Impara ad entrare in contatto col silenzio che è dentro di te.  Imparerai e a capire che tutto, in questa vita, ha uno scopo.

Elizabeth Kübler-Rosspensieri-donna

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Italiani all’estero, nostalgici e detrattori del bel paese.

Appena tornata da una breve vacanza in Italia, mi siedo al tavolo del solito baretto gestito da italiani, dove si sfornano pizzette e cornetti vagamente simili a quelli della madre patria, ma dove ogni mattina i nostalgici si incontrano, chiacchierano e discutono di tasse, politica e sport tricolore. Si da un’aggiustatina alla politica italiana e già che ci siamo anche una sistemata alle sorti del pianeta, ma sempre con la vena un po’ sorniona di chi si può permettere di non preoccuparsene più… I nuovi arrivati che si stupiscono o quelli che vorrebbero capire se anche per loro la Costa Rica possa essere lo spazio per una nuova vita, i turisti incuriositi dalla comunità italiana, i vecchi pionieri che ascoltano imperturbabili le lamentele di sempre, insomma tutto un mondo che converge verso l’immancabile espresso di mezza mattina.

La chiacchierata finisce sempre in discussione, i nostalgici rimpiangono e i detrattori disprezzano: la madre patria, in qualche modo, è lì e imperversa senza pietà nelle giornate di quelli che per i più svariati motivi se la sono lasciata spesso solo geograficamente alle spalle.

A chi mancano i vecchi amici, a chi manca il gorgonzola, a chi manca la neve. C’è chi va in Italia solo in vacanza, chi solo per vedere i figli ormai grandi o le madri-che-non-volano, chi invece non la vuole neanche sentire nominare, la patria natia, colpevole di qualche vecchio torto fiscale o giudiziario.

I primi anni all’estero sono stati per me un vero e proprio banco di prova, un’avventura giocata con entusiasmo e senso pratico, voglia di fare e di cambiare. Quando sono partita, ad una vecchia zia mi accusava con malcelato disprezzo di “non avere radici” ho risposto con assoluta serenità di non essere un albero.

Con il passare degli anni e’ aumentata forse un pochino la presenza a me stessa e con essa la sensazione che, per quanto l’ostinato aggrapparsi alle radici continui ad apparirmi una forma di difesa dalle nostre paure più che di vera e propria mancanza di stabilità, non sia effettivamente possibile né sensato sradicare un bagaglio culturale e sociale che da sempre ci identifica,  per quanto un nuovo paese possa essere per noi uno spazio dove ridisegnare noi stesse e la nostra esistenza

A volte mi chiedo se i rapporti sociali superficiali, il carattere un po’ aleatorio delle amicizie che si instaurano all’estero, l’innegabile mancanza di stimoli emotivi e culturali che hanno in qualche modo caratterizzato i miei ormai quasi venti anni fuori dall’Italia, il vivere in paesi dove si sente spesso la mancanza di un buon libro o di una serata a teatro, non siano semplicemente effetti collaterali della lontananza ma veri e propri campanelli d’allarme del nostro essere parte di una cultura molto più forte e radicata di quanto io stessa sia disposti ad ammettere.

Al tavolo mi guardano esterrefatti. Ma come, proprio io, l’entusiasta, l’iperattiva, l’inquieta vagabonda ora intrappolata dalla nostalgia o affetta da sindrome dell’emigrante? Proprio io che accuso il colpo dell’inefficienza, della poca puntualità e dei mille difetti della realtà in cui vivo e la affronto sempre con un sorriso?

Mi ritrovo a sorridere, appunto, di me stessa e di tutti noi, ciascuno diversamente e ugualmente incastrato nella propria italianità. Spirito critico, capacità di osservazione, senso pratico e un’eterna, intramontabile serena certezza che, in fondo, come noi, nessuno.

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Buchenwald: per non dimenticare


Prendi posizione.

La neutralità favorisce sempre l’oppressore, non la vittima.

Il silenzio incoraggia sempre il torturatore, mai il torturato.”

Elie Wiesel

(sopravvissuto al campo di concentramento di Buchenwald)


buchenwal-per-non-dimenticareCi sono luoghi e situazioni che hanno la capacità di rimanere impressi sulla nostra pelle per ore, giorni, a volte mesi…

Approfittando del tempo quasi primaverile, ho accompagnato i miei ospiti in visita sino al Konzentrationslager di Buchenwald, a circa 15 minuti da Weimar.
Occupandomi di guide turistiche conoscevo già grosso modo la struttura, il percorso consigliato e qualche dettaglio di natura storica ma – credetemi! – ripercorrere i vari sentieri con un’appassionata di storia e una persona che fotografa ogni singolo angolo ti da la possibilità di soffermarti su dettagli che avresti preferito bypassare o relegare in un angolo della memoria, fosse anche solo perché una crudeltà simile sembra sempre inconcepibile.
Buchenwald fu costruito nel luglio 1937 a pochi kilometri dalla cittadina di Weimar e sin da subito fu deciso di rinchiudervi i cosiddetti Gemeinschaftsfeinde – i nemici della comunità – : zingari, socialisti, omosessuali, testimoni di Geova e  persino i senzatetto. I cosiddetti Haftlinge erano costretti a lavorare in condizioni disumane per produrre armamenti che sarebbero serviti all’armata tedesca durante il secondo Conflitto Mondiale.

