Volevo un po’ di brio

Alle 7:00  suona la sveglia.

Mi alzo, vado a svegliare i bambini, cerco qualcosa per farli vestire. Si scende: colazione craker e nutella o qualcos’altro di dolce più latte per il maschietto, tea verde e pane con speculoos per la bambina. Preparo le cartelle con i soliti panini  e poi i genitori li portano a scuola.

Dopodiché devo riassettare un po’ la casa facendo le lavastoviglie, le lavatrici, passare l’aspirapolvere e, se ce n’è bisogno, stiro qualche camicia e lavo i pavimenti. Poi arriva l’ora di portare fuori il cane e stop: dopo sono libera fino alle 14:30. Ci sono volte in cui studio, altre in cui vado in palestra o faccio qualche lavoretto extra. Alle 14:30 parto e vado a prendere i bambini a scuola, a piedi o in bici.

Arrivo alla scuola. Ci sono le solite adorabili chiacchiere con le mie “colleghe au pair“, escono i bambini e ci organizziamo per il pomeriggio: di solito li “smistiamo” per farli giocare tra di loro.
Alle 17:30 tutti sono nelle proprie case e qui, dove abito io, è l’ora del bagno. Dopodiché  si cena. Essendo italiana cucino spesso la pasta, ma ho adeguato il mio modo di cucinarla a seconda di quello che piace a loro, ai bambini. Intorno alle 18:30/19:00 i genitori tornano a casa. La mia giornata lavorativa è finita, sono libera.

Salgo in camera, doccia, netflix and chill o esco per una birretta o quello che la serata porta. Ho la mia stabilità, ho il mio paradiso. Faccio progetti per visitare qualcosa intorno a Rotterdam, per esempio altre città. A giugno ho intenzione di cominciare  il corso di dutch, esco con le amiche e non mi annoio mai. Sono al settimo cielo, non faccio altro che dire che sono stata fortunata a trovare una famiglia del genere.

È tutto PERFETTO, quasi surreale.  Se proprio vogliamo trovare una pecca posso dire che tutta questa perfezione mi potrebbe annoiare alla lunga.

17  maggio 2016 brio

Mi alzo e penso che devo trovare qualcosa da fare che ravvivi un po’ la mia routine, altrimenti finirò  per annoiarmi. Continuo la mia giornata facendo quello che devo  fare e dopo il  lavoro vado a  passeggiare: c’è il sole, l’aria è fresca, che bellezza! Tornando a casa penso che andrò a farmi una bella doccia calda, seguita da un paio di episodi di “Orange is the new black” o di “Game of throne” e poi letto, serata relax.

Il caso, il fato, il karma, o come lo vogliamo chiamare, ha però deciso di interpretare  il mio pensiero di “trovare qualcosa che spezzi un po’ la routine” come una vera e propria sfida.

Entro  in casa e mi chiama la mia Host Parent. Viene da me e con la faccia seria mi chiede di seguirla in cucina aggiungendo  “dobbiamo parlare” (le temutissime parole). Nei cinque  secondi di tragitto dalla porta di casa alla cucina scorro con la mente le cose fatte nei giorni precedenti coi bambini e  mi rassicuro: non ho fatto niente di cui preoccuparmi, che cosa mi diranno mai!? La risposta arriva subito: Servita su un piatto di cemento armato sbattuto in faccia, arriva il LICENZIAMENTO.

Mi dicono che non ho fatto niente di male ed espongono come motivazioni che  non c’è stato il click (dopo quatrro  mesi e mezzo me lo dici!?), che vogliono più privacy e che, insomma,  non vogliono più avere una au-pair. Devo lasciare casa in una settimana e mezzo. UNA SETTIMANA E MEZZO.

Rimango basita, pietrificata, rispondo “ok, adesso devo salire in camera“, mi giro e me ne vado.

Senza nemmeno togliermi la giacca mi metto a sedere sul ciglio del divano in camera e arriva il panico, quel panico che ti attanaglia la testa e che ti blocca. Non c’è via di scampo, dieci  giorni e finisce tutto: ciao amiche, ciao Rotterdam.  Si torna nella Bella Italia dove lavoro non ce n’è.  Forse non avrò neppure  modo di provare a cercare un’occupazione qui  perchè, oltre alla mancanza di tempo, sebbene parli  inglese mi manca anche la conoscenza della lingua olandese, (pensavo di  avere più  tempo per imparare l’olandese).

La disperazione: non posso nemmeno tentare di diventare la regina del porto più grande d’Europa, che era il mio sogno professionale, quello che mi ha spinta ad inoltrarmi come au-pair fino a Rotterdam.

