto di partire, sia da chi sogna l’estero pur volendo rimanere a casa. E’ una domanda stupida, lecita, generica, pertinente, utile e inutile allo stesso tempo.

La mia risposta è: vivere in Nuova Zelanda è soggettivo.

C’e’ chi si trova bene, c’e’ chi si trova male. Vivere in una città come Auckland non è come vivere a Te Araroa. Se sei a Auckland godi di un clima molto mite, se sei a Wellington il vento non smette di soffiare mai, se sei a Queenstown puoi andare a sciare mentre a Auckland si gira ancora in maglietta e infradito.

C’e’ chi arriva qua carico di aspettative, chi non smette di fare confronti tra la NZ e l’Italia o la NZ e l’Australia, di solito queste persone fanno marcia indietro alla prima difficoltà e tornano a casa denigrando la Nuova Zelanda, perché questo paese li ha trattati male e non ha dato loro il benessere economico che si aspettavano, nessuno è andato a bussare alla loro porta per offrigli un lavoro e gli abitanti non si sono sforzati a capire il loro inglese maccheronico.

Ieri ero sulla pagina FB di italiani in NZ e un ragazzo ha posto questa domanda, com’e’ vivere in NZ. Fiumi di risposte contrastanti, perché appunto vivere in NZ è soggettivo. Chi in NZ ci è rimasto ovviamente era a favore del paese, chi è scappato era contro. C’è anche chi la NZ ce l’ha nel cuore, ma non ha avuto la fortuna di poterci rimanere.
Mi ha fatto sorridere il commento di un ragazzo che dopo solo un mese e mezzo di permanenza ha deciso di tornare in Italia.

In un mese e mezzo sei ancora in modalità vacanza, non hai tempo per capire come funzionano le cose, com’è la gente, com’è il paese, com’è lo stile di vita.

La mia fase di assestamento si può dire che sia durata un anno. Se avessi dovuto prendere una decisione in due mesi, probabilmente sarei tornata a casa anche io. Nei miei primi due mesi non ho trovato lavoro, non perché non ce ne fosse, ma perché lo cercavo nel modo sbagliato.

Se mi fossi fermata a quella difficoltà, avrei perso quella che ora considero un’occasione d’oro, poter rimanere qua.

Un altro ragazzo (conosciuto proprio tramite la pagina delle Donne che Emigrano all’Estero, è arrivato in NZ e dopo due giorni l’ho fatto venire a lavorare nel ristorante in cui lavoro io), dopo qualche mese ha deciso di mollare. Gli ho chiesto il motivo. Con un tono pieno di astio mi ha detto che non si è trovato bene, né con i lavori, né con le case, né con le persone. Gli ho chiesto se ha cartinanuovazelandaviaggiato un po’, lui ha detto che non è mai uscito da Auckland perché tanto era già demotivato e non gli interessava vedere il paese. Io non so che faccia ho fatto, ma posso immaginarmela. Occhi sbarrati e bocca spalancata, nella mia testa ho pensato “questo è fuori!”.

Sei a 18500 km dall’Italia, cosa che probabilmente ti capiterà una volta nella vita perché sei stato fortunato a poterlo fare e te ne vai senza neanche visitare il paese?

Io mi chiedo questo genere di persone cosa partono a fare. Se sono alla ricerca dei soldi, dovrebbero saperlo che la NZ non è il paese adatto. Bisognerebbe informarsi prima di partire, magari facendo domande meno generiche di “com’e’ vivere in NZ”.

Bisognerebbe anche godersi il momento con la mente aperta alle novità e alle diversità.

Specialmente chi ha un Working Holiday Visa secondo me dovrebbe rimanere per tutta la durata del visto, perché è un’occasione unica nella vita. Viaggiare a più non posso e lavorare, certo. Se ci si vuole trasferire, magari prima di portarsi in NZ cani, gatti, mariti, mogli e figli, forse è il caso di venire a dare un’occhiata.

Perché ovviamente la mia esperienza, non sarà uguale alla tua. Se io mi trovo bene e sono felice di vivere in questo paese, non vuol dire che sarai felice anche tu.

Penso che vivere all’estero sia un po’ come la Nutella. Come fai a spiegare a una persona che non ha mai assaggiato la Nutella, l’esperienza mistica che si ha infilando il dito nel barattolo e portandolo alla bocca. Non puoi! Poi magari quella persona assaggia la Nutella e non gli piace. Ma come, io ne vado matta! Come fa a non piacerti?

vivere in NZ (ma credo all’estero in generale) è soggettivo. Per me è come mangiare la Nutella.