In breve tempo il campo di concentramento divenne uno dei più grandi su suolo Tedesco e al momento della Liberazione nel 1945 da parte delle truppe americane si poterono contare almeno 56.000 morti, 8.000 dei quali erano prigionieri sovietici, periti a causa di esperimenti medico-scientifici, malnutrimento e molto spesso anche in seguito ad un’esecuzione di massa. (Il numero delle vittime fa fede a quanto registrato dalle SS negli appositi registri, ma la realtà delle morti – soprattutto durante gli ultimi frenetici mesi di vita del Campo – fa sospettare si tratti di una cifra quantomeno ottimista. NdA)
All’interno dell’area del campo vi era poi anche il cosiddetto Kleiner Lager dove le condizioni di vita erano ancora peggiori e il lavoro – per quanto difficile a credersi – più duro. Pochi giorni prima della liberazione centinaia di prigionieri morirono all’interno della sua struttura, che oggi viene ricordata tramite una targa e una struttura fatta di panche su cui Buchenwald: esposizione di arte pre, post e durante la prigioniasedersi e raccogliersi un momento o – per chi lo desidera – pregare.
Dwight D. Eisenhower scrisse, a proposito di ciò che vide una volta aperto il campo: “Nichts hat mich je so erschüttert wie dieser Anblick.”. Nulla mi ha mai sconvolto così tanto, quanto questa vista. (La vista dei corpi denutriti e delle montagne di cadaveri, NdA)
Accanto alla struttura – che a causa dei continui bombardamenti è molto misera, rispetto ad esempio a ciò che ancora rimane del Konzentrationslager di Auschwitz – è possibile vedere una mostra fotografica composta da foto scattate di nascosto da un prigioniero e donate in seguito alla Buchenwald Stiftung e da fotografie scattate dalle SS, nonostante il divieto da parte del Führer di immortalare quanto accadeva all’interno del Lager. Si può inoltre vedere un’esposizione di opere d’arte prodotte all’interno del campo – spesso unico modo per avere una razione di cibo umana, altre volte motivo di un’esecuzione improvvisa o di un periodo di reclusione nelle prigioni -, accompagnate da opere prodotte in seguito o sculture realizzate per onorare le vittime di quel massacro senza senso.

Si tratta di una visita straziante, dolorosa sotto ogni punto di vista e – lo confesso – straniante. Sembra impossibile pensare che qualcuno abbia potuto pianificare un genocidio del genere e – soprattutto – sembra inconcepibile il fatto nessuno vi si sia opposto in maniera tale da impedirlo o da fermarlo prima.
Lo stupore sembra legittimo, l’amarezza d’obbligo e la voglia di lottare affinché tutto questo non venga dimenticato ci riempie le vene. Poi, però, voltandosi a destra e a sinistra una persona cinica come me non può fare a meno di pensare un’altra cosa: che le ultime elezioni hanno mostrato che un dramma del genere è possibile, che spesso la cultura e l’istruzione non possono comunque far nulla per combattere la paura e l’ignoranza.
Mi sono voltata verso i miei ospiti, presi a osservare forni crematori e – poco distante – la targa commemorativa per la Principessa Matilda di Savoia e mi sono concessa unabuchenwald-per-non-dimenticare riflessione amara, che però non sono riuscita a evitare: “Sapete? Su 100 di queste persone, il 20% ha votato AfD. Venti di queste persone marceranno il giorno del compleanno di Hitler, convinti che salvare la patria significhi chiudere le porte. E sapete un’altra cosa? Il 20 aprile io sarò in piazza, con buona parte dei miei amici, affinché il movimento di controprotesta dia un segno forte e chiaro.”
Si sono stupiti, prima di scrollare le spalle sapendomi idealista, pronta a combattere battaglie che non sempre sono solo mie, innamorata di un ideale di giustizia che forse nemmeno esiste più. Uno dei miei cantanti preferiti, Enno Bunger, ha dedicato una canzone bellissima – Wo bleiben die Beschwerden – alla situazione politica attuale e uno dei versi dice “Wir können was dafür, wenn wir nichts dagegen tun” (Ne possiamo qualcosa, se non fac
ciamo nulla per fermarlo). Per come la vedo io, è esattamente così, ed è con questo spirito che fra venti giorni scenderò in piazza, perché ho una voce ed intendo usarla. Perché – citando Primo Levi – “quello che è accaduto può ancora accadere”.
Ed è per tutte le persone che hanno perso la vita a Buchenwald, Mathausen, Auschwitz, Bergen Belsen, San Sabba e in ogni altro Konzentrationslager, Gulag, campo di prigionia… è per loro che non bisogna smettere di lottare. Per loro e per difendere un mondo che loro non hanno potuto godere nel suo essere difficile, a volte pauroso ma incredibilmente prezioso, capace di sorprenderci e in grado di affascinarci. Per loro e per non dimenticare. Mai.

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Istanbul e il terrorismo

Non me ne andrò da Istanbul, non ho paura.

E poi come dice qualcuno “le cose brutte possono succedere ovunque, anche dietro casa“. Quando sono iniziati i fenomeni di terrorismo in Turchia, io stavo progettando di venire a vivere e a  lavorare qui.

Dopo l’attentato di Parigi ero sicura che ormai ogni posto fosse pericoloso, che una bomba potesse esplodere ovunque.

Mi arrabbiavo, e mi arrabbio ancora, con chi mi diceva “vorrei venire a trovarti, ma ora è pericoloso laggiù” Ma per favore. Non raccontiamoci balle.  Ogni luogo è pericoloso, inoltre  aggiungerei  che non siete venuti nemmeno quando la situazione era tranquilla, quindi non troviamo scuse o almeno non diciamo bugie.

C’è stato Istanbul a gennaio, poi Parigi, poi Ankara, Istanbul di nuovo una decina di giorni fa, a Taksim.

Mi ci sono abituata, è brutto a dirsi, può suonare strano, ma è davvero così.

