Le  cinque fasi dello SHOCK CULTURALE

  1. 1.Luna di Miele

2.Disorientamento

3.Ostilità e Rifiuto

4.Adattamento ed Integrazione

5.Biculturalismo

anziano-cartello-cercasigentilezza

Photo by Matt Collamer on Unsplash

londra lockdown city office

Siciliana a Londra: l’emigrazione e il senso di perdita

Stay Italian: 10 consigli per non dimenticare chi siete

Stay Italian: 10 consigli per non dimenticare chi siete

in Francia o altrove

Due tra le cose che mi mancano di più: la piadina romagnola e il mare

Il mese scorso ho festeggiato il mio quarto anno da expat. Quattro anni cominciati con mille dubbi, paure e sogni e terminati allo stesso modo, anche se per ragioni diverse.

Ma se c’è qualcosa che mi ha accompagnata fino adesso e che tutt’ora tengo stretta, è la mia identità italiana. È difficile spiegare cosa sia, perché, come sappiamo, i tipi di italiani sono tanti quante le tradizioni, le regioni, i dialetti, i piatti tipici del nostro Paese. Gli italiani che lasciano la patria hanno età e ragioni diverse, spesso anche più di una nazionalità. A volte, per loro, l’Italia è solo una tappa di un viaggio molto più lungo del nostro.

Ma quella nostalgia di casa, qualsiasi sia la nostra storia, ce l’abbiamo tutti. Spesso, nel mio caso, divampa quando mi passano accanto dei turisti connazionali (in Francia si riconoscono soprattutto dal volume delle loro voci) o quando vorrei prendere a calci la lavagna dei ristoranti “italiani” non appena scorgo i classici bufalla, rizotto, osso bucco ecc. È incredibile come i francesi riescano sempre ad inventarsi doppie dove non ce ne sono e a toglierle quando vanno messe.

A volte, come vedete, è frustrante tenere il piede nello Stivale e al tempo stesso in una Louboutin. Ma questa, nonostante tutto, è ancora la vita che mi piace. Come per molte altre cose, riuscire a stare bene è solo una questione di equilibrio. Per me, è integrarmi senza dimenticarmi di chi sono.

Se anche voi volete sapere come riuscirci, lasciatevi ispirare dai miei 10 consigli.

1 – Ascoltate la radio e la musica italiana

Che sia la radio online, una playlist, un podcast Spotify o semplicemente una canzone che vi piace, trovate un momento per ascoltare un po’ di italiano e per riposare il cervello. Io, ad esempio, lo faccio nei mezzi pubblici, al rientro da una giornata pesante all’università. Fidatevi, fa bene all’anima e alla mente. Non so se succede anche a voi, ma mi capita spesso di avere dei dubbi su alcune parole o frasi banali in italiano e mi chiedo sempre il perché di questi “bug”. Quando non mi va di riflettere, me ne esco con dei calchi dal francese, che alla fine integro nel mio vocabolario (ex. tacchinare, da taquiner, per dire stuzzicare). Siamo d’accordo: non si possono sentire. Non dico che ascoltare una canzone di Willie Peyote sul C18 di ritorno verso Croix-Rousse o “Pezzo di me” di Levante e Max Gazzé dopo un litigio con l’ex di Strasburgo abbia migliorato il mio italiano. Ma almeno ascolto ciò che mi piace e cerco di mantenere allenato il cervello.

2 – Cucinate per voi e per gli altri

Fa un po’ cliché, ma oltre che per concedersi un piccolo piacere, invitare degli amici a casa e fare loro da mangiare può essere un ottimo modo per farsi amare. Se non lo sappiamo noi italiani! Fun fact: molte delle ricette italiane che conosco le ho imparate mentre ero in Francia. Complici forse i genitori che mi hanno viziata fino ai 18 anni (nonché la mia pigrizia), arrivata a Strasburgo sapevo cucinare solo piatti abbastanza semplici. Un giorno, mi è venuta voglia di fare la parmigiana. Ovviamente ho chiesto la ricetta a mia mamma, per evitare di incappare in siti francesi che propongono di terminare il tutto con una bella spolverata di emmental grattugiato. Tanto vale metterci della plastica fusa, no?

3 – Confrontatevi con altri italiani

Che siano studenti, lavoratori, genitori, bambini, di sinistra, di destra, di religioni diverse, della vostra regione o meno, andate alla ricerca di altri italiani che abitano nella vostra stessa città. È un consiglio banale, ma a volte ci si dimentica che, soprattutto in caso di bisogno, si può chiedere aiuto a chi ha già vissuto la nostra situazione. Oltre ad avere sempre qualcuno a cui chiedere un consiglio, si possono creare delle bellissime amicizie. Ovviamente, non limitatevi a frequentare solo italiani: altrimenti che senso ha essere partiti?