Mi riprendo,  informo le mie amiche dell’accaduto, chiamo chi posso chiamare  per chiedere se qualcuno può ospitarmi per un po’; nel frattempo posto  ovunque messaggi di aiuto su facebook ho odiato farlo ma non sapevo che altro fare.

Ho ricevuto supporto dalle amiche, risposte incerte ma tendenti al positivo da chi avevo chiamato e da facebook ho ricevuto tantissimo sostegno da gente fantastica, abitanti di Rotterdam, che mi hanno risposto dandomi delle dritte o offrendomi lavoretti.

Il giorno seguente,  dopo una notte non proprio serena, una delle mie amiche au pair, Daniela, mi dice che ha parlato con i suoi host parents e che loro hanno proposto di ospitarmi. Persone che  avrò visto si e no due volte per dieci  minuti si dicono pronti ad aprire la porta di casa loro senza problemi: HO UNA CASA! Da brava Italiana li farò diventare polpette a forza di pasta e quant’altro per ringraziarli!

Quando ho letto il messaggio ho cominciato a piangere peggio di quanto avevo pianto la sera prima, ma di gioia. Sono circondata da persone meravigliose. Forse non è tutto perduto.

Dopo questa notizia, mi sono attivata per fare le cose che dovevo fare per il trasferimento e per cercare lavoro. Ho chiamato i miei genitori per informarli dell’accaduto (inizialmente volevo tenerli all’oscuro ma non mi andava di prenderli in giro) ricevendo come risposta che “quando si chiude una porta si apre un portone” e scoprendo che , anche se speravano nel mio ritorno, adesso  mi sostengono.

Sono passati cinque giorni  da quando è accaduto il tutto.

Devo ancora realizzare che non sono più un au pair, che mi  sono fidata troppo delle parole di persone che non conoscevo, (maledetta me) che adesso ho davanti un bel periodo tosto.

Ho preso tutto troppo alla leggera, inebriata dalla novità. Ora dovrò ammazzarmi per trovare  lavoro  e lottare per stare qua, tutto è cambiato nel giro di cinque minuti.

Volevo un po’ di brio nella mia vita, credo di averlo pensato troppo intensamente.

king's-day

Happy King’s Day!

Il 27 Aprile in Olanda in onore di sua Maestà Willem-Alexander si celebra il Koningsdag, King’s Day (la festa del Re) per celebrare il suo compleanno.

Qui la figura del regnante è ben vista, proprio come in Italia direi! (Sono ironica)
La prima celebrazione di questa festa che inizialmente si chiamava “il giorno della Principessa” fu il 31 Agosto 1885, per il quinto compleanno della Principessa Wilhelmina. Nel 1948 la data è stata cambiata dalla figlia Juliana nel giorno del suo compleanno, il 30 Aprile diventando il “giorno della Regina”.
La ricorrenza è stata poi anticipata al 27 Aprile ed ha cambiato nome in “festa del Re” quando è salito al trono, nel 2013, il primo Re dopo 123 anni, Willem-Alexander.
In tutta Olanda ci sono state feste con fiumi di birra (tanto per cambiare), festival all’aperto e le città erano colme di banchetti dell’usato durante la quale chiunque ha potuto vendere le proprie cose per profitto personale o per darlo in beneficenza. Si dice che sia divertente perché chi va a comprare quasi sempre è ubriaco marcio o su quella strada lì, quindi è sempre possibile fare buoni affari (la fonte non è attendibile ma non escludo che sia vero).
Bellissima e allegrissima particolarità infine, dovuta dal nome della famiglia reale originaria dal principato Orange-Nassau, é la presenza del colore arancione che la fa da padrone per le decorazioni e i vestiti.

Per quanto mi riguarda il mio Koningsdag non è stato esattamente come me lo aspettavo, il maltempo non ci ha permesso di godere a pieno di questa giornata ed eravamo un po’ tutte sul malaticcio. L’idea inizialmente era di andare ad Amsterdam a girovagare in maniche corte con le collane di fiori e la bandiera olandese sul viso e invece ci siamo ritrovate con piumini e cappelli a cercare una qualche festa al chiuso (e fortunatamente ci siamo riuscite) sempre però truccate e arancioneggianti! Si è ridotto tutto a passare del tempo in un club durante il pomeriggio, come accadeva a 15 anni, non proprio le gioie quando ti aspetti di dare un assaggio a una giornata estiva, ma va bene lo stesso, il divertimento non è mancato, come al solito.

