VOLETE DIVENTARE NOSTRE OSPITI ?
info@donnecheemigranoallestero.com
DONNE IN PARTENZA

Siete voi che state leggendo, ora.

Sono i vostri diari da expat, quelli che avete scritto da un paese lontano nei momenti di impeto o dopo lunghe riflessioni.

Gli articoli più significativi verranno pubblicati su questo sito web, e poi condivisi sui nostri canali socials, affinché la vostra voce possa attraversare il globo in digitale. Potete mandare articoli, storie a fumetti, storie a immagini fotografiche, disegni, schizzi, e videopost: siamo aperte a qualsiasi forma di espressione! Consideriamo solo materiale originale e non già pubblicato altrove. Per pubblicità a libri/blog e/o altro contattateci separatamente.

DONNE STRANIERE IN ITALIA

Sono coloro che hanno scelto come patria d’azione il paese che noi abbiamo lasciato. Cosa ne pensate dell’Italia? Come vi trovate? Cosa vorreste dirci? Ce lo svelerete, tra un caffè e tante chiacchiere!

DONNE CHE special-guestTORNANO

Ex-expat, condizione in bilico tra due mondi, racconti di un ritorno che può essere stato tanto agognato quanto forzato.

Fateci conoscere i vostri sentimenti al riguardo ed inviateci le vostre storie di rimpatriate!

VOI A QUALE CATEGORIA APPARTENETE?

londra lockdown city office

Siciliana a Londra: l’emigrazione e il senso di perdita

crisi-settimo-anno-peru

Perù: la crisi del settimo anno

La crisi del settimo anno

peru-machu-picchu

Sono Francesca, e scrivo dal (e del) Perù. Di quello stesso Perù che mi fece scrivere qui su questo blog una sorta di “alfabeto”: tutto ciò che mi aveva fatto innamorare di questo Paese. 21 cose, dalla A alla Z, quante sono le lettere dell’alfabeto italiano.

E ora mi ritrovo qui, a sentire il bisogno di mettere nero su bianco tutti i pensieri che si arrovellano nella mia testa, tra l’altro sono anni che non scrivo in italiano (a parte messaggi WhatsApp a famiglia e amici), quindi perdonatemi per eventuali errori.

Eccomi qua, dicevo, nel bel mezzo della famigerata crisi del settimo anno! Di solito se ne parla rispetto a relazioni/matrimoni, ma vi posso assicurare che esiste anche rispetto a un Paese! Quello stesso Paese che sette anni fa scelsi ed ero sicura che sarebbe stato « per sempre » o quasi, e invece oggi

Le amicizie perdute

Oggi una cara amica (italiana, che vive anche lei qui da otto anni), mi chiama dicendomi che in meno di dieci giorni lascerà il Paese.

Ovviamente già da tempo lo sapevo, ma siccome non c’era una data certa, avevo un po’ fatto finta di niente… E invece la telefonata di stasera mi ha di nuovo tirato fuori tutto, e queltutto” è la consapevolezza che in meno di un anno quattro mie carissime amiche qui se ne sono andate/sono in procinto di andarsene.

Oltre a tutti gli amici che se ne sono andati dal 2013 – quando venni qui – ad oggi, ad occhio e croce non meno di dieci.

E io mi sento oggettivamente sola.

Negli anni e mesi passati (perché ora con la pandemia è impossibile), forse un po’ consapevole del fatto che questo momento sarebbe arrivato, mi sono iscritta a vari corsi/gruppi un po’ per coltivare i miei interessi, ma anche per conoscere persone nuove. Purtroppo però, non sono riuscita ad allargare realmente le mie amicizie, perché qui (sarà così anche in altri Paesi? Raccontatemi!) chi si iscrive ad un corso sono generalmente ragazze molto giovani, studentesse o comunque senzaimpegni familiari”.

