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Integrationskurse e compagni di classe

Come sapete, frequento il livello A1 di tedesco dell’Integrationskurse con grande gioia, e con grande gioia ho compagni datutto il mondo.
Siriani, francesi, polacchi, svedesi, albanesi, giapponesi, coreani, turchi, svedesi, bosniaci, americani, albanesi nella mia classe. Io rappresento l’Italia, pensate un pò. La prof. la Germania.
Ovviamente la scuola conta più nazionalità e nella pausa parli in tutte le lingue, se vuoi (tanti brasiliani, anche, amiche).
Qual è il punto e la mia grande fortuna?
Che passi tanto tempo, ogni giorno, con persone provenienti da differenti culture. Ti aiuti, parli, prendi il caffè, ti racconti un po’.
Riguardo ai problemi di integrazione italiani, questo è per me un grande sollievo e un’enorme opportunità.
Se io passo del tempo ALLA PARI con dei siriani – per esempio – che hanno un nome, una faccia, una voce, che hanno una storia, dei talenti, di cui vedo le cicatrici orribili, i denti mancanti (scopro dopo a causa di pestaggi per mano della mafia greca, per esempio), il loro problema diventa anche mio. Diventa accessibile a me, ed io posso fare la differenza, fino ad assorbire ed annullare la differenza. Posso far parte della soluzione, senza chiedere a nessuno di rinunciare alla propria cultura, in uno spazio neutro.
In Sicilia ci sono centinaia, migliaia di sbarchi, ma chi entra in contatto con chi? E dove?
E’ vero, anche qui ci sono i neonazisti, ma ci sono pure i locali e bar con l’adesivo “qui i nazisti non possono entrare”.
E’ coraggio, è una presa di posizione.
Non importa da dove vieni, e qui, mi sembra molto chiaro.
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Amburgo-Riflessioni-Ritrovarsi

Ritrovare se stessi ad Amburgo

Questa volta ho lasciato Amburgo letteralmente senza fiato, dopo una corsa per prendere l’ICE (il treno ad alta velocità NdA) che mi ha fatto seriamente prendere in considerazione l’idea di ritornare a correre ogni giorno. Fosse solo per evitare di morire in maniera poco eroica e decisamente molto imbarazzante.

Treno preso, dunque, lasciando alle mie spalle immagini suoni e colori che custodisco sempre gelosamente e che mi fanno compagnia ogni volta che la malinconia mi assale.

Mentirei dicendo che considero Amburgo la mia seconda (terza? Quarta? Ho perso il conto…) casa. Al tempo stesso, però, mentirei se non la elencassi tra i miei “posti del cuore”.

È, infatti, la città da cui torno sempre incredibilmente motivata, che mi ispira con le millemila possibilità che lì paiono realizzabili, in cui i miei sogni per qualche bizzarro motivo si caricano di progettualità e non sembrano solamente più delle chimere troppo grandi o pretenziose.

L’acqua dell’Alster – uno dei laghi artificiali della città – con le sue onde placide, il sole che ti cauterizza la retina, il freddo che ti fa maledire l’inventore del touch-screen… tutto diventa in qualche modo magico nel momento in cui chiudi gli occhi, ti concentri sull’aria fredda che ti riempie i polmoni e sulle note di Spaceman Spiff o Gisbert von Knyphausen, che a questa città speciale hanno dedicato canzoni bellissime.

Amburgo-Riflessioni-RitrovarsiNon sono mai stata una figlia del mare, al più una nipote ma – col passare degli anni – il legame con l’acqua è una cosa che ho perso e che ho ritrovato in posti come questo, come Sylt, come Rügen.

Se è vero che il mare d’inverno ha un fascino difficile da descrivere, è insomma altrettanto vero che il Nord cattura, con le sue asperità e il suo silenzio, con i suoi colori a tratti metallici e col suo calore inaspettato perché discreto.

È buffo, sapete? La maggior parte della gente che conosco ama perdersi tra la Reperbahn e St. Pauli, note zone dedicate al divertimento, tra i colori di mille locali e le atmosfere fumose che per un po’ ti fanno perdere il contatto con te stesso.. Ecco, io ho sempre trovato nel porto, nel Landungsbrücke (letteralmente il ponte dove attraccavano le barche), nel silenzio dell’alba in riva all’Alster un posto in cui meditare, capirmi forse un po’ meglio, ritrovarmi.