Vi posto in evidenza  la foto che ho della giornata che testimonia la mia condizione alle 23 circa: la devastazione in viso con la mia maglietta arancione prestata da un ragazzo dutch, l’immancabile cappello, delle bandiere sulle guance ormai sparite e le mie unghie all’olandase!

king's-day

Re Guglielmo Alessandro il 30 aprile 2013, con la moglie Máxima e le figlie, le principesse Catharina-Amalia, Alexia e Ariane.

 

dalila

Quando un’idea ti porta lontano…

Fin da piccola ho sempre avuto una sola idea in mente per il mio futuro: avrei lavorato a contatto con il mare, viaggiando.

A 8 anni volevo diventare biologa marina, poi ho cambiato idea e pensavo di  entrare in marina militare, successivamente, a 14 anni, sono entrata in casa un pomeriggio dopo scuola urlando: “mamma, andrò al nautico!”“Al nautico? Per  fare che?

Il Capitano!” E così sono andata al Nautico, a Livorno, 40 km da casa mia, tutte le mattine, col treno, una faticaccia, ma lo volevo fare. Volevo governare le navi.

Alla fine  comunque non ho fatto niente delle cose elencate e dopo le superiori sono rimasta un anno ferma correndo  dietro ad un’ opportunità di lavoro o l’altra mentre già stavo già capendo che in Italia la situazione lavorativa non era affrontabile. Ero anche fidanzatissima (lo ero da 3 anni) e perciò non volevo andare via per lungo tempo senza alcuna sicurezza, rischiando di mandare a rotoli tutto.

Quell’anno lì, però, fu snervante: niente  lavoro, niente soldi, giusto il diploma in mano, cosa ne avrei fatto della  mia vita?

Ho deciso così di andare all’università, scegliendo la facoltà che più si avvicinasse al percorso di studi già affrontato: Economia e Legislazione dei Sistemi Logistici sotto economia, con sede a Livorno. In questa facoltà s’impara soprattutto come gestire i traffici merci specialmente nel settore marittimo quindi una volta laureata, sarei potuta andare a lavorare con le navi e quindi a contatto con il mare, ero apposto.

Andare all’università è stata una fortuna, mi ha fatto capire che la mia non conoscenza delle lingue e la mentalità del datore di lavoro italiano non mi andavano giù e così decisi che almeno per un pochino era meglio cambiare aria dopo la laurea, al massimo un anno, giusto per vedere altre cose. I miei genitori erano d’accordo, il  mio fidanzato no e quindi nulla, adesso sono single.

Arrivata al momento di decidere perché prossima alla laurea, sono andata nel caos più totale: Dove vado? Per quanto? A fare che? Ma i soldi? Ma la lingua? Ne sarò capace?

Stavo già pensando a Rotterdam come una delle prime mete, dato che c’è il porto più grande d’Europa, ma non potevo presentarmi in qualche ufficio del porto e dire: “ehi, mi sono appena laureata, ho fatto uno stage in una multinazionale per un mese ma ho un’ esperienza pari a  zero, parlo poco inglese, per niente olandese… mi prendete al lavoro?

Quindi, a malincuore, accantonai l’idea di Rotterdam e, ragionandoci su, con la consapevolezza che sarei dovuta partire facendo qualcosa che non mi facesse spendere milioni di euro già solo per cominciare, la cui  destinazione geografica fosse vicina perché “non si sa mai”, decisi  che la cosa migliore da fare sarebbe stata andare come au pair in Inghilterra, in Irlanda o in Olanda.

Non sapendo scegliere, cominciai  la ricerca di una famiglia su un sito specifico sapendo che qualsiasi posto sarebbe andato bene, tanto sarebbe stato per cominciare e poi avrei puntato dritto su  Rotterdam.

Poi  il caso ha voluto che  trovassi  proprio una famiglia di Rotterdam che cercava un au pair disponibile a partire nel giro di un mese. Ci scrivemmo per e-mail, facemmo delle video-chiamate su skype con un inglese un po’gesticolato e, in nemmeno due settimane, avevo trovato lavoro per almeno un anno nella città in cui, comunque, sarei voluta andare. Era il 3 dicembre 2015 e sono partita il 4 gennaio 2016 per l’Olanda.. è stato semplicemente fantastico! Una serie di coincidenze a cui ancora non credo!

Adesso sono qui e a breve comincerò a guardarmi intorno per vedere dov’è che potrò andare a lavorare o a studiare.. o entrambe le cose: un passo alla volta riuscirò a fare tutto!