Quando è scoppiata la bomba a Sultanahmet, il 12 gennaio, la mia famiglia era qui. Erano venuti qualche giorno a trovarmi, per la prima volta. Non mi sono impaurita, era già successo. E noi eravamo in un’altra zona in quel momento. Però devo ammettere che il fatto di avere vissuto un attentato mentre avevo persone a me care qui, mi ha fatto riflettere. Io non ho paura, ma io sono io.

Mia mamma in compenso si è tranquillizzata, trovandosi qui in qual momento, si è resa conto che Istanbul non è come la dipingono i telegiornali. E’ una città normale, che va avanti come sempre, senza coprifuochi. In televisione passano immagini false, fotomontaggi che vogliono farci percepire la situazione come terribile, che ingigantiscono le cose. Ho visto immagini dei campi di battaglia Siriani con sotto la didascalia ‘Istanbul 10 minuti fa‘. Ma come è possibile, mi domando.

Il 12 gennaio il mio ragazzo si trovava a Sultanahmet, quando è scoppiata la bomba. All’epoca non ci conoscevamo ancora. Ma mi ha raccontato come è stato. Era poco lontano, non si è fatto nulla, ma era stata una questione di secondi. E’ andato via bianco come un lenzuolo, sotto shock. Per due settimane non ha dormito, risentiva il suono dell’esplosione. Per tre  settimane non ha preso metro né tram e ovunque andasse si allontanava dai gruppi o controllava continuamente la gente con borse e borsoni, in modo quasi maniacale.istanbul-terrorismo

Poi  gli è passata e ora come tutti noi sta attento agli “allarme bomba” a cui ci siamo abituati. Magari non succede niente, ma se sentiamo che in quella zona c’è un allarme, semplicemente ci teniamo alla larga da lì. C’è un allarme quasi ogni giorno, qui o nel sud-est, da dove viene lui. Eppure non ci facciamo caso. Il primo che lo sente chiama l’altro e gli chiede “dove sei? Non andare  in quel tal posto oggi“.   Lui è curdo, nel caso qualcuno avesse pregiudizi.

I curdi, i turchi, hanno le stesse paure che abbiamo noi. A Taksim non hanno cercato di uccidere un gruppo di turisti, semplicemente  mettendo una bomba in mezzo alla via. Probabilmente ucciderai più musulmani che stranieri. Non è una questione di religione, non più.

Da dove organizzano attentati prendono informazioni su di te, uno a caso, sulla tua famiglia. Dopo di che ti prendono e ti dicono ‘farai scoppiare questa bomba in questo punto qui‘. Se non accetti prendono la tua famiglia e la uccidono. Sei costretto ad accettare. Nel momento in cui la bomba scoppia liberano la tua famiglia. Per evitare che dopo averlo fatto tu possa andare a dire chi ti ha incaricato di farlo, la bomba uccide anche te, scoppia un paio di secondi dopo che la posi. La famiglia, imprigionata, viene liberata, ma resta comunque bendata per tutta la durata della trattativa, per impedire che riconosca il luogo e lo riferisca. Chi organizza queste cose sa cosa fa.

I turchi, nel momento in cui succede qualcosa qui, soffrono come noi, piangono come noi, si chiedono perché come noi, chiamano amici e parenti per sapere se stanno bene, proprio come facciamo noi. Si riuniscono, ne parlano, sono sotto shock. Non sono diversi da noi.

Circa tre  settimane fa ho fatto un sogno. Ero in metro e nel mio vagone, a circa due sedili dal mio, scoppiava una bomba. Sentivo il caldo dell’esplosione e i frammenti che mi colpivano. Poi mi sono svegliata. Continuo a prendere metro e tram, continuo a passare per Sultanahmet e Taksim. Può succedere ovunque. Qui, Parigi, Berlino, Roma. Questo mondo ormai non offre più ripari sicuri, in nessun luogo.

Eppure continuo a non avere pauta. Continuerò a stare qui, a girare, a viaggiare per la Turchia, a vedermi con i miei amici, a lavorare in un turismo che sta diventando sempre più difficile proprio a causa del terrorismo.

Continuerò a vivere nella realtà dei miei giorni, che mi piaccia oppure no.

Galata view

Quello che le expat non dicono

Oggi mi sono svegliata polemica, ogni tanto (una volta al mese per la precisione) mi capita di svegliarmi così, quindi oggi ho deciso di svelarvi quello che le expat di solito non trovano il coraggio di rivelare.