Amburgo-Riflessioni-RitrovarsiEd è questo il mio augurio a noi, donne che ormai si trovano ad ogni angolo della terra: di ritrovarci, di riassaporare il gusto di essere noi stesse nonostante i mille cambiamenti, le mille avventure e nonostante tutte le volte in cui abbiamo dubitato di noi stesse. Perché vedersi oltre lo specchio dello sguardo degli altri – diciamocelo – a volte fa bene, altre fa paura.

A noi auguro un anno fatto di piccole e grandi vittorie, di cambiamenti ma non di terremoti e di quella placida contentezza che ti scalda lo stomaco… un po’ come succede a me ogni volta che mi specchio nelle fredde acque dell’Elba.

Che Natale sarebbe, poi, senza un piccolo pensierino? Vi lascio QUI una playlist che contiene tutte le canzoni che amo scritte su Amburgo o che in qualche modo mi ricordano questo mio piccolo posto nel mondo. Buon ascolto!

mercato-turco-aeroporto-tempelhof

Il Mercato turco e l’ex aeroporto di Tempelhof

mercato-turco-aeroporto-tempelhofHo l’anima in brodo di giuggiole.
Un giorno glorioso e ancora non è finito!
Il venerdì lungo il canale c’è il mercato turco.
E’ turco proprio, solo che si parla in tedesco. Sì, ci sono anche bancarelle molto tedesche, ed altre molto naïf. E poi cibo e bevande di strada.
Ci vado dopo la scuola, e sono abbonata a succo d’arancia appena spremuto (1 pinta 2 euro), e pollanchia (pannocchia) arrostita.
Il solito.
Mi piace entrare nel mercato turco, sembra Palermo, Napoli, Istanbul e Berlin. Mi piacciono gli odori, e le voci e le persone. Mi piace che dove finiscono le bancarelle inizia la musica, c’è sempre qualche artista che suona, e tutti seduti al sole che ancora ci benedice.
E poi c’è un poeta, un bellissimo giovane poeta, con la sua macchina da scrivere.
Dunque oggi sono uscita dal mercato turco con in tasca: una poesia dedicata a me che si chiama Blue Daughter (gnègnègnè), dell’incenso, due saponi artigianali, uno al sale e uno all’avocado, e due spezie, curcuma sia in polvere che radice e peperoncino.
Mi sono resa conto che avevo bisogno di sottigliezza e delicatezza, profumi, in varie forme.
E poi ho recuperato gratis un phon, attraverso un gruppo su fb che si chiama free your stuff. Ho scritto ieri che ne avevo bisogno, e in mezz’ora una ragazza mi ha dato l’indirizzo di casa sua, ho bussato, mi ha aperto la porta e mi ha regalato un phon.
Ma la cosa più incredibile di oggi è la mia prima volta a Tempelhof. Un ex aeroporto che è diventato il paradiso.
Non si può spiegare. Lasciandomi andare ai pedali, ci sono arrivata dopo il phon (scoprendo poi che io abito a due minuti dall’entrata, due!), e niente, mi sono commossa.
Immaginate un enorme aeroporto con tutte le piste, però al posto degli aerei e dei negozi e degli hangar e dei controlli e dei gate, c’è gente felice che se la gode.
Un’infinità di gente di ogni età in bici pattini skate, un gruppo che suonava manouche, chi balla, chi corre, chi si ama, chi legge, chi prende il sole, chi raccoglie bacche rosse (non mi chiedete che sono, non lo so, magari sono proprio giuggiole, ma la scena era bellissima: donne velate fra i cespugli a raccogliere bacche mentre un runner hi-tech sfrecciava loro vicino).
Ho steso la mia sciarpa troppo grande sull’erba (capendo che forse ho comprato un plaid, ma avevo la febbre, mi sembrava adatta), mi sono tolta le scarpe e sono scappati tutti.
SCHERZO!
Mi sono lasciata baciare dal sole, mentre avrei immortalato ogni momento, suono, uccello in volo, bimbo che veniva a salutarmi, sole che ci riscaldava, tutti, belli e brutti (che qui i brutti sono proprio rari, il che è rilassante, ad un tratto smette di essere una cosa da notare).
Mi sono accorta che li amo tutti e che amo Berlin, ecco perché sono qui.
La prima volta a Tempelhof non si scorda mai.
E ora vado a farmi bella…stasera vado a ballare, come tutti credo (ho comprato club mate per rimanere sveglia al club matto )
Il tedesco va sempre meglio.

