buchenwald-per-non-dimenticare

Buchenwald: per non dimenticare


Prendi posizione.

La neutralità favorisce sempre l’oppressore, non la vittima.

Il silenzio incoraggia sempre il torturatore, mai il torturato.”

Elie Wiesel

(sopravvissuto al campo di concentramento di Buchenwald)


buchenwal-per-non-dimenticareCi sono luoghi e situazioni che hanno la capacità di rimanere impressi sulla nostra pelle per ore, giorni, a volte mesi…

Approfittando del tempo quasi primaverile, ho accompagnato i miei ospiti in visita sino al Konzentrationslager di Buchenwald, a circa 15 minuti da Weimar.
Occupandomi di guide turistiche conoscevo già grosso modo la struttura, il percorso consigliato e qualche dettaglio di natura storica ma – credetemi! – ripercorrere i vari sentieri con un’appassionata di storia e una persona che fotografa ogni singolo angolo ti da la possibilità di soffermarti su dettagli che avresti preferito bypassare o relegare in un angolo della memoria, fosse anche solo perché una crudeltà simile sembra sempre inconcepibile.
Buchenwald fu costruito nel luglio 1937 a pochi kilometri dalla cittadina di Weimar e sin da subito fu deciso di rinchiudervi i cosiddetti Gemeinschaftsfeinde – i nemici della comunità – : zingari, socialisti, omosessuali, testimoni di Geova e  persino i senzatetto. I cosiddetti Haftlinge erano costretti a lavorare in condizioni disumane per produrre armamenti che sarebbero serviti all’armata tedesca durante il secondo Conflitto Mondiale.

In breve tempo il campo di concentramento divenne uno dei più grandi su suolo Tedesco e al momento della Liberazione nel 1945 da parte delle truppe americane si poterono contare almeno 56.000 morti, 8.000 dei quali erano prigionieri sovietici, periti a causa di esperimenti medico-scientifici, malnutrimento e molto spesso anche in seguito ad un’esecuzione di massa. (Il numero delle vittime fa fede a quanto registrato dalle SS negli appositi registri, ma la realtà delle morti – soprattutto durante gli ultimi frenetici mesi di vita del Campo – fa sospettare si tratti di una cifra quantomeno ottimista. NdA)
All’interno dell’area del campo vi era poi anche il cosiddetto Kleiner Lager dove le condizioni di vita erano ancora peggiori e il lavoro – per quanto difficile a credersi – più duro. Pochi giorni prima della liberazione centinaia di prigionieri morirono all’interno della sua struttura, che oggi viene ricordata tramite una targa e una struttura fatta di panche su cui Buchenwald: esposizione di arte pre, post e durante la prigioniasedersi e raccogliersi un momento o – per chi lo desidera – pregare.
Dwight D. Eisenhower scrisse, a proposito di ciò che vide una volta aperto il campo: “Nichts hat mich je so erschüttert wie dieser Anblick.”. Nulla mi ha mai sconvolto così tanto, quanto questa vista. (La vista dei corpi denutriti e delle montagne di cadaveri, NdA)
Accanto alla struttura – che a causa dei continui bombardamenti è molto misera, rispetto ad esempio a ciò che ancora rimane del Konzentrationslager di Auschwitz – è possibile vedere una mostra fotografica composta da foto scattate di nascosto da un prigioniero e donate in seguito alla Buchenwald Stiftung e da fotografie scattate dalle SS, nonostante il divieto da parte del Führer di immortalare quanto accadeva all’interno del Lager. Si può inoltre vedere un’esposizione di opere d’arte prodotte all’interno del campo – spesso unico modo per avere una razione di cibo umana, altre volte motivo di un’esecuzione improvvisa o di un periodo di reclusione nelle prigioni -, accompagnate da opere prodotte in seguito o sculture realizzate per onorare le vittime di quel massacro senza senso.