L’entusiasmo per il trasferimento che ti fa vedere tutto bello e meraviglioso passa in tre mesi. Al novantunesimo giorno inizierete a trovare il primo minuscolo difetto del luogo che vi accoglie e continuerete in un crescendo di fastidi e fastidietti che renderanno la nuova città un posto “normale”.
Non saprete più qual è casa vostra perché presto o tardi vi sentirete a casa sia nel nuovo luogo che in Italia in mezzo ad amici e parenti.
Sarete tristi lasciando l’Italia e lo sarete, volenti o nolenti, anche ogni volta che partirete dalla nuova casa.
Farete una fatica immensa per i primi mesi a comunicare nella nuova lingua.
Parlerete in continuazione dell’Italia, bene o male non importa, ma sarà un continuo argomento di conversazione e parlerete in continuazione soprattutto del cibo italiano e di quanto all’estero siano incapaci di fare un buon espresso.
Quando troverete finalmente un buon caffè lo berrete per settimane in piedi al banco, alla maniera italica.
Appena arrivati cercherete, in primis, gli altri italiani residenti e vi sovverrà immediatamente la ragione per cui avete abbandonato l’Italia.
Prenderete una casa con due camere da letto per ospitare amici e parenti e quella stanza in più diventerà il deposito di valigie e panni sporchi perché nessuno, o quasi, vi verrà a trovare.
Se vi trasferirete in una meta esotica e di vacanze, non lasciatevi ingannare dalle promesse degli amici prima di partire: ” quest’estate affittiamo una casa e veniamo tutti lì” , perché andranno esattamente dall’altra parte del mondo.
Quando sarete tristi ed avrete voglia di una sera con la vostra amica del cuore davanti ad una bottiglia di rosso, la vostra amica non ci sarà, e skype non funzionerà.
Quando sarete stanche dopo una lunga giornata di lavoro non ci sarà la mamma con una minestra calda ad aspettarvi a casa sua. Non ci sarà neanche una zia, una cugina, una parente di quarto grado nelle immediate vicinanze per coccolarvi un pochino. Mangerete una scatoletta di tonno per non sporcare il piatto, litigandovela col gatto, perché per sentirvi meno sole ne avrete sicuramente adottato uno, che diventerà un problema perché non saprete dove piazzarlo, ogni volta che dovrete partire.
Non farete mai più una vacanza perché ogni volta che avrete una settimana libera tornerete in Italia.
Sentirete ogni giorno della vostra nuova vita la frase: “Italiano? Milano? Pizza? Berlusconi?”
Per il resto dei vostri giorni almeno una volta a settimana ci sarà qualcuno che, scoperto che siete italiani, si rivolgerà a voi parlando in spagnolo.
Diventerete bersaglio degli italiani in vacanza: “Vivi qui? Come mai? Ti piace? Ti manca l’ Italia? Ti sei integrata? Quanto paghi d’affitto?”
La prima volta che rientrerete in Italia avviserete amici e parenti con comunicati stampa settimane prima. Vi accorgerete presto che vedere tutti è impossibile e stressante (orari, impegni, malanni, figli, lavoro, palestra, riunione di condominio, stanchezza altrui vi faranno fare in quattro per cercare di passare almeno dieci minuti con tutti) ed arriverete, ve lo assicuro, al punto di non avvisare nessuno del vostro ritorno.
Non riuscirete più a parlare correttamente l’italiano perché farcirete ogni frase di parole straniere italianizzate.
Vi sentirete in obbligo di intervenire ogni qual volta sentirete un luogo comune sul vostro nuovo paese di adozione.
Diventerete “bersaglio” di stormi di italiani che vi contatteranno per avere notizie su come si espatria, che documenti ci vogliono e come si vive dove abitate.
Nella vostra città di partenza diventerete : ” quella che vive a…”.
Più sarà insolito il luogo dove andrete ad abitare più la gente vi vedrà improvvisamente come se vi fosse spuntata la seconda testa. (L’ultima volta che sono tornata al paesello, quando sono entrata in chiesa, le ragazze del coro mi hanno accolta con un “oooooooooh”).
Imparerete prestissimo quali sono i luoghi comuni sugli italiani all’estero.
Le vostre valigie diventeranno, di viaggio in viaggio, sempre più piccole.
Ogni volta che rientrerete in Italia qualcuno, anche gente che non vedete da anni, vi chiederà di portargli qualcosa.
Se siete un filino ansiose come la sottoscritta non sperate che prendendo molti aerei prima o poi vi passi la paura di volare, inoltre,
più prenderete aerei più odierete gli italiani che applaudono all’atterraggio ed inizierete a vagheggiare sul proibire i voli ai bambini sotto i 9 anni.
Diventerete prestissimo intolleranti agli italiani vacanzieri caciaroni che si fanno riconoscere da lontano e come Pietro, di fronte alla famigliola sbraitona in canotta, infradito, marsupio e bandana, rinnegherete tre volte la vostra provenienza finché non vi suonerà il cellulare con la suoneria di Ramazzotti e vi sarete fregati da soli.
Sarete soggette a battute sulla “fuga dei cervelli” per il resto dei vostri giorni.
Prima di partire scoprirete che le persone attorno a voi sono tutte massimi esperti del luogo dove state per andare a vivere, soprattutto quelli che non ci sono mai stati.

Che dire? Da quello che ho elencato sopra sembrerei essermi pentita della mia scelta. Invece no. Il confronto, inevitabile, tra il prima ed il dopo mi convince sempre di più che ho fatto una buona scelta e che la qualità della mia vita è per molti versi migliorata. Ovviamente ho voluto ironizzare su quelli che sono i “contro” dell’espatrio perché non bisogna vivere questa esperienza come una favola perfetta ed irreale. Le difficoltà fanno apprezzare molto di più le cose belle.
Se leggendo qui sopra vi eravate scoraggiate vi posso dire solo che è la decisione più difficile che abbia mai preso in vita mia ma che ne sono estremamente felice.

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Ancora in piedi

Non chiedetemi come sia possibile, ma nonostante siano quasi quattro anni che viva qui, a volte sento come se non facessi  sul serio, come se fossi qui in vacanza o per un periodo più o meno breve, come se da un giorno all’altro mi dovesse toccare di  fare le valigie e tornare sui miei passi, alla mia vera vita.  A volte ho come la sensazione che  questa non sia davvero la mia di vita, la mia città, la mia aria.

“Niente di serio”- mi dico – ma poi mi  basta ricordare tutte le volte che mi sono sentita persa, senza direzione, senza scopo, senza radici, senza un appiglio, e di colpo ecco che  l’equilibrio che ho raggiunto da un anno e mezzo a questa parte acquista un’importanza maggiore di quella che pensavo potesse avere.