integrazione

Integrazione

Ho ottenuto il foglio per l’Integrationskurse, il che significa che, oltre al corso di lingua, del quale mi verrà restituita una parte della retta, seguirò un corso sulla cultura tedesca ai fini della mia “integrazione”, appunto.
E’ una cosa da “poveri”, ed è interessante averla ottenuta, così come sarà interessante seguire il corso.
In effetti sto svolgendo esperimenti sociali piuttosto profondi e dolorosi, a tratti, per la mia sensibilità. Ma è solo la mia proiezione che vede dolore dove c’è realtà.
Oggi, per esempio, sono andata a fare la famosa ceretta.
Mi ha accolta una di quelle ragazze che ho conosciuto a Napoli nei miei 15 anni nel suo grembo e nei suoi bassi. Una bimba che sembra donna, o una donna che sembra bimba. In vestaglietta, ma con lunghe unghie laccate. Il volto un po’ triste, intriso di una forza da leonessa e uno shatush rosso fuoco per metà dei capelli.

integrazioneSi pensa a Berlino come un posto cool in cui emigrare, in effetti, per me lo è. Ma ci sono ovviamente un’infinità di motivi che spingono le persone ad emigrare qui, di cui è pieno il mio quotidiano, con la scuola per esempio e i miei compagni siriani, palestinesi, polacchi e serbi. Ho sempre pensato che la violenza di Napoli, sebbene città amata, facesse male solo a me e alla gente che frequentavo. Pensavo che il disagio di chi vive in un basso non fosse come il mio, che la mancanza di giustizia e legalità ferisse solo una parte della popolazione, e fosse un’abitudine per l’altra, quella che ci era nata, nei quartieri che io abitavo (l’eccezione era la Signora Nunzia, la mia amata Signora Nunzia, che adesso tifa per me dal cielo. Faceva yoga da sola nel suo basso e aiutava noi ragazze studentesse con la sua cucina, la sua intuizione, la sua saggezza e intelligenza da dea).

Invece oggi ho conosciuto una ragazza dolcissima, ferita da quelle modalità, che ha seguito il marito venuto a fondare una piccola azienda a Berlino, e che aprirà qui il suo centro estetico. Si alza alle 6 del mattino per preparare al marito la colazione e il pranzo espresso (parmigiana, mi diceva, ed io quanto avrei voluto assaggiarla!). E’ timida e portatrice di un amore bello, profondo e vero. Studia tedesco, segue un corso per ottenere un certificato come estetista, le manca il sole e la sua famiglia, ma se ne infischia: le piace come si vive qui, le piace non aver paura, le piace poter progettare ed emergere, le piace che qui nessuno la giudichi, quindi per la prima volta in vita sua pensa di iscriversi in palestra.

Io le auguro ogni bene, e sì, mi ha offerto o’ caffè.

Detto questo, tante cose belle e ordinarie e straordinarie avvengono nella mia giornata, incontri fatati, sguardi sul mondo, sorrisi, e il mio straordinario coinquilino, che è il tedesco meno tedesco della Germania.
Mi saluta abbracciandomi, sorride un sacco e cucina benissimo.
Ah! Abbiamo acceso i termosifoni, qui 7°.
Faccio un bagno caldo e poi meditiamo insieme, anzi, vuole invitare degli amici a fare yoga con me qui in casa, fra le nostre piante bellissime.
Lentamente,  tutto si aggrazia.