Si tratta di una visita straziante, dolorosa sotto ogni punto di vista e – lo confesso – straniante. Sembra impossibile pensare che qualcuno abbia potuto pianificare un genocidio del genere e – soprattutto – sembra inconcepibile il fatto nessuno vi si sia opposto in maniera tale da impedirlo o da fermarlo prima.
Lo stupore sembra legittimo, l’amarezza d’obbligo e la voglia di lottare affinché tutto questo non venga dimenticato ci riempie le vene. Poi, però, voltandosi a destra e a sinistra una persona cinica come me non può fare a meno di pensare un’altra cosa: che le ultime elezioni hanno mostrato che un dramma del genere è possibile, che spesso la cultura e l’istruzione non possono comunque far nulla per combattere la paura e l’ignoranza.
Mi sono voltata verso i miei ospiti, presi a osservare forni crematori e – poco distante – la targa commemorativa per la Principessa Matilda di Savoia e mi sono concessa unabuchenwald-per-non-dimenticare riflessione amara, che però non sono riuscita a evitare: “Sapete? Su 100 di queste persone, il 20% ha votato AfD. Venti di queste persone marceranno il giorno del compleanno di Hitler, convinti che salvare la patria significhi chiudere le porte. E sapete un’altra cosa? Il 20 aprile io sarò in piazza, con buona parte dei miei amici, affinché il movimento di controprotesta dia un segno forte e chiaro.”
Si sono stupiti, prima di scrollare le spalle sapendomi idealista, pronta a combattere battaglie che non sempre sono solo mie, innamorata di un ideale di giustizia che forse nemmeno esiste più. Uno dei miei cantanti preferiti, Enno Bunger, ha dedicato una canzone bellissima – Wo bleiben die Beschwerden – alla situazione politica attuale e uno dei versi dice “Wir können was dafür, wenn wir nichts dagegen tun” (Ne possiamo qualcosa, se non fac
ciamo nulla per fermarlo). Per come la vedo io, è esattamente così, ed è con questo spirito che fra venti giorni scenderò in piazza, perché ho una voce ed intendo usarla. Perché – citando Primo Levi – “quello che è accaduto può ancora accadere”.
Ed è per tutte le persone che hanno perso la vita a Buchenwald, Mathausen, Auschwitz, Bergen Belsen, San Sabba e in ogni altro Konzentrationslager, Gulag, campo di prigionia… è per loro che non bisogna smettere di lottare. Per loro e per difendere un mondo che loro non hanno potuto godere nel suo essere difficile, a volte pauroso ma incredibilmente prezioso, capace di sorprenderci e in grado di affascinarci. Per loro e per non dimenticare. Mai.

Sogno rivelatore al Fake Market di Shanghai

“人生就像骑脚踏车,要维持平衡,就得一直往前进。”

“Life is like riding a bicycle; in order to keep your balance, you must keep moving.”shangai metro

E’ un tardo pomeriggio d’estate e mi sto dirigendo al Fake Market vicino alla fermata Science and Technology Museum per un po’ di shopping consolatorio a poco prezzo. Scendo dalla linea 2, una delle principali dell’intricatissima rete metropolitana che si snoda nella Shanghai sotterranea. Quaggiù non sembra neanche più la stessa città, è più affollata di quella a cielo aperto, frenetica e letargica allo stesso tempo. Senza emergere dalla fermata si raggiunge il mercato, fatto di lunghi corridoi e innumerevoli negozietti tutti uguali, dove si possono trovare articoli di vario genere ma in particolare merce contraffatta, una vera “specialità” cinese. Mi infilo nel primo corridoio a sinistra, già arresa all’inevitabile rischio di perdermi di lì a poco.

bambina cineseMentre girovago in cerca non so neanche io di cosa, vengo colpita dal sorriso sdentato di una bimba cinese sui cinque o sei anni, che gioca solitaria in un angolo del mercato.


Lei mi guarda incuriosita piegando un po’ la testa, poi la curiosità per la straniera lascia il posto ad uno sguardo di sfida, che sembra dire «Prova a prendermi». Mi sorride ancora e inizia a correre. D’istinto la seguo, come Alice segue il Bianconiglio nella sua tana. Appena girato l’angolo, la vedo buttarsi tra le braccia del suo papà, un commerciante cinese di tè e teiere nel mercato. Chissà quanti sacrifici per arrivare ad aprire la sua attività li, nel centralissimo Fake Market della sfavillante Shanghai.

Inizio ad esaminare la merce esposta e lui attacca bottone offrendomi una tazza di tè verde, probabilmente per convincermi a comprarne un po’. Iniziamo a chiacchierare, io con il mio cinese traballante e lui sorpreso della mia proprietà di linguaggio (non che io sia Mo Yan, anzi, è semplicemente la normale reazione che tutti i cinesi hanno quando riescono a scambiare due parole con uno straniero nella loro lingua madre).

Gli faccio i complimenti per la sua attività e per la sua splendida bimba, lui sorride e mi ringrazia calorosamente infinite volte.shangai tazze fake market Chiacchieriamo per un tempo indefinito della sua e della mia vita, di come entrambi siamo finiti a Shanghai, lui da un villaggio sperduto nel Zhejiang e io da una piccola cittadina di provincia in Italia. Mi dice che si ricorda di quando da giovane sognava di vivere nella metropoli, pieno di paure ma anche e soprattutto di sogni, tutti puri e umili come una manciata di mǐfàn. La nostra conversazione procede piacevolissima, mi sorprendo quasi di quanto riusciamo a capirci, ma non dal punto di vista linguistico, piuttosto da quello umano.