Ma, soprattutto, realizzo che non posso permettermi di abbassare la guardia, di nuovo. È già successo una volta, due anni fa, e mi è costato caro. Tutto a un tratto la mancanza della mia famiglia, dei miei amici e di quelli che io chiamo “i pilastri” della mia vita mi ha sopraffatto. Era  diventato insopportabile soffiare le candeline dei compleanni senza mamma e papà, tornare a casa da una brutta giornata  e non avere mia sorella o la mia migliore amica con cui confidarmi, sentire che la cerchia di amici che col tempo mi ero creata qui a Barcellona non avrebbe capito, che avrebbe sottovalutato quello che stavo passando. Tutto mi stava stretto, non mi sentivo al mio posto. Non sapevo più chi ero, né cosa stessi facendo qui: la città dei sogni di tantissimi italiani e in generale di mezzo mondo si stava rivoltando contro di me, mi stava schiacciando in un angolino come a dire “A noi due”.

“Non può essere – mi dicevo – chiunque desidererebbe vivere qui, avere un lavoro ben pagato, uscire di casa e vedere la Sagrada Família o scorgere la Casa Battlò dal finestrino dell’autobus”. Semplicemente ero incredula, spiazzata, fragile. Barcellona mi stava togliendo sonno, spensieratezza e certezze. Sì, tutte le incoscienti certezze che mi avevano fatto prendere una decisione in meno di due settimane e partire con un biglietto solo andata, crollavano poco a poco e rimanevamo io e lei, Barcellona, a giocarcela: chi resiste di più senza arrendersi all’altra, vince.

Che sia qui a raccontarlo la dice lunga su chi vinse quella battaglia  e in questo momento della mia vita non potrei sentirmi più appagata e soddisfatta di aver scelto una seconda volta lei, la città dei sogni di tantissimi italiani, ma soprattutto dei miei. Continuo a desiderare di vivere qui, continuo ad avere un lavoro ben pagato, non vedo (più) la Sagrada Família quando esco di casa – adesso vedo un’immenso cantiere che presto sarà la nuova Plaça de les Glories – e continuo a scorgere le bellezze architettoniche gaudiniane  quando vado in autobus.

So che quel sentimento di nostalgia  è dietro l’angolo, so che non sono ancora in salvo, ma dopotutto fa parte di me, dell’essere expat e dell’essere “Alive”. Ho vinto una volta e continuerò a farlo. Questa volta al mio fianco non avrò solo famiglia e amici, ma anche una persona che proprio un anno e mezzo fa mi ha teso la mano vedendomi schiacciata in quell’angolino e mi ha tirata a sé, decidendo che da quel momento in poi avremmo camminato insieme verso quella che adesso è la nostra storia.Sagrada Familia

rassegnazione

A Bruxelles tra incredulità e rassegnazione

Martedì 22 marzo. Sveglia presto, al solito, ma finalmente le giornate si allungano e c’è già luce. Giorni grigi a Bxl, dicono sarà così fino a Pasqua. Quest’anno poi non rientro in Italia per le vacanze. I voli erano troppo costosi ed ero appena stata a casa per un weekend. Colazione, doccia, tutto come sempre. Alle 8:30 ero pronta ad uscire per andare a lavorare alla VUB (università cittadina fiamminga). Prima di mettere il portatile nello zaino, ho controllato Fb ed ho visto la notizia di un’esplosione all’aeroporto di Zaventem (a 10 minuti da dove abito). Ho pensato ad un incidente, allo scoppio di una tubatura, ma i minuti passavano e si faceva largo l’ipotesi di un attentato terroristico. Quel giorno non sono più andata a prendere la metro per raggiungere l’università. Ho passato le ore davanti allo schermo, cercando notizie, controllando che amici e colleghi stessero bene e rassicurando parenti, amici e colleghi sul mio stato.

Bxl? Non è possibile! Devo ammettere che quando a novembre hanno bloccato la città ho dubitato fosse una messinscena per salvare la faccia dopo la scoperta dei collegamenti con i terroristi che avevano agito a Parigi. Un attacco a Bxl, in particolar modo all’aeroporto ed in quel tratto della metro, significa un attacco all’Europa intera, perché Bxl è di tutti, ma i Belgi sono una minoranza. Bxl, la città che ho odiato dal primo istante per la sua disorganizzazione, la sua sporcizia, la sua bruttezza, il suo traffico, ma che mi ha dato molto in termini di multiculturalismo ed apertura mentale. Avrà perso la sua ingenuità? Saprà superare il trauma? Queste erano le domande che mi ponevo il giorno dopo, quando la VUB è rimasta chiusa ma scuole e metro hanno ripreso a funzionare, mentre mezzo mondo s’interrogava sulle responsabilità dell’accaduto. Il Belgio è una piccola nazione cuscinetto con la vocazione alla neutralità, che invece si è sempre trovata in mezzo ad eventi di portata internazionale.

Manneken Peace-rassegnazione

Murales in tempi non sospetti nelle vie del centro di Bxl, con il Manneken Peace.