Le donne peruviane della mia età, lavorano e si dedicano alla famiglia. Nei gruppi di donne expat, ho trovato per lo più donne che sono qui al seguito del marito, non lavorano e hanno figli. E io non “rientro” in nessuna di queste categorie, perché di anni ne ho 37, lavoro un casino, sono venuta qui per il mio lavoro, chi mi ha “seguita” è stato mio marito e non abbiamo figli.

Mi sento sola perché questa sera – quando avevo voglia di parlare con una amica di come mi sentissi ho realizzato che l’unica opzione che avevo era mandare un vocale su WhatsApp, a meno di svegliare le mie amiche in Italia alle 4 e mezza del mattino.

Il limbo

Dicevo, mi sento in un limbo perché non sono una ragazzina di vent’anni, ma nemmeno condivido la vita/quotidianità della maggior parte delle trenta-quarantenni.

E poi mi sento in un limbo rispetto alla mia condizione qui.

Quando arrivai in Perù, doveva essere per un anno, per poi cambiare Paese, come è normale per chi sceglie una carriera internazionale. Poi però mi sono resa conto di stare bene qui, e così gli anni sono diventati due, e nel frattempo quello che era il mio ragazzo ai tempi mi ha raggiunta e ci siamo sposati, e poi l’anno scorso abbiamo comprato casa qui…

Ho consapevolmente fatto delle scelte in una direzione ben precisa, quella di mettere radici qui, ma ora mi ritrovo senza radici in Italia, e con la domanda che ogni giorno si fa sempre più insistente: “Potrò mai dire che questo Paese è la mia casa?”. E ad oggi – complice sicuramente anche la situazione particolare che tutto il mondo sta vivendo – mi rispondo di no. Sento che non ho più nulla da scoprire, e sempre meno motivi per restare.

La gabbia

Sicuramente stare nel mezzo di una pandemia mondiale non aiuta in questo caso. Ma la verità è che passo il mio tempo libero guardando ossessivamente pagine internet per cercare di indovinare quando riapriranno le frontiere.

In questo momento, mi sento in gabbia, e in realtà lo sono, perchè non posso tornare in Italia  andare da nessunissima parte nel mondo.

E per me, che ero abituata a prendermi almento quattro voli a settimana per lavoro e fare almento tre/quattro viaggi all’anno, questa situazione è un inferno.

Lo so. Lo so che sono fortunata ad avere ancora un lavoro e uno stipendio, che ci sono milioni di persone che stanno avendo difficoltà oggettivamente molto più grandi delle mie, ma posso dirlo? Mi sento in gabbia, mi sento in un limbo, mi sento sola e triste. Ecco, l’ho detto! Per me – sempre così restia a esprimere le mie emozioni – già è un grande passo!

E ora, care amiche, dopo avervi aperto la mia mente e il mio cuore (e spero di non avervi annoiato troppo), vi chiedo una cosa.

Secondo voi questa crisi del settimo anno si può superare?

Come capire se è davvero giunto il momento di volare via, senza farsi intrappolare dalle cose materiali (una casa e un lavoro)? Anche a voi è capitata una crisi così? Come l’avete superata?

Vi abbraccio forte,

Francesca

scappare-alla-scoperta

SCOPRIRE O SCAPPARE?

Scoprire o scappare?

scoprire-o-scappare

Testimonianza inviataci da Tania, Colombia 

Sette giorni. Il mio primo viaggio l’ho fatto all’età di sette giorni. Da Mendoza a Cordoba, io e mia madre in macchina, quasi 500 km. Lasciavamo la città in cui ero nata per raggiungere la famiglia materna con cui avremmo trascorso il Natale e dove ci saremmo trasferite definitivamente.

Il secondo viaggio “importante” fu all’età di due anni e mezzo, insieme a mia nonna e ad uno zio. Nella seconda metà degli anni ’70 in Argentina erano tempi bui, raggiungevamo mia madre e l’altro zio che erano partiti per tastare il terreno, destinazione Europa. L’Italia sarebbe stata una tappa successiva.