Si è quasi fatta ora di cena, io ed il mio interlocutore veniamo interrotti dall’arrivo di sua moglie, che mi sorride timidamente e allunga alla bambina una ciotola di zuppa di noodles fumante. Il marito si alza, si scrolla di dosso la stanchezza della giornata e mi sorride nuovamente. Allora mi alzo anche io, un po’ perché si è fatto tardi e il mercato sta per chiudere e un po’ perché preferisco lasciarli cenare in pace. Mentre faccio per congedarmi, il mio gentilissimo nuovo amico mi chiede dove abito. Anche lui sta per tornare a casa, dopo che con la moglie avrà sbrigato le ultime faccende. «Abito nel distretto di Yang Pu» gli dico. «E’ una bella zona, molto tranquilla!» dice guardando l’ora, «Dai, ti accompagno a predere la metro.» Lo ringrazio di cuore, avrei potuto perdermi di nuovo e camminare in tondo per una buona mezz’ora prima di ritrovare l’entrata della stazione. Così ci avviamo insieme per i corridoi tutti uguali di cui lui mi è Cicerone e dopo un attimo inizio a intravedere i tornelli d’ingresso. Mi fermo per salutarlo e lui con il suo fare affabile mi dice:

«Hai già fatto tanta strada per arrivare qui e molta ancora ne farai. Ricorda queste parole: la vita è come andare in bicicletta, per mantenere l’equilibrio devi continuare a muoverti»

Il mio sogno si è concluso così, una mattina di due anni fa. Da quel giorno ho cambiato molte volte idea, ho disfatto e ricostruito tanti progetti, ho abitato in diverse città e visto un po’ di mondo. Ciò nonostante, oggi fuori dalla mia finestra c’è Shanghai, immensa, caotica e meravigliosamente unica. Sono capitata in quel Fake Market proprio questa mattina e ho non ho potuto fare a meno di sorridere tra me e me ripensando al commerciante di tè, alle coincidenze e ai sogni.

shangai fake market 2


  1. Mo Yan è uno scrittore e saggista cinese. Vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 2012, è considerato uno dei più importanti scrittori cinesi contemporanei.
  2. Il mǐfàn è il riso cotto al vapore e scondito, principale piatto di accompagnamento nei pasti cinesi.

GITA A VIACHA

To read the english version of this post:   https://donnecheemigranoallestero.com/trip-to-viacha/


Or e Simon happy

Or e Simon happy

Viacha e ‘ una comunita’ di montagna sopra il villaggio di Pisac, nella Valle degli Inca. E’ da febbraio che ne sentivo  parlare, finalmente e’ arrivato il momento, ci sono andata anch’ io. Di Viacha mi ha parlato il mio amico Hernan, perche lui e’ di li’ e perche’ varie volte ha portato stranieri a conoscere la laguna del luogo. Come potete intuire, si tratta di un luogo magico e molto importante nella conoscenza andina.

Quindi finalmente ieri e’ stato il mio turno, anzi io sono stata addirittura  la capogita.

L’ appuntamento era alle 8.20, davanti al mercato di Pisac. Essendo la capogita,  sono arrivata  qualche minuto prima del previsto. Pian piano, sono arrivati i partecipanti: Stefan dall’ Austria, Simon dalla Germania, Or da Israele, Laerke dalla Danimarca con due amici ancora. Eravamo gia’ 7, piu’ Don Hernan, piu’ Dona Felicita, piu l’autista. Il van da 10 posti era quindi pieno, abbiamo dovuto lasciare a terra 4 svizzeri, perche’ si e’ presentata piu’ gente del previsto.

Erano le 9 quando il nostro van cominciava la scalata verso l’ Intihuatana. L’ Intihuatana e’ un monumento archeologico molto antico, qualcosa come un Macchu Picchu locale, che si erge altissimo sopra la cittadina di Pisac. Ma noi siamo andati molto piu’ lontano e veramente molto piu’ in alto dell Intihuatana. Pisac si trova  a 3000 metri sopra il mare, noi in un ora e mezza siamo ascesi a 4300 metri. Il cielo era sempre piu’ blu e faceva anche sempre piu’ freddo. A un certo punto la strada non era nemmeno asfaltata, pero’ piu’ entravamo nelle Ande, piu’ spettacolare si faceva il paesaggio. Ormai l’ Intihuatana stava ai nostri piedi. Arrivati quindi a Viacha, abbiamo trovato 4 case sparse nell’ alta montagna andina, 2 asini marroni, un cane, molte pecore, uccellini cantando e molta pace. Hernan si e’ fermato per prendere della legna, per accendere un fuoco, mentre alcuni hanno aprofittato per scattarsi delle foto con gli asini.