Nei giorni successivi sono tornata al lavoro. A piedi. Dopo due giorni chiusa in casa avevo bisogno di uscire, di camminare e di far chiarezza nel turbinio di pensieri. Con mia grande sorpresa ho trovato una Bxl normale. Come se non fosse successo nulla. Il solito traffico, il solito caos del mezzi (aumentato dai controlli delle borse da parte dei militari), etc. Alla TV passano le prime interviste di persone coinvolte che parlano di amore e di ritorno alla vita. I colleghi locali addirittura evitano di parlare dell’accaduto. Bisogna andare avanti! Sono d’accordo, ma non c’è bisogno di un momento di pausa e di riflessione per superare uno shock simile? Non si può far finta non sia successo. La VUB ha rispolverato il suo motto, scientia vincere tenebras, quantomai appropriato di questi tempi, ossia promuovere la ricerca come lotta all’oscurità dell’ignoranza ma anche del fanatismo. Paradossalmente alcuni locali mi sono sembrati quasi sollevati che “finalmente” sia successo, rassegnati che prima o poi dovesse accadere. Ora c’ironizzano sopra, con il loro innato spirito, lontano dalla retorica francese e dalla violenza verbale statunitense. Siamo noi “meridionali” a reagire passionalmente. Forse questa è la risposta migliore al terrorismo. Forse è il risultato di una sorta di assuefazione. Almeno fino a quando capiterà di nuovo, perché come come per la pioggia la domanda non è “se” ma “quando”.

Nel frattempo un attacco in Iraq ed uno in Pakistan hanno fatto molte più vittime, parecchi ragazzini, ma non hanno occupato dirette televisive e titoloni (con svarioni geografici e toponomastici) come gli attentati a Bxl. Nè hanno suscitato sciacallaggio giornalistico (nei vari gruppi Fb di connazionali in città c’è stata l’invasione), né tantomeno sono stati oggetto di fantasiose teorie “complottiste”. Nel frattempo é arrivata Pasqua, vissuta tra il conforto della chiesa ed il calore degli amici rimasti in città. Nel frattempo sono nati nuovi progetti lavorativi (una scadenza per richiesta fondi si avvicina) e ci si avvia a concluderne altri. I fatti di una settimana fa sono inesorabilmente destinati all’oblio, ma più velocemente di quanto mi aspettassi. La metro ha già ripreso a passare da Maalbeek, nonostante la stazione sia ancora chiusa. L’aeroporto potrebbe riaprire in questi giorni, dopo il caos dei voli cancellati o dirottati su aeroporti minori o in paesi confinanti (plauso comunque alla compagnia di bandiera, Brussels Airlines, che ha gestito l’emergenza con prontezza e professionalità). Sicuramente i sopravvissuti (ricordiamo il grande numero di feriti, molti dei quali versano ancora in gravi condizioni) porteranno sul corpo e nella mente delle cicatrici indelebili per tutta la vita. Oltre allo shock, c’è chi ha perso un arto, chi ha ustioni profonde, chi danni all’udito o alla vista. Il trauma resterà anche in tutti quelli che hanno prestato soccorso. Per gli altri diventerà forse un brutto sogno, un ricordo via via più flebile. I quotidiani locali torneranno ad occuparsi delle gallerie stradali che percorrono la città è che sembra stiano cadendo a pezzi e delle paure ingiustificate della vicina Germania per l’estensione dell’attività di vecchie centrali nucleari. Poi seguiranno gli scioperi, i piccoli incidenti sul ring che bloccano per ore il traffico già intasato ed infine le discussioni eterne ed inconcludenti su cosa ne sarà dell’edificio della Bourse. Magari fino al prossimo attacco, quando ricominceremo a portare fiori e candele, a postare frasi ad effetto, a colorare i profili Fb ed a sentirci fortunati per essere ancora qui a poter nuovamente dimenticare.

Sogno rivelatore al Fake Market di Shanghai

“人生就像骑脚踏车,要维持平衡,就得一直往前进。”

“Life is like riding a bicycle; in order to keep your balance, you must keep moving.”shangai metro

E’ un tardo pomeriggio d’estate e mi sto dirigendo al Fake Market vicino alla fermata Science and Technology Museum per un po’ di shopping consolatorio a poco prezzo. Scendo dalla linea 2, una delle principali dell’intricatissima rete metropolitana che si snoda nella Shanghai sotterranea. Quaggiù non sembra neanche più la stessa città, è più affollata di quella a cielo aperto, frenetica e letargica allo stesso tempo. Senza emergere dalla fermata si raggiunge il mercato, fatto di lunghi corridoi e innumerevoli negozietti tutti uguali, dove si possono trovare articoli di vario genere ma in particolare merce contraffatta, una vera “specialità” cinese. Mi infilo nel primo corridoio a sinistra, già arresa all’inevitabile rischio di perdermi di lì a poco.

bambina cineseMentre girovago in cerca non so neanche io di cosa, vengo colpita dal sorriso sdentato di una bimba cinese sui cinque o sei anni, che gioca solitaria in un angolo del mercato.


Lei mi guarda incuriosita piegando un po’ la testa, poi la curiosità per la straniera lascia il posto ad uno sguardo di sfida, che sembra dire «Prova a prendermi». Mi sorride ancora e inizia a correre. D’istinto la seguo, come Alice segue il Bianconiglio nella sua tana. Appena girato l’angolo, la vedo buttarsi tra le braccia del suo papà, un commerciante cinese di tè e teiere nel mercato. Chissà quanti sacrifici per arrivare ad aprire la sua attività li, nel centralissimo Fake Market della sfavillante Shanghai.

Inizio ad esaminare la merce esposta e lui attacca bottone offrendomi una tazza di tè verde, probabilmente per convincermi a comprarne un po’. Iniziamo a chiacchierare, io con il mio cinese traballante e lui sorpreso della mia proprietà di linguaggio (non che io sia Mo Yan, anzi, è semplicemente la normale reazione che tutti i cinesi hanno quando riescono a scambiare due parole con uno straniero nella loro lingua madre).