4 – Non perdete i contatti con gli amici e la famiglia rimasti in Italia

Personalmente, non ho mai creduto al detto lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Le relazioni importanti vanno curate e la famiglia e gli amici, che, ovviamente, come voi continuano le loro vite, saranno di sicuro contenti di avere vostre notizie. Quando chiamo i miei genitori (a detta loro, “dovrei farlo più spesso”), sono contenta di sapere come stanno e cosa fanno, anche se ci diciamo sempre le stesse cose. Inoltre, è un modo per chiacchierare, per parlare degli abitanti e delle novità di Marina di Ravenna. Anche se in gran parte si tratta di pettegolezzi, li ascolto sempre con un sorriso. D’altronde, la felicità sta nelle piccole cose.

5 – Quando potete, fate la Dolce Vita

Anche se il ritmo delle vostre giornate è frenetico, ricordate che si vive bene anche rallentando un po’. Personalmente, ho vissuto 18 anni ad un ritmo “italiano”, e penso di essere venuta su più che bene. Modestia a parte, spesso sento il bisogno di ritagliare un momento per me e, effettivamente, più lo faccio e più mi rendo conto che sono poche le cose veramente non rimandabili. O forse lo dico solo per giustificare la mia tendenza a procrastinare e per godermi al meglio la mia vita da studentessa… chissà.

6 – Leggete articoli online e libri in italiano

Ancora un consiglio banale, ma importante. Leggere, qualsiasi tipo di giornale, romanzo o rivista, è fondamentale per non dimenticare la propria lingua. A meno che non vogliate cominciare a mettere doppie dappertutto (no, per fortuna non sono al livello in cui esito su come scrivere questa parola) come i francesi. E, se ne avete voglia, scrivete. Vi renderete conto che sapete ancora farlo.

7 – Acquistate prodotti italiani

La bresaola e il pecorino costano un occhio? E allora? Come dicevo nel punto 2, bisogna sapersi coccolare, magari risparmiando un po’ su altri prodotti mentre si fa la spesa. Esistono anche molti siti dove si possono ordinare prodotti italiani come biscotti, caffè, pasta e snack, come MammaPack, che ancora non ho testato. Altrimenti ci si può far spedire direttamente il famoso pacco da giù, o ancora farsi una scorta enorme di cibo ed esportarla quando si rientra dalle vacanze. Una cosa è certa: per il cibo ci si ingegna sempre.

8 – Guardate film e serie tv che vi fanno sentire a casa

Sì, anche se lo fate per la millesima volta e i vostri coinquilini non ne possono più (si arrangiano). Durante la quarantena, chiusa in casa a Lione con due amiche connazionali conosciute a Strasburgo, ho deciso di riguardare l’intera serie de I Cesaroni, per poi scoprire che nello stesso periodo la ritrasmettevano anche alla tv italiana. Ogni sera, dopo aver seguito le lezioni a distanza, cucinato e fatto sport, ci mettevamo tutte e tre sul divano, il computer sul tavolo, e commentavamo gli episodi insieme. Mi ha fatto ricordare gli anni del liceo e, nonostante le circostanze particolari dettate dalla pandemia, mi ha fatto sentire più vicina a casa.

9 – Ogni tanto, tornate.

Come dice mia mamma (e molti cantanti napoletani): “Torna, ‘sta casa aspetta a te”! Quando ne sento il bisogno e se ne ho il tempo, afferro una valigia grande che riempio a metà (v. punto 7) e salto sul primo Flixbus, treno o aereo che trovo. Nel mio caso, è il richiamo dell’aria di mare e del pesce fresco che sento, e a volte non ha senso resistere. Tornare in Italia vi farà scoprire che, se a casa è tutto uguale, quelli ad essere cambiati siete voi. E forse, quando sarete nel vostro paesino natale, scoprirete che la città straniera che vi ospita vi manca un po’, e apprezzerete molto di più la vostra vita da viaggiatori.

10 – Siate cittadini del mondo

Essere italiani è bello, ma non dimenticatevi che l’identità è un puzzle formato da tante piccole tessere di colori e forme diverse. Sono le nostre esperienze che creano chi siamo e la parola italiano non basta a definirci. Inoltre, spesso impariamo cose nuove sul nostro Paese e sulla nostra cultura confrontandoci con gli altri. Scopriamo nuovi gusti e ci allontaniamo dalla tradizione, ma va bene così: non significa essere meno italiani. Siete partiti per esplorare e per essere ispirati da tutto ciò che vi piace. Allora rinnovatevi e riscopritevi, senza dimenticare da dove venite.