Ripresa la strada, ancora curve e curve,  un’ aquila vola davanti a noi, come per darci il benvenuto, poi un’ altra aquila, ferma su una pietra, ad una curva della strada, come una sentinella che e’venuta a vedere chi siamo, poi moltissime alpache di color bianco correndo davanti a noi. Conoscendo i turisti il signor Avelino ha fermato il van e 3 di noi abbiamo rincorso questi bellissimi animali che sembrano dei grandi battuffoli di lana bianca e soffice correndo per queste meravigliose montagne verdi. Noi non riusciamo a stare dierto alle alpache, piu di tanto non riusciamo a rincorrerle, loro sono abituate al poco ossigeno disponibile a queste alture, noi  meno.viachia alpaca

Forse per lo sforzo o forse perche’ semplicemente e’ cosi’,  io avevo bisogno di masticare le foglie di coca, cominciavo a sentirla seriamente l’ altura, mi girava la testa e sentivo nausea. E’ che ormai eravamo a 4000 metri e di ossigeno qui ce n’ e’ circa il 40 % in meno. Or e’ bravissimo a fare massaggi, quindi mi ha massaggiato un punto specifico alla mano, mentre Felicita mi ha dato le foglie di coca da masticare e Hernan mi ha bagnato le mani con dell’ alcohol che io poi ho respirato.

Ancora un paio di curve e siamo finalmente arrivati, davanti a noi c’era uno specchio d’ acqua trasparente, ai piedi della cima della montagna sacra del luogo. Le esclamazioni di meraviglia non sono mancate.

Ci siamo dunque incamminati verso un posto, dove abbiamo avuto l’ onore di partecipare a un rito di connessione con le montagne. Le montagne qui si chiamano Apus e la popolazione locale dice che sono esseri viventi, come delle deità, con le quali e’ importante stare in comunicazione, sopratutto quando si ha la benedizione di essere ospite in queste terre. Abbiamo quindi chiamato gli Apus ad assisterci nel nostro cammino, poi abbiamo fatto un fuoco e alcune cose in piu’.

La laguna di Viacha, specchio dei cielo.

La laguna di Viacha, specchio dei cielo.

A cerimonia finita, alcuni hanno camminato ancora un po’, mentre altri sono rimasti sdraiati sull’erba a prendere il sole. Nel frattempo, per la nostra felicita’, il gregge di alpache aveva raggiunto la laguna. In tutto erano 26 alpache, alcune adulte, alcune baby, ma tutte meravigliose e stupendamente bianche.

In poco tempo, tutti avevamo una fame da lupi e siamo stati vermente molto grati alla mamma di Hernan per averci ricevuto a casa sua, a Viacha, in una casa molto semplice, ed averci preparato una buonissima zuppa di quinoa e verdure del suo orto. Si, abbiamo mangiato tutto, tutto e quasi tutti si sono mangiati almeno due piatti di zuppa ciascuno.

Poi si ritornava giu’ a Valle, tutti felici, tutti contenti, tutti ringraziandomi per aver organizzato la gita. Anche io ero contenta, perche’ loro erano contenti e sono ispirata per  la prossima escursione.

Siamo arrivati a Pisac alle 3.30 del pomeriggio, ma sembrava come se tornassimo alle nostre case dopo molti giorni, la sensazione e’ che siamo stati in un posto fuori dalla linea del tempo “normale”. Sono certa che la sensazione non e’ solo mia.

 

 

TRIP TO VIACHA

Se vuoi leggere la versione in italiano:

https://donnecheemigranoallestero.com/gita-a-viacha/


 

Panorama on the lagoon of Viacha the mirror tho.

Panorama on the lagoon of Viacha
the mirror tho.

Viacha is a mountain community above Pisac, in the Sacred Valley of the Incas. Finally it has come my moment to go there. I heard about Viacha by my friend Hernan, because he is from there and because several times he has taken some foreigners to know the lagoon if that place. As you can imagine, I’m writing about a very magical place and very important in the Andean knowledge.

So, finally, it came my turn and I have been the organizer.

The meeting point was at 8.20, in front of Pisac market. As I was the organizer, I came some minutes before. Slowly, all the participants came: Stefan from Austria, Simon from Germany, Or from Israel, Laerke from Denmark and two more friends of her. It was 7 of us, plus Don Hernan, Dona Felicita and the driver. This is how the 10 sits of the van were all occupied, we had to leave in the village 4 Swiss people, because more people than expected showed up.

It was 9 a.m. when our van started our drive in direction to Intihuatana. Intihuatana is an ancient archeological site, something like the local Macchu Picchu, right above Pisac. But we were going much more far away and much higher than Intihuatana. Pisac is 3000 meters above the sea level, we raised to 4300 meters in 1h 30 minutes. The sky was always bluer and it was always colder. At a certain point the road was unpaved, but the more we were entering into the Andes, the more the panorama was spectacular. The Intihuatana was already very far away from us. Once we got to Viacha we found 4 houses spared in the mountain, 2 brown donkeys, a dog, many sheep, birds singing and lot of peace. Hernan stopped to get some woods in order to make a fire for us, while some of us were taking pictures with the donkeys.