Gli faccio i complimenti per la sua attività e per la sua splendida bimba, lui sorride e mi ringrazia calorosamente infinite volte.shangai tazze fake market Chiacchieriamo per un tempo indefinito della sua e della mia vita, di come entrambi siamo finiti a Shanghai, lui da un villaggio sperduto nel Zhejiang e io da una piccola cittadina di provincia in Italia. Mi dice che si ricorda di quando da giovane sognava di vivere nella metropoli, pieno di paure ma anche e soprattutto di sogni, tutti puri e umili come una manciata di mǐfàn. La nostra conversazione procede piacevolissima, mi sorprendo quasi di quanto riusciamo a capirci, ma non dal punto di vista linguistico, piuttosto da quello umano.

Si è quasi fatta ora di cena, io ed il mio interlocutore veniamo interrotti dall’arrivo di sua moglie, che mi sorride timidamente e allunga alla bambina una ciotola di zuppa di noodles fumante. Il marito si alza, si scrolla di dosso la stanchezza della giornata e mi sorride nuovamente. Allora mi alzo anche io, un po’ perché si è fatto tardi e il mercato sta per chiudere e un po’ perché preferisco lasciarli cenare in pace. Mentre faccio per congedarmi, il mio gentilissimo nuovo amico mi chiede dove abito. Anche lui sta per tornare a casa, dopo che con la moglie avrà sbrigato le ultime faccende. «Abito nel distretto di Yang Pu» gli dico. «E’ una bella zona, molto tranquilla!» dice guardando l’ora, «Dai, ti accompagno a predere la metro.» Lo ringrazio di cuore, avrei potuto perdermi di nuovo e camminare in tondo per una buona mezz’ora prima di ritrovare l’entrata della stazione. Così ci avviamo insieme per i corridoi tutti uguali di cui lui mi è Cicerone e dopo un attimo inizio a intravedere i tornelli d’ingresso. Mi fermo per salutarlo e lui con il suo fare affabile mi dice:

«Hai già fatto tanta strada per arrivare qui e molta ancora ne farai. Ricorda queste parole: la vita è come andare in bicicletta, per mantenere l’equilibrio devi continuare a muoverti»

Il mio sogno si è concluso così, una mattina di due anni fa. Da quel giorno ho cambiato molte volte idea, ho disfatto e ricostruito tanti progetti, ho abitato in diverse città e visto un po’ di mondo. Ciò nonostante, oggi fuori dalla mia finestra c’è Shanghai, immensa, caotica e meravigliosamente unica. Sono capitata in quel Fake Market proprio questa mattina e ho non ho potuto fare a meno di sorridere tra me e me ripensando al commerciante di tè, alle coincidenze e ai sogni.

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  1. Mo Yan è uno scrittore e saggista cinese. Vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 2012, è considerato uno dei più importanti scrittori cinesi contemporanei.
  2. Il mǐfàn è il riso cotto al vapore e scondito, principale piatto di accompagnamento nei pasti cinesi.
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This is Africa

Ieri pomeriggio, girando per le vie di Malindi, ho visto una scena che mi ha riportato indietro nel tempo.
Una di quelle scene che molti di voi avranno anche vissuto. Una stradina interna del mercato, una di quelle vie caotiche con gente che va da una parte all’altra, con il rumore assordante di una miriade di mezzi da trasporto , come solitamente accade nelle vie strette di Malindi, dove il richiamo del muezzin si confonde tra le urla di bambini che giocano per strada , i clacson delle auto, il fracasso dei tuk tuk, le donne che si incontrano e scambiano due chiacchiere mentre il sole cocente illumina le giornata di questo caldissimo marzo.
africaHo notato una bimba (avra’ avuto circa dieci anni) che aveva il capo rivolta verso l’alto. Aveva una piccola busta in mano e ..(qui sta il mio ritorno al passato) la mamma che le scendeva dal balcone della sua casa al primo piano un cestello appeso a una corda. Lo chiamavamo dalle parti mie in Sicilia “il paniere”. Quante volte ho vissuto io stessa questa scena. Quante volte non ho avuto voglia di rientrare a casa, dopo aver anche solo comprato le uova nel negozietto sotto casa. Questa scena mi ha proiettato indietro nel tempo quando ero in cortile e mia mamma da casa si affacciava e mi “calava” il paniere. Tutte vecchie abitudini che purtroppo non vivo piu’ e che confesso non ho mai piu’ visto. Mi chiedo se e’ dovuto al fatto che i figli non sono piu’ cosi’ disponibili con i genitori o se e’ solo perche’ e’ ormai piu’ difficile vedere nelle citta’ europee i figli giocare sotto casa, nel cortile, come facevamo noi un tempo.
Ricordo ancora le urla di mia mamma che, dopo avermi chiamato perche’ era ora di rientrare, io facevo spesso finta di non sentire. Ricordo che dopo la prima, la seconda o anche a volte la terza volta, il richiamo diventata sempre piu’ forte e con esso la frase di rito : Donaaaaa….se non sali entro un minuto ti dimentichi di scendere in cortile per sempre. E quello era il momento in cui realizzavo che era meglio obbedire per non perdermi in futuro  i momenti di giochi con i miei amici.