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La città delle mille opportunità

Il primo anno da expat è stato un anno intenso, senza tregue, senza pause, senza il tempo di prendere il fiato. A settembre 2014 mi sono trasferita a Berlino da neolaureata in Architettura con il mio ragazzo, Andrea, architetto anche lui. Trovare lavoro è stato impegnativo, ma ce l’abbiamo fatta, dopo tre mesi lui è passato a tempo indeterminato, dopo 6 mesi a me hanno offerto un contratto di un anno. Nel frattempo abbiamo organizzato un viaggio in Namibia, che è stato burocraticamente piuttosto impegnativo, ma che a maggio ci ha regalato immagini, ricordi ed emozioni che ci accompagneranno per tutta la vita e che ci hanno aiutato a superare tanti altri momenti difficili. Tornati dal viaggio la notizia che avremmo dovuto lasciare la nostra casa nel giro di un anno, ma andava bene, c’era tempo. Intanto continuavamo a lavorare tanto, tantissimo, a fare un’infinità di straordinari, notti e weekend al lavoro, e i mesi passavano senza che ce ne accorgessimo, complici anche le molte visite estive di parenti e amici, che ci trasportavano con la mente in altri posti, come se fossimo in vacanza anche noi, come se non vivessimo davvero qui. A fine luglio il padrone di casa cambia idea, abbiamo due mesi di tempo per lasciare la casa, panico, ma ce l’abbiamo fatta, e il 30 agosto abbiamo traslocato nel nostro nuovo e bellissimo nido. E qui, finalmente, un enorme sospiro di sollievo, tutto sembra essere al suo posto, troviamo la pace e la tranquillità che non abbiamo conosciuto per quasi un anno intero. Settembre e ottobre sono stati due mesi meravigliosi, climaticamente ed emotivamente, ci siamo goduti la città e il bellissimo Brandeburgo in cui Berlino è immersa con gite domenicali e infinite passeggiate, invitando per la prima volta i primi amici berlinesi a casa nostra, e sentendo per la prima volta questa immensa città davvero come casa.

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Io però, che tanto normale non devo essere, proprio in questo periodo ho preso una decisione importante, quella di cambiare lavoro, e di dedicarmi alla visualizzazione architettonica (o computer grafica).

Ho lavorato per più di un anno come architetto del paesaggio in uno studio molto conosciuto e rinomato, ho imparato moltissimo e sono cresciuta ancora di più, ma non ero soddisfatta. Ho fatto fatica ad ambientarmi ed integrarmi, ma alla fine ce l’ho fatta, e i miei colleghi sono diventati anche amici, mi sono lasciata andare con la lingua e tutto è stato più facile, ma ormai la decisione era presa, volevo cambiare, e non sarei tornata indietro.

E quindi ho iniziato come un anno prima a mandare curriculum, ho aggiornato il mio portfolio, sonoopportunita-mille-citta tornata a sussultare a ogni mail ricevuta sperando fosse qualche studio che avevo contattato. Berlino è una città che può dare veramente infinite opportunità e possibilità, ma comunque nessuno regala niente, e i lavori non cadono dal cielo nemmeno qui. Dopo qualche settimana e molti no ricevuti, sono arrivate due mail, due studi mi invitavano per un colloquio. Che emozione, di nuovo l’agitazione come un anno prima, le farfalle nello stomaco, le prove d’abito, solo che questa volta dopo i colloqui dovevo andare nel mio ufficio, e rimettermi al lavoro come niente fosse. Naturalmente il mio team e i miei colleghi più stretti sapevano quali erano le mie intenzioni, mi fido di loro e ci tenevo che sapessero.

Entrambi i colloqui sembravano andati davvero bene, in uno però l’offerta non era così allettante, considerando che stavo lasciando un lavoro sicuro e un buono stipendio, l’altro ufficio invece mi disse di aspettare, che ci voleva tempo per prendere una decisione. E io ho aspettato, una, due, tre settimane, dopo un mese quella risposta è arrivata, mi offrivano il lavoro!! Nemmeno il tempo di riprendermi dallo shock della notizia, che via mail mi arriva la proposta di contratto : era a tempo indeterminato!!! Che infinita soddisfazione.