Fluffy white alpacas running in front of us

Fluffy white alpacas running in front of us

Or e Simon happy

Or e Simon happy

Again on the road, there was many curves, an eagle in front of us, as to give us his welcome, than another eagle, staying on a stone, on one of the curves, as a sentinel coming to check who we are, than many white alpacas running in front of us. Avelino, our driver, therefore stopped the car, so we could run behind those so beautiful animals that look like white wool running up those amazing green mountains. We don’t make it to run behind them, they are used to the few oxygen available on such altitude, we are not.

Maybe from the big effort, maybe because it simply had to be so, I needed to chew coca leaves, I was starting to feel the altitude and I had headache and nausea. The thing is we were already on 400 meters and here there is approximately 40% less oxygen. Or is very good at making massage, so he massaged particular points on my hands, while Felicita gave me the coca leaves to chew and Hernan gave me alcohol to inspire.

Some more curves and we finally made it, in front of us there was a mirror of transparent water, at the feet’s of the holy mountain of the place. Exclamations of enthusiasm were very present.

So we walked towards one direction, where we had the blessing to take part to a ritual of connection to the mountains. Local people call mountains Apus and they say they have life, they are like deities, with whom it is important to establish a communication, especially when you have the blessings to be hosted in those lands. So we called the Apus to join us in our journey and we did some more things.

Once the ceremony was over, some of us walked a little bit around, while others simply lied on the grass enjoying the sun. In the meantime, the group of alpacas we met before, came up to the lagoon. It was 26 alpacas, some adults, some babies, but all wonderfully white.

Quite in a short time we were all very hungry and we were very thankful to Hernan’s mother who got us to her home, in Viacha, for a delicious quinoa soup. Yes, we ate it all, some of us, more than one dish of soup each.

Than it was time to go back to the Valley, all happy, all shiny, all thanking me for having organized the trip. Me too I was happy, because they were so and I am inspired to organize the next trip.

At 3.30 we were back in Pisac, but it seemed to me as if we were back after many days to our homes. The feeling is that we have been somewhere out of the normal timeline and I’ m sure it is not only my feeling.

 

 

Vivere in Cile con lo zaino-valigia sempre pronto

Tra le cose che più mi piacciono di vivere in Cile c’è la possibilità di scoprire i dintorni vicini e lontani: città e paesi più o meno grandi, luoghi famosi o meno, raggiungibili facilmente o no. È come una mania: appena possiamo, lavoro, tempo e soldi permettendo, ci mettiamo in moto e viaggiamo per vedere un pezzetto nuovo di Cile.

Non è una novità, anche quando vivevamo in Francia mi ero accorta di come l’essere lontano dall’Italia mi spingesse, in ogni occasione, a partire per vedere quel paesino, quel festival di cui qualcuno mi aveva parlato, la cittadina di cui avevo visto una fotografia nella sala d’attesa del medico. E qui in Cile di nuovo! Forse è la novità di essere in un paese tanto lontano dall’Italia con paesaggi, natura e abitudini a volte così diversi. O forse è solo la curiosità, per approfittare del vivere in un altro stato per conoscerne il più possibile.
Insomma, spesso prepariamo uno zaino-valigia al volo (per così dire, in realtà io ci metto un bel po’!) e partiamo all’esplorazione dei dintorni. Ogni occasione è buona: le vacanze, i weekend lunghi, quando per lavoro devo andare in qualche posto mi faccio raggiungere da mio marito con la nostra bimba e passiamo insieme il fine settimana..
cile mappaIl Cile è un paese lunghissimo (circa 5000km di lunghezza) e stretto, dove si trovano climi e paesaggi molto diversi tra loro. Le Ande lo accompagnano da nord a sud, al centro-nord ci sono le vette più alte, come l’Aconcagua, 6962 metri slm, la vetta più alta del Sudamerica. A Sud invece la cordigliera si abbassa ma i paesaggi rimangono spettacolari, come ad esempio nel Parque de las Torres del Paine, famosa meta per camminatori (che è una delle prossime mete nella nostra to-do-list). E in più tutto il Cile è puntellato di vulcani, più o meno attivi.
Oltre a Santiago, la capitale del Cile, dove già eravamo stati anni fa in vacanza, sono tanti i posti dove siamo stati. Abbiamo conosciuto Valparaíso, una città colorata dalle case abbarbicate su colli, sul mare, con graffiti e colori in tutte le vie. Abbiamo viaggiato a La Serena e nella Valle del Elqui, dove si produce ilpisco, il liquore nazionale cileno (anche se pure il Perù se ne aggiudica la paternità..). Abbiamo camminato con le racchette da neve a Chillán, sotto il Volcán Chillán, su quella che è una spianata di lava di passate eruzioni che in inverno si ricopre di neve.
Abbiamo visitato le chiese in legno e le case su palafitte sull’isola di Chiloé, dove piove spesso e i prati sono di un verde speciale. Abbiamo visto pinguini a Ancud e lobos (leoni marini) a Valdivia, dove i leoni marini aspettano che dai banchi del mercato del pesce vengano lanciati gli scarti del pesce pulito. I lobos in realtà in Cile si trovano un po’ dappertutto, non a caso “lobo” è una delle prima parole che ha imparato a dire la nostra bimba!
Dato che le distanze in Cile son così grandi, a volte spostarsi in aereo è inevitabile ma si possono anche scegliere i viaggi in bus. Con i bus cama, con sedili molto comodi, spaziosi e reclinabili, affrontiamo anche viaggi di 10/12 ore senza problemi, sapendo che se son viaggi notturni riusciremo a dormire e arrivare riposati alla meta la mattina dopo. Beh, più o meno riposati…
Ma non mi affascina scoprire solo i luoghi lontani, anche qui vicino a Concepción ci sono molti posti, molto meno noti, dove siamo stati e dove ci piace tornare o portare chi ci viene a trovare. Una spiaggia in cui avvistare pinguini in estate, una riserva naturale con un bel bosco dove andare a camminare, una città sulla costa che ha un bel mercato del pesce,
Piccoli o grandi che siano, questi viaggi ci fanno innamorare ogni volta un pochino di più del Cile e della bella possibilità che abbiamo di scoprirlo e di conoscerlo vivendo qui!
Paola Cile montagna
bamberga-migrante-inconsapevole