Pendii della Croix-Rousse, Lione

Pendii della Croix-Rousse, Lione

infermiera-londra-mascherina

Qui Londra: le parole che non ti ho detto

Qui Londra: le parole che non ti ho detto

Testimonianza inviataci da Valentina, Londra

le-mie-parole-non-dette-a-londra

“Tutto può cambiare, ma non il linguaggio che ci portiamo dentro, come un mondo tutto esclusivo e alla fine paragonabile all’utero della propria madre”, Italo Calvino

Quanti anni occorrono per arrivare al livello di un native speaker?

Qualcuno mi ha detto che servono almeno cinque anni di costante esposizione alla lingua – sono in Inghilterra da meno di un anno, ma da due anni convivo con il mio fidanzato canadese.

Ma si riesce mai davvero a raggiungere il livello di un native, essendo nati in un altro paese?

Un linguaggio nativo non è solo fluente, ma comprende tutta quella serie di colloquialismi, espressioni idiomatiche e slang che si apprendono passo dopo passo sin dall’infanzia.

Forse una delle sfide più difficili a cui ci sottoponiamo quando ci trasferiamo all’estero è proprio quella di rinunciare alla nostra lingua madre, con tutte le sue sfumature e le connotazioni emotive.

Piccoli dettagli come l’uso di una parola piuttosto che un’altra possono fare la differenza nel discorso, possono trasmettere un’emozione e un’immagine diverse.

Del resto impieghiamo una vita intera ad imparare a parlare come parliamo, arricchendoci costantemente di nuovi termini sin dal giorno in cui abbiamo detto la prima parola, con tutto il loro contorno culturale ed emotivo.

Quando parlo in italiano se voglio esprimere un concetto, ma voglio dargli un certo tono, magari a volte una certa solennità, posso fare uso di diversi sinonimi.

In inglese invece, la lingua che adesso uso nel mio lavoro e nella mia vita quotidiana, il mio vocabolario non è altrettanto ampio e non posso scegliere tra la stessa varietà di parole.

L’inglese è la lingua che studiamo sin da quando siamo piccoli. Eppure quando ti trasferisci all’estero scopri che quell’inglese studiato a scuola e persino all’università non è mai veramente abbastanza. Senti la necessità di imparare parole che riguardano la quotidianità, “banali”, a cui nei libri nessuno fa caso e che invece adesso risultano essenziali.

Mi ritengo abbastanza fluente, ma a volte mi rattristo constatando di non poter esprimere al 100% ciò che vorrei dire come lo vorrei dire. A volte semplicemente le parole non mi convincono abbastanza.

Lavoro in Terapia Intensiva, un luogo dove devi capire tutto e devi capire in fretta, e in generale non ho problemi.

Ma quello che trovo più difficile è il fatto di dover comunicare le cattive notizie ai parenti dei pazienti in una lingua non mia.

Specialmente in questo periodo di pandemia, in cui tutte le comunicazioni sono ridotte a un contatto telefonico e viene meno gran parte della comunicazione non verbale.

È il fatto di non poter trasmettere attraverso le parole l’empatia e la vicinanza che vorrei trasmettere. O forse anche perchè, in inglese, per lo meno secondo me, le mie parole non suonano altrettanto sincere.

Mi sento come se la mia parte emotiva fosse connessa alla mia lingua madre e non parlandola una parte della mia personalità venisse meno. Una sorta di alessitimia, di analfabetismo emotivo dovuto alla barriera linguistica.

Mi chiedo quindi: rinunciamo a una parte di noi quando rinunciamo alla nostra lingua madre? È uno di quei sacrifici a cui ci sottoponiamo nella ricerca di una vita migliore lontano dalle nostre origini?

Avevo letto uno studio tempo fa che mostrava come chi è immerso in due culture diverse sviluppi personalità diverse quando passa da una lingua all’altra. Cambia la sua percezione di sé e persino il suo modo di porsi nei confronti degli altri.

Forse, quindi, siamo veramente delle persone diverse e ci “ritroviamo” solo quando possiamo parlare la nostra lingua madre.

O forse non rinunciamo a una parte di noi, ma ne creiamo una nuova, sviluppando una personalità parallela, quella legata al lavoro e alle nuove influenze culturali e affettive, mentre il nostro vocabolario si arricchisce e acquista colore.

Mi piace pensare sia la seconda ipotesi. Lo scoprirò, forse, andando avanti in questa avventura.

Studiare tedesco a Berlino: come superare la barriera linguistica