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Appena avuto conferma ho comunicato al mio capo che me ne sarei andata a gennaio, non è stato facile, visto che lui rimane davvero un buon capo, e che si è dimostrato sinceramente dispiaciuto, ma ha capito e mi ha augurato buona fortuna. Era un lunedì, e avevo ancora così tante ore di straordinari accumulati, che il venerdì stesso è stato il mio ultimo giorno in ufficio. Ho salutato tutti con grande affetto, il giovedì sera siamo usciti con alcuni colleghi per festeggiare, il venerdì ho preparato un enorme tiramisù per ringraziare. Quando stavo ormai impacchettando le poche cose che avevo in ufficio, uno dei capi e la mia team leader hanno riunito tutti i colleghi e cogliendomi davvero di sorpresa mi hanno consegnato un bellissimo regalo ma soprattutto si sono presi del tempo per spendere per me parole che non mi sarei aspettata, che mi hanno commossa fino a farmi piangere come una bambina : ancora un volta i tedeschi hanno saputo stupirmi per la loro infinita gentilezza e profonda lealtà.

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Chiudere quel capitolo non è stato facile, ma mi lascia dentro un’esperienza intensa che mi ha insegnato tanto, non solo dal punto di vista lavorativo, ma soprattutto umano. Adesso sono pronta ad affrontare questa nuova avventura che mi aspetta da gennaio, e non vedo l’ora di crescere ancora, incontrare nuove persone e imparare. Prima però mi aspetta l’Italia, per delle lunghissime vacanze natalizie in famiglia, con gli amici di sempre e tanto tanto cibo! 😉

Auguro a tutti voi un bellissimo Natale, e vi auguro, ovunque voi siate, di passarlo con le persone che amate, io farò così, e non vedo l’ora!

Un abbraccio da Berlino,

 

 

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In die Freiheit mußt du springen

In die Freiheit mußt du springen.

Ho una strana grande difficoltà a parlare veramente di Berlino, di quello che sento qui, della sua storia e della storia della Germania. Ce l’ho dalla prima volta che sono venuta qui, poi ci sono tornata, e ora ci sono “molto tornata”, diciamo così.
Ho comprato il primo volo per questa città dopo essermi emozionata davanti a un pezzo di muro a Marsiglia, al MUCEM.
(ma forse sono solo una sentimentale del cavolo, visto che pure Airbnb ci fa gli spot,” cercatevelo”, ché io non lo pubblico).
Sono 29 anni che il muro è stato rimosso.
Che da tutta “Europa” sono arrivati giovani e meno giovani a buttare a terra la guerra fredda.
Ma prima c’è una storia, nel mezzo c’è una storia, ed oggi c’è una storia.
C’è gente che è stata separata dalla propria famiglia nel giro di una notte, c’è chi guidava una metro, e con un piano incredibile, è riuscito a scappare sottoterra GUIDANDO UNA METRO
(ed oggi è ancora vivo e guida ancora una metro, non sto scherzando).
C’è chi è scappato ad ovest tirandosi giù dai palazzi, buttando dalle finestre i propri figli, chi ha fatto buchi a terra.
Chi è scappato a 81 anni.
C’è chi è stato incarcerato ed è stata buttata la chiave.
Pure le guardie scappavano.
C’è Reagan, Gorbaciov, Kohl. C’è la Stasi.
C’è un’enorme crudeltà, freddissima, e c’è un’enorme umanità, passionalissima, intrepida.
Prima c’era il nazismo.
Poi c’è stata la love parade ed è nato il punk.
Adesso ci sono i club e le startup.
Adesso nelle case spianate dal muro in Bernauer Straße ci sono appartamenti di super design di lusso.
La maggior parte della gente coinvolta negli anni del muro è ancora viva.
E come si può pensare di vivere Berlino solo nei bar e nei club?
Come si può pensare di capire questa città profondamente, se ho il cuore in mano ogni momento, e capisco, poi non capisco.
Al Check Point Charlie ci sono dei finti soldati attori che fanno le foto con i turisti sventolando la bandiera americana. Come fa questa città a non sentirsi offesa e oltraggiata?
Come fa a non offendersi e a deprimersi.
Come faccio io?
Vedo corpi molto forti, i tedeschi hanno corpi molto forti e li usano molto, vedo il resto del mondo, di cui faccio parte anch’io, percepisco ferite nei geni, antiche e silenziose.
Insomma, c’è una parte di me, qui, che osserva in religioso silenzio, rispettoso, si morde il labbro, cerca di capire, scoprire, non fantasticare troppo.
E’ intenso, molto intenso quello che provo.
Perché l’ho visto da piccola nel televisore in bianco e nero quel muro che crollava, ricordo la faccia di mia madre, ricordo la macchia rossa, che sembrava grigio scuro in quel televisore, della testa di Gorbaciov.
Ricordo la faccia di mia madre.
La ricordo.
E oggi, forse, la capisco.