Prime impressioni di una migrante inconsapevole

Bamberga-migrante-inonsapevole Maggio-Luglio 2010
„Sehr geehrte Frau Cirrito, il Suo progetto di ricerca potrebbe effettivamente interessare il Professore di Letteratura Latina della Otto Friedrich Universität di Bamberga. Lì avrebbe ottime chances di ottenere un finanziamento per il prosieguo dei suoi studi. Certo, nonostante la città“
Queste furono le parole che un importantissimo filologo e papirologo di Colonia mi disse in perfetto italiano (ma con quell ́accentino tedesco un po’ duro e che a me fa impazzire) quando gli presentai nel suo ufficio il tema della tesi. „Bamberga. Mai sentito. Che nome stupido che ha questa città!“ la prima cosa che pensai.
Chissà… provar non nuoce… vediamo“… dissi tra me e me con un atteggiamento che tuttora non saprei definire: un misto di speranza e paura di sperare e poi rimanere delusa. Determinazione? Coraggio? Ambizione? No, forse più semplicemente testardaggine e incoscienza. Ma perché non rimanevo a casa mia? In fondo, da più piccola e unica figlia femmina ero la principessa della famiglia. Ma dove volevo andare? La valigia di cartone, simbolo del migrante della vecchia generazione, era stata sostituita dalla custodia del Laptop e dalla connessione Wi -Fi, mezzi con i quali i ricercatori tessono la loro rete di contatti tra i cinque continenti (s)comodamente seduti in biblioteca (le ore sul computer rendono tutti, inevitabilmente, ciechi e ricurvi). E allora davanti a tastiera e a Google Translator (un consiglio – mai utilizzarlo!) decisi di scrivere a questo docente che teoricamente avrebbe potuto aiutarmi e pattuimmo un incontro per il mese di Luglio. In ogni caso, lui aveva capito la mia mail e cosa volessi. Nel mio tedesco A2. Mica male. Naturalmente, le parole del professore di Colonia, “nonostante la città”, avevano lasciato il segno e tra l’ ́incuriosito e il riluttante presi il primo dei tre treni che da Koblenz, dove mi trovavo per un lavoretto di un mese, mi avrebbero portato in Baviera. Arrivata alla stazione, scesa dal treno, mi dirigo fuori e faccio un profondo respiro. E adesso? Secondo la cartina che avevo con me e tutte le indicazioni stradali appuntate nell ́inseparabile Moleskine l ́albergo non doveva essere molto lontano, e quindi con un bagaglio leggero non valeva nemmeno la pena prendere un taxi. “Gehen”, “Andiamo”, mi dissi per incoraggiarmi, “tanto le informazioni le so chiedere, e lo faccio anche utilizzando la forma di cortesia con il congiuntivo”.