Da allora, i viaggi sono stati innumerevoli per i motivi più svariati: famiglia, studio, vacanza, lavoro.

Eppure, se devo indicare quali viaggi mi hanno cambiato la vita, non ho dubbi, sono i primi due, di cui non ho memoria e che mi sono stati imposti.

Hanno marcato a fuoco il mio essere, mi hanno aperto porte diversamente impossibili da aprire e hanno definito la mia geografia dei sentimenti. Tutti gli altri viaggi, quelli successivi, ne sono semplice conseguenza.

Negli anni ho fatto del viaggio il mio segno d’identità: la voglia di conoscenza dell’altro, di mettermi in gioco, la curiosità per il diverso, l’essere intrepida e non tirarmi indietro di fronte alle difficoltà sono doni che derivano da quelle esperienze, involontarie quanto necessarie.

Ho sempre accettato la cosa con naturalità, come il fatto che abbia i capelli ondulati e le gambe un po’ storte.

Il viaggiare ha condizionato le mie relazioni personali e le scelte lavorative ma mi piace cercare nuove mete, ricominciare, ricostruirmi e, idea alquanto masochista, anche i traslochi non mi pesano più di tanto.

I miei si sono rassegnati a tutto ciò. 

Mia madre mi guarda con certo orgoglio sebbene mio padre di tanto in tanto sbotti “maschio dovevi nascere!”che cosa ti mancava qui?”. I miei amici a volte me lo rimproverano ma alla fine vedono il lato positivo, hanno un porto franco dove approdare quando hanno voglia di una bella vacanza e felici tutti!

Finora non ho trovato un posto in cui dire resterei qui per sempre e non ci ho mai pensato. Finora. Eh già, perché da un po’ di tempo a questa parte tutto è cambiato. La pandemia ha costretto noi tutti a fermarci un attimo, prendere un po’ di respiro. Per me non è un periodo di riflessione bensì di grande stress. In Colombia, dove mi trovo attualmente, siamo ancora in quarantena, io da insegnante lavoro a ritmi intensi e gli spazi aerei non apriranno almeno fino al 31 agosto.

Nonostante tutto, sento che qualcosa nella mia prospettiva è cambiata. Che la mia permanenza in Colombia non stesse andando come speravo era cosa chiara anche prima della pandemia, e ciò mi costringe a pensare che cosa fare in futuro, una volta riaperte le frontiere e scaduto il contratto di lavoro passibile di rinnovo.

Ma c’è qualcosa di nuovo. L’idea di ripartire fa capolino ma stavolta è accompagnata da un certo malessere. Non è soltanto la sensazione di fallimento e tristezza che accompagna i crepuscoli, ma s’insinua un certo sospetto che il mio tanto cercare sia anche uno scappare, un “borrón y cuenta nueva” come si dice da queste parti.

E se tutto ciò, far perdere le tracce per reinventarsi, in un nuovo luogo, con nuova gente, non sia altro che evitare di fare i conti con se stessi?

L’idea mi fa venire il panico, mette tutto in discussione. Ogni nuovo passo crea incertezze, paure, e apre a molti punti interrogativi.

Ma cosa fare se quella che viene messa in discussione è la tua stessa essenza, quello che hai sempre pensato di essere? Almeno si dovrebbe avere chiaro da cosa si scappa e perché… Troppe incognite tutte insieme!

Per la prima volta sto prendendo in considerazione di tornare in Sicilia, quella Sicilia che ho lasciato.

infermiera-londra-mascherina

Qui Londra: le parole che non ti ho detto

Qui Londra: le parole che non ti ho detto

Testimonianza inviataci da Valentina, Londra

le-mie-parole-non-dette-a-londra

“Tutto può cambiare, ma non il linguaggio che ci portiamo dentro, come un mondo tutto esclusivo e alla fine paragonabile all’utero della propria madre”, Italo Calvino

Quanti anni occorrono per arrivare al livello di un native speaker?