Qui, in Kenya, rivedo spesso scene di un tempo. E, la semplicita’ e spontaneita’ con la quale queste accadono, mi fanno comprendere che qui c’e’ forse ancora piu’ quella che era un tempo la vera famiglia tradizionalista . Qui poi c’e’ anche il momento, e questo accade spesso, che comprendo quanto i bambini piccoli o le ragazzine e i ragazzini siano un grosso aiuto per la famiglia stessa.
Tornando a casa, o anche girando per i villaggi africani, mi capita sovente di incontrare giovanissimi bimbi con mucchi di legna sulla testa. Mi capita spesso di incontrarli con taniche di acqua, anche da dieci litri, sul capo. A volte, vista la pesantezza della tanica stessa, vedo bambini che la fanno rotolare per non far gravare il suo peso sul loro corpo gia’ esile e veramente minuto. E allora torno indietro e mi domando: ma se mia mamma mi avesse detto di andare a prendere quattro litri di acqua al negozio sotto casa – io –  lo avrei fatto ? Non so. Forse avrei probabilmente risposto: non ce la posso fare. Magari una bottiglia o forse due avrei potuto portarla ma quattro no. Sono troppo pesanti. Oppure avrei potuto rispondere che mi sarei stancata  troppo, o che in quel momento avevo da  fare (forse per continuare a giocare alla play station).
Invece qui i bambini non danno queste risposte. Non possono darle. Sono un tutt’uno con la mamma e sono di grande aiuto nella gestione della casa. Una casa spesso fatta di fango, ma che per loro e’ certamente il giaciglio importante da curare.
Io, a mio figlio, cerco di insegnare che in casa ci si aiuta a viceda. Non ho modo di far scendere dal balcone il cestino per le piccole spese perche’ abito al pian terreno ma una cosa e’ certa: se ho bisogno in casa di acqua lui di certo non si lamenta e va a comprarle alla bottega vicino casa.

I ricordi, quante cose ci fanno rivivere.

Un consiglio? Portate in Africa i vostri bambini se ne avete occasione. Mostrate loro queste realtà . Sicuramente sono delle belle e importanti lezioni di vita.

Mallorca: lettera dal futuro

 

art.Cara me del passato, 

Ti scrivo questa lettera da Mallorca, ebbene si, quello che stai sognando e continui a rimandare finalmente si è realizzato.

Hai tanti sogni nel cassetto e io lo so bene. Credici e lotta per essi!

Non avere il terrore di fare esperienze, stai rinunciando a tante bellissime occasioni per colpa delle tue paure.

Pensa, ora – cara me del passato – hai paura di prendere un autobus alle 5 del pomeriggio ed io ti dico che negli ultimi 14 mesi hai viaggiato sola, ti sei spostata da una città all’altra senza nessuno e sei tornata a casa la notte sola  e, pensa un po, non ti è successo nulla. Non rinunciare a fare qualcosa che vuoi davvero solo perchè “nessuno viene con te”.

Credimi, le esperienze che farai sola sono quelle che apprezzerai di più, ti piacerà goderti il tempo per te . Mentre ti scrivo questa lettera sono seduta su una panchina nel porto di Palma, è una domenica di Marzo e c’è un sole meraviglioso, scrivo, mi fermo, osservo, mi rilasso e rinizio a scrivere. Mi godo il momento, ti godrai tanti bei momenti sola.

Cara me del passato, rischia sempre, non accomodarti, non accontentarti.  La vita ti ripagherà bene.

Sei venuta in Spagna senza lavoro e dopo due settimane lo hai trovato. Tante persone ti chiederanno ” come hai fatto?” ma non ci sono molti segreti, è semplicemente perchè sei mossa dalla voglia di fare. Ricordati sempre che tutto quello che vuoi lo puoi ottenere.

 

La vita diventerà magica. Ti 12516443_10208641057164508_1520981632_ntroverai sempre davanti a tante sfide ma le affronterai a testa alta e diventerai sempre più forte. 

Le paure saranno sempre più piccole, non aver l’angoscia del futuro, ma viviti il presente, decidi sempre che oggi sarà il tuo giorno, non domani, non tra un mese e non il 1 del mese prossimo.

Cara me del passato,

quando emigrerai, ti innamorerai,  non di qualcuno in particolare ma ti innamorerai della vita.

Ti innamorerai del cielo e dei suoi mille colori, dal rosa dell’alba all’arancione del tramonto, e dell azzurro di un cielo senza nuvole a mezzogiorno e non ti peserà qualche nuvoletta di pioggia che passa ogni tanto.

Ti innamorerai del canto degli uccellini che ti sveglieranno  la mattina e del suono delle onde del mare che si scontreranno  con gli scogli. Dei profumi e gli odori di primavera dei fiori che sbocciano. Vedrai la natura a 360° e ti piacerà molto.

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Ti innamorerai del Sole e del suo calore, ti verrà voglia di svegliarti presto la mattina e di vivere la giornata appieno, ti piacerà correre per il lungomare e vedere che non sei l’unica, qui a Mallorca vedrai a ogni ora gente che corre per la strada.

Apprezzerai come le persone ti faranno sentire a casa  anche se ti conoscono da pochi minuti, avrai qualche difficoltà  iniziale ad abituarti a questi modi di fare ma credimi, ne sarai felice. Qui le persone quando si presentano non ti danno la mano ma ti salutano con due baci. Sono disponibili e se fanno una cosa la fanno con il cuore non perchè si aspettano qualcosa da te.

Imparerai a fidarti delle persone, anche se sei cresciuta con il dogma “non puoi fidarti di nessuno”. Non è vero che non puoi fidarti , il mondo è pieno di persone stupende e ne incontrerai tante.

Ti piacerà metterti in gioco e magicamente le cose prenderanno forma. Lo spagnolo adesso non lo sai perchè  non lo hai mai studiato eppure riuscirai a cavartela. Ascolta il mio suggerimento: cerca la strada più “difficile”, cerca – come ho fatto io-  un ambiente lavorativo di spagnoli  -non di italiani- così  da poter imparare la lingua e saperti destreggiare bene in quel paese straniero.

Cara me del passato, spero con questa lettera di averti incoraggiata a inseguire i tuoi sogni e, sebbene  tu abbia commesso molti  errori, ad oggi  io voglio ringraziarti, perchè senza di essi non sarei qui dove sono adesso.

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