Ecco. È stato meno facile di quanto pensassi, perché nonostante usassi il congiuntivo tutti mi rispondevano nel dialetto locale,

Scenic summer view of the old city hall in the Old Town of the World culture heritage city of Bamberg in Franconia, Germany. Bavarian Landmark and historical building

Scenic summer view of the old city hall in the Old Town of the World culture heritage city of Bamberg in Franconia, Germany. Bavarian Landmark and historical building

il “Fränkisch” (o meglio “Frängisch”). Non capivo un tubo e volevo solo tornare indietro, anche suggestionata da quel “nonostante la città” che mi faceva pensare a Bamberga come ad una sorta di Mordor di Baviera.

Ma dopo cinque ore di viaggio, al tramonto, e quasi come se volesse attrarmi a sé e affascinarmi, la città sfoderò tecniche di seduzione degne dell ́”Ars Amatoria” di Ovidio: il bagliore del cielo rossastro di una tiepida sera di Luglio; i riflessi specchiati tra le onde dei due fiumi, il Donau – Main e il Regnitz; i romantici vicoletti di un centro storico rimasto interamente medievale e la cui bellezza indusse gli Americani a non bombardarlo, a differenza di Norimberga, distante 50 km e completamente rasa al suolo durante la guerra.
La mattina successiva mi svegliai molto presto (non riuscii quasi a dormire per l ́agitazione) e decisi di fare un giro più tranquillo, dal momento che l ́appuntamento con il professore sarebbe stato nel primo pomeriggio.
Se al tramonto mi aveva incantato, con la luce chiara e fioca dell ́alba Bamberga mi conquistò definitivamente e mi indusse ad una resa completa. Il centro non è molto grande, motivo per cui quando si organizzano i viaggi in Germania la città è solo una breve tappa di un itinerario che comprende anche Rothemburg on der Taube, Würzburg e Norimberga, la cosiddetta “Romantische Straße”. Girai per ore guardando a bocca aperta i canali di quella che viene chiamata “Kleine Venedig”, le cui case a graticci e con i gerani alle finestre danno direttamente sul fiume; attraversai i due ponticelli dell ́”Altes Rathaus”, risalente al 1387 e costruito su un ́isoletta artificiale al confine tra i due poteri medievali, quello episcopale e quello cittadino; giunsi per caso a Pfahlplätzchen davanti alla “Haus zum Krebs”, la “Casa del Granchio”, dove il filosofo tedesco Hegel visse e portò a termine la sua “Fenomenologia dello Spirito”. Dalla piazzetta fui colpita dalla mia vicinanza ad un edificio, le cui quattro torri si ergono quasi a spadroneggiare sulla città e sono visibili da ogni direzione.
Guardando l’ ́orologio e avendo ancora tempo mi mossi verso quella direzione e da una stradina strettissima e tutta in salita fece la sua comparsa, in tutta la sua maestosità, il Duomo. Fondato nel 1004 dall ́Imperatore Enrico II e dalla moglie Cunegonda, il Duomo di Bamberga è sede di una delle più antiche diocesi di Germania, una delle sette cattedrali metropolitane e famoso inoltre per la tomba di Papa Clemente II, unico Papa sepolto al di là delle Alpi. Stregata dalla magnificenza dell’interno, baciata dal sole che passava attraverso le vetrate dell ́altare principale e incuriosita dal famoso “Bamberger Ritter”, il cavaliere di Bamberga dall ́identità sconosciuta, non feci caso al tempo che era volato con la stessa rapidità con cui sfugge quando si fanno le cose che ti fanno star bene. Sulla via del ritorno, ripercorrendo il tragitto in discesa, ebbi modo di ammirare il panorama tipico della Franconia con le case a tetto spiovente, una novità assoluta per me, abituata ai balconie alle terrazze siciliane dove sono solita fare colazione in estate circondata dalle bougainvillee, sempre che non ci sia troppo caldo.
Nel tratto di strada dal Duomo all ́Università divenni improvvisamente nervosa, poiché dall ́incontro con quel professore sarebbe dipesa buona parte del mio futuro: tante strade e nuove opportunità si sarebbero presentate a me e allora sarebbe stata una mia scelta imboccarle e coglierle. Se tutto fosse andato per il verso giusto, pensai, avrei legato la mia vita e i miei progetti a questa città per almeno due anni. E mentre vi scrivo questo di anni ne sono passati già cinque!
Travel Destinateion Little Venice in Bamberg, Germany. Lovely historical buildings in northern franconia, Bavaria at the river regnitz.

Travel Destinateion Little Venice in Bamberg, Germany. Lovely historical buildings in northern franconia, Bavaria at the river regnitz.

Nel Deserto dell’Arabia Saudita

Perth: luoghi dell’anima e non

Oggi continuo un po’ a descrivere Perth, ma scendo in particolari: mi soffermo su alcuni suburbs e luoghi che, secondo me, vale la pena vedere.

Northbridge. Se cercate la vita notturna questo è il quartiere che fa per voi! Pubs, ritoranti di tutti tipi, clubs, gente, tanta gente, risse, ubriachi e chi più ne ha più ne metta. Il weekend è il luogo di incontro per antonomasia di molti party animals.

Nel quartiere c’è anche il Perth Cultural Centre, centro in cui si trova l’Art Gallery of Western Australia, il State Museum del WA, la City Library (anche se ora è in fase di trasloco) e un anfiteatro con un mega schermo in cui vengono proiettati cortometraggi. Spesso si tengono manifestazioni culturali come il Fringe World (è in corso ora) o lo Student Day (in Marzo) o il Cat Video Festival  (c’è stato in Gennaio).

E’ anche considerata anche la Chinatown di Perth, infatti weekend scorso e il prossimo si terranno eventi per il Capodanno Cinese.

Facilmente raggiungibile in treno o bus. Scosniglio l’andarci in macchina a meno che non vogliate impazzire a trovar parcheggio e pagare l’equivalente di una settimana di affitto in fees.

Subiaco. La versione fighetta di Northbridge. Dress code ovunque, preparatevi.

A Subiaco si trova anche uno dei 3 negozi Chai Time, catena taiwanese specializzata nei Bubble Teas (buonissimi!) oltre che il Domani Stadium, stadio in cui si tengono le partite di footy.

Facilmente raggiungibile in bus e treno.

CBD e St George Terrace. Central Business District, dove si trovano tutti gli uffici e grattacieli, oltre che pub, ristoranti e locali molto carini e ricercati (e costosi).

Raggiungibile da Perth Station a piedi.

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Kings Park

Kings Park. Parco più grande del Central Park di New York, ideale per una bella passeggiata, un barbecue, far scatenare i bambini in uno dei playground, godere della vista sulla città (molto bella al tramonto), faticare sulle centinaia di gradini necessari per arrivare fino al parco se arrivi a piedi, godere del giardino botanico o di un bel caffè seduti all’ombra, partecipare alla cerimonia dell’Anzac Day (25 Aprile) al War Memorial o soffrire di vertigini sulla breve tree top walk.

Raggiungibile dalla stazione di Perth con il Cat, bus gratuito che gira dentro Perth città.

Rockingham. Lungomare simil Rimini, con meno gente, mare più bello, meno ombra e un parco pieno di famiglie durante i weekend. A mio parere vi si trova una delle spiagge più belle e poco conosciute: Point Peron.

Meglio andare in macchina, più veloce e più comodo, parcheggio gratuito sulla spiaggia.

Fremantle. Patria di hipsters, hippies, praticanti di yoga, fan del crudeismo/veganesimo/vegetarianesimo e chi più ne ha più ne metta. Non dimentichiamoci dei ristoranti italiani e del Club Italiano. Sempre in movimento, piena di eventi culturali, mercato coperto da visitare assolutamente. Molto molto carino. Parlano bene anche della Fremantle Prison, mai stata, ma sono curiosa di fare il tour di notte con le sole torce ad illuminare il cammino. Molo su cui passeggiare con un fish&chips (attenti ai gabbiani!), spiaggia facile da raggiungere. Parco molto grande, senza barbecue ma con skate park area e parkour area.

Capolinea di una linea del treno, più facile di così! Facile anche parcheggiare con la macchina.

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Quokkas a Rottnest

Rottnest Island. Un must-do. Isola raggiungibile in traghetto, paradisiaca. Si gira in bus, a piedi o in bici. Casa dei mitici quokkas, l’animale che sorride sempre. Da andare. Munirsi di tanta crema solare, acqua ed energia per girarla in bici.

Gosnells. Suburb dove vivo, provvisto di 4 supermercati a 10 minuti di macchina di cui uno aperto 24h/24h, negozio di alcool, fast food, ristoranti, negozi di seconda mano, parchi con barbecue gratuiti, palestre, centro culturale e biblioteca e stazione del treno. A 10 minuti dalla collina. Fantastico.

Passiamo alle spiagge. Scarbourogh e Cottesloe le più conosciute (e frequentate). Ottime se cercate spiagge simil italiane senza però ombrelloni, bel mare, negozi e ristoranti sull’altro lato. Se vuoi rifarti gli occhi tra surfisti, kite boardisti sono l’ideale. Anche se vuoi perfezionare il tuo italiano visto che tutti gli italiani affollano queste 2 spiagge.

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Coogee

Coogee. Una delle mie preferite. Stelle marine, mare cristallino, pontile da cui tuffarsi e sotto cui ripararsi dal sole cocente; barettino, parcheggio. Se cerchi relax questa spiaggia fa per te.

Trigg. La adoro. Spesso ci sono onde enormi, trovi sia un baretto che tranquillità.

Point Peron. Nonostante la mancanza di onde è stupenda: poca gente, riparata (non dal vento) dalla gente, puoi anche azzardare a portare una