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Trovare la voce : il tedesco

Una delle cose che accomuna praticamente tutti gli expat, è esprimersi in una lingua che non sia la propria. C’è chi sceglie il Paese in cui si trasferirà proprio perché ha già studiato quella lingua e chi, come me, parte senza saperla, sapendo che la fatica sarà doppia.

A dire la verità a me il tedesco non è mai piaciuto, sono sempre stata appassionata di lingue, imparo e assimilo piuttosto in fretta, ma l’idea di avvicinarmi al tedesco non mi ha mai sfiorato minimamente. Poi invece succede che la vita riservi delle sorprese, e che sia stata proprio Berlino la città in cui la mia avventura da expat è cominciata, e quindi, volente o nolente, questa lingua bisognava farsela entrare in testa, e mi sono davvero dovuta ricredere, perché ora che la conosco meglio, trovo che il tedesco sia una lingua davvero affascinante.

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Naturalmente Berlino è una città particolare, la multiculturalità che la caratterizza fa sì che passeggiando per le sue strade sia spesso più probabile assistere ad una conversazione in inglese, turco, spagnolo e italiano che in tedesco. Con un buon inglese e una base di tedesco si riesce a fare praticamente tutto, ma a me sopravvivere con un tedesco stentato non basta, e quindi da più di un anno vado a scuola due volte a settimana, dopo il lavoro.

Da quando mi sono trasferita qui ho iniziato a pensare in inglese, spesso anche quando sono da sola, nel tempo libero naturalmente la mia mente si mette quieta e torna a prevalere l’italiano, ma c’è sempre una piccola parte del mio cervello che si sforza, e che ogni tanto formula brevi e semplicissime frasi in tedesco, tanto per allenarsi, ma il problema principale resta tirarle fuori queste frasi, farle uscire. Mi è capitato spesso che qualche collega mi si rivolgesse in tedesco, e nella mia testa la risposta si formulasse in tedesco, poi però, al momento di aprire la bocca le parole si bloccavano, e l’inglese accorreva in mio soccorso.

Fino a quando una sera di Novembre sono uscita con i miei colleghi per la tradizionale Feierabendbier (=birra dopo il lavoro), e a una domanda in tedesco sono riuscita a rispondere in tedesco, e da lì…non mi sono più fermata!

Complici due bicchieri di primitivo e uno di limoncello, ho affrontato la mia prima serata completamente in tedesco, e che soddisfazione! Certo il mio è un tedesco molto semplice, con una serie infinita di strafalcioni grammaticali, ma ho ricevuto così tanti complimenti dai miei colleghi, stupiti e sorpresi dalla mia performance linguistica, che sinceramente ho deciso di buttarmi e non preoccuparmene troppo. Da quel momento mi sono imposta di non smettere, e di parlare tedesco in ogni occasione possibile, quando li incontro nella cucina dell’ufficio, in pausa pranzo e quando si esce la sera. Sul lavoro ancora preferisco l’inglese, perché sono più efficace, veloce e credibile. Infatti capita spesso che mentre parlo in tedesco ridano o mi dicano farsi come “Oh, wie süß!” (=oh, che dolce!), che sul lavoro non è esattamente il massimo, ma non demordo!

Sono convinta che quando si impara una nuova lingua, l’ostacolo più grande da superare per riuscire a lasciarsi andare sia quello della timidezza e della paura di sbagliare, ma quando questo muro cade è tutto in discesa, e la soddisfazione è immensa. In bocca al lupo con tutte le vostre nuove lingue da imparare 🙂

Un abbraccio da Berlino,

Tschüß!

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Primi passi a Berlino

A Berlino trovare casa è un problema. E se non trovo casa non posso neanche cercare bene un lavoro, un centro di yoga e un equilibrio, ma tutto e subito figlia mia - mi dico - non può essere. Pazienta e impara. Sto facendo amicizia con persone proprio belle, incontrate per caso. La barista della caffetteria sotto casa, sembra che ci conosciamo da una vita, ci confidiaSono stanchissima.
Sveglia presto, meditazione, scuola, e corsa e messaggi per vedere stanze e case.
Piumino (!) e maglione. Già.
Colloqui, con domande “ti droghi”?, in cui la risposta desiderata non è sempre “no”.
Comunque no, non mi drogo, m’abbutta.
A Berlino trovare casa è un problema. E se non trovo casa non posso neanche cercare bene un lavoro, un centro di yoga e un equilibrio, ma tutto e subito figlia mia – mi dico – non può essere. Pazienta e impara.
Sto facendo amicizia con persone proprio belle, incontrate per caso. La barista della caffetteria sotto casa, sembra che ci conosciamo da una vita, ci confidiamo davanti al caffè italiano che mi prepara macchiato a forma di cuore (!).
Il ragazzo napoletano da cui ho visto oggi una stanza, un’ora a parlare napoletano, mi ha vista così stanca che mi ha accompagnato in macchina (!) a casa.
L’amico romano di un’amica, che oggi mi ha preparato un fantastico piatto di pasta aiutandomi a scrivere un profilo per il famigerato sito delle case in condivisione, che il dio a cui non crede lo benedica sempre.
Ma la cosa più forte di oggi mi è successa a scuola.
Alla domanda della conversazione in classe per imparare gli avverbi “woher kommt deine familie?” (da dove viene la tua famiglia), ho risposto – e giuro senza pensarci – “meine familie kommt aus Sizilien” (la mia famiglia viene dalla Sicilia).
A questo punto la prof domandava a noi random da dove venisse la famiglia di un altro, e un ragazzo mediorientale ha detto di me: “seine familie kommt aus Syrien” (la sua famiglia viene dalla Siria).
La prof l’ha corretto e io mi sono sentita una merda. Nella pausa abbiamo parlato. Lui viene dalla Siria, come tanti altri in classe.
E le mie preoccupazioni sulla casa e sulla difficoltà del tedesco mi sono sembrate odiose, davanti alla foto di sua figlia che vive a Damasco. Sta spingendo per il ricongiungimento familiare.
Mi ha detto che ha tanti pensieri quanto i suoi familiari in Grecia, Turchia, Italia e Siria, ma che andrà bene per tutti noi. Ha detto NOI.
Alcuni compagni di corso vengono dalla Polonia, dalla Svezia, altri dalla Bosnia, mentre il mio vicino di banco da Chicago, sto messa così male col tedesco (come tutti del resto), che ho realizzato che parliamo in ammerricano e ci capiamo alla grande (ho sempre pensato che l’inglese americano non fosse alla mia portata, e invece).
Ed io sono grata, sotto questo cielo grigio e freddino, col mal di pancia delle difficoltà iniziali, di stare in mezzo a tutto il mondo, per dimenticarmi di me.
Mi sto arrampicando. Al tedesco, alle nuove abitudini, alla casa, ai colloqui, alle cose belle e meno belle, alla valigia poggiata ancora a terra, al mio smalto smangiucchiato, a un milione di lingue, colori, modi di vivere, fissazioni, sorrisi, così piccola da scomparire e riapparire a me, piccola, sveglia e scuola, corri, zaino in spalla, appunti, come cazzo si pronuncia, quartieri dove cercare casa, la bici, la differenziata, la Sbann e la Ubann, la sim card crucca.

Stasera, mentre ero in macchina col mio nuovo amico napoletano, con una musica deliziosa, ho realizzato di essere a Berlino, mentre la torre di Alexander Platz divideva il tramonto a metà. Porca miseria, sì, sono qui.
E da qui vi bacio, piccola piccola.

Guru Guru Wahe Guru Guru Ram Das Guru

 

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L’integrazione in Germania: stereotipi e altre storie

Quando ti trasferisci in un paese con l’intento di realizzarti almeno professionalmente, gli ostacoli da superare non son pochi. Dall’assicurazione sanitaria all’ufficio per l’impiego sino all’ufficio tasse è tutto un chiedere, cercare di capire, persino prendere appunti sugli scontrini del supermercato. O sul retro di un sacchetto del pane con il resto del pranzo.

Spesso mi è stato chiesto cosa mi ha spinto a trasferirmi in Turingia, come ho trovato il lavoro che ho trovato, cosa occorre fare per intraprendere un percorso come dottoranda e via discorrendo.

Lungi da me volervi tediare con una guida alla ricerca del lavoro perfetto (il mio non lo è, capiamoci. Mi regala delle soddisfazioni ma non è il lavoro perfetto..) o un manuale per la conquista dell’esistenza perfetta (vedi sopra), mi piacerebbe regalarvi una serie di post volta a analizzare i diversi aspetti di questo paese che tanto amo e che – paradossalmente – mi viene difficile descrivere con un solo aggettivo.

In questo primo articolo mi piacerebbe parlare di integrazione e dell’immagine che hanno i tedeschi di noi expat, raccontandovi magari anche qualche aneddoto…

Una delle prime cose che mi ha stupito di Jena è stato il fatto che, pur essendo una città molto piccola, è decisamente multiculturale. Non solo grazie agli studenti (non necessariamente Erasmus, tra l’altro) ma anche grazie a coppie miste o ad altri expat come noi. Alcuni miei studenti hanno amici inglesi, giapponesi, italiani, francesi e via discorrendo; alcuni miei conoscenti hanno nomi e cognomi esotici ma sono nati qui; io stessa ho amici e conoscenti di varie nazionalità…

Un mio studente fa ad esempio lezioni di guida a un’amica giapponese (che ha preso la patente anni fa in Italia…aiuto), una mia allieva ha una figlia ormai trapiantata a Napoli, un altro mio conoscente ha uno squadrone di amici filippini.. come potete notare, la varietà di backgrounds non manca proprio. Quando ti si pone davanti un ambiente così misto, insomma, la strada verso l’accettazione e l’integrazione dovrebbe essere spianata. Esatto? No. Sbagliato.

Non ho ricevuto porte sbattute in faccia – quello no! – ma spesso mi sono trovata a dovermi giustificare quando di base non avevo fatto proprio nulla. Il mio giustificarmi, infatti, nasceva dall’esigenza di sdoganare un paio di stereotipi e mostrarmi per quella che sono: una persona con una certa nazionalità che però è anche tanto – ma proprio tanto – altro.

Da Berlusconi (ora Renzi… e non so cosa sia peggio), alla Mafia, alle mamme un po’ ingombranti, sino all’essere chiassosi è tutto un dover ricordare al prossimo ma anche a noi stessi che l’individualità del singolo è un qualcosa di totalmente diverso rispetto dall’immagine filtrata di un Paese.

Intendiamoci, la nostra (intendendo con “noi” gli europei non di colore) è in ogni caso una posizione privilegiata, e non poco. Nessuno ci chiederà mai se scappiamo da una guerra, se a casa nostra c’era l’acqua corrente oppure se i nostri genitori sono arrivati nascondendosi nel vagone merci di un treno. Nessuno si permetterà di indicarci per strada o urlare “tornatevene a casa vostra…non vi vogliamo”… molti, però, ci chiederanno “Ma cosa ci fai qui?”.

La mia risposta di norma spazia dal “faccio ricerca per un dottorato” a “ho intrapreso un viaggio alla ricerca di me stessa” sino a “ma gli affaracci tuoi, no?”. Il tutto, nemmeno a dirlo, in base a chi ho di fronte e a di che umore sono. Confesso che a volte mi viene l’irresistibile tentazione di inventarmi una turpe vicenda a base di contrabbando di organi e amanti segreti dai nomi esotici. Una storia d’amore contrastato, un po’ di dramma, una bella shakerata et voilà: la storia è servita!

Scherzi a parte, quello che mi piacerebbe sottolineare è che anche l’ambiente più tollerante ha i suoi limiti, che anche le persone più aperte possono avere delle riserve e che il nostro compito non è nulla di diverso da quello che dovremmo fare a prescindere ogni giorno: regalare a noi stessi e agli altri la migliore versione di noi stessi, un sorriso, una tazza di caffè e magari una bella chiacchierata. Tutto il resto – le battute a sfondo politico, gli stereotipi, le imitazioni, gli accenti e quanto altro – è fuffa.

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