Qualcuno mi ha detto che servono almeno cinque anni di costante esposizione alla lingua – sono in Inghilterra da meno di un anno, ma da due anni convivo con il mio fidanzato canadese.

Ma si riesce mai davvero a raggiungere il livello di un native, essendo nati in un altro paese?

Un linguaggio nativo non è solo fluente, ma comprende tutta quella serie di colloquialismi, espressioni idiomatiche e slang che si apprendono passo dopo passo sin dall’infanzia.

Forse una delle sfide più difficili a cui ci sottoponiamo quando ci trasferiamo all’estero è proprio quella di rinunciare alla nostra lingua madre, con tutte le sue sfumature e le connotazioni emotive.

Piccoli dettagli come l’uso di una parola piuttosto che un’altra possono fare la differenza nel discorso, possono trasmettere un’emozione e un’immagine diverse.

Del resto impieghiamo una vita intera ad imparare a parlare come parliamo, arricchendoci costantemente di nuovi termini sin dal giorno in cui abbiamo detto la prima parola, con tutto il loro contorno culturale ed emotivo.

Quando parlo in italiano se voglio esprimere un concetto, ma voglio dargli un certo tono, magari a volte una certa solennità, posso fare uso di diversi sinonimi.

In inglese invece, la lingua che adesso uso nel mio lavoro e nella mia vita quotidiana, il mio vocabolario non è altrettanto ampio e non posso scegliere tra la stessa varietà di parole.

L’inglese è la lingua che studiamo sin da quando siamo piccoli. Eppure quando ti trasferisci all’estero scopri che quell’inglese studiato a scuola e persino all’università non è mai veramente abbastanza. Senti la necessità di imparare parole che riguardano la quotidianità, “banali”, a cui nei libri nessuno fa caso e che invece adesso risultano essenziali.

Mi ritengo abbastanza fluente, ma a volte mi rattristo constatando di non poter esprimere al 100% ciò che vorrei dire come lo vorrei dire. A volte semplicemente le parole non mi convincono abbastanza.

Lavoro in Terapia Intensiva, un luogo dove devi capire tutto e devi capire in fretta, e in generale non ho problemi.

Ma quello che trovo più difficile è il fatto di dover comunicare le cattive notizie ai parenti dei pazienti in una lingua non mia.

Specialmente in questo periodo di pandemia, in cui tutte le comunicazioni sono ridotte a un contatto telefonico e viene meno gran parte della comunicazione non verbale.

È il fatto di non poter trasmettere attraverso le parole l’empatia e la vicinanza che vorrei trasmettere. O forse anche perchè, in inglese, per lo meno secondo me, le mie parole non suonano altrettanto sincere.

Mi sento come se la mia parte emotiva fosse connessa alla mia lingua madre e non parlandola una parte della mia personalità venisse meno. Una sorta di alessitimia, di analfabetismo emotivo dovuto alla barriera linguistica.

Mi chiedo quindi: rinunciamo a una parte di noi quando rinunciamo alla nostra lingua madre? È uno di quei sacrifici a cui ci sottoponiamo nella ricerca di una vita migliore lontano dalle nostre origini?

Avevo letto uno studio tempo fa che mostrava come chi è immerso in due culture diverse sviluppi personalità diverse quando passa da una lingua all’altra. Cambia la sua percezione di sé e persino il suo modo di porsi nei confronti degli altri.

Forse, quindi, siamo veramente delle persone diverse e ci “ritroviamo” solo quando possiamo parlare la nostra lingua madre.

O forse non rinunciamo a una parte di noi, ma ne creiamo una nuova, sviluppando una personalità parallela, quella legata al lavoro e alle nuove influenze culturali e affettive, mentre il nostro vocabolario si arricchisce e acquista colore.

Mi piace pensare sia la seconda ipotesi. Lo scoprirò, forse, andando avanti in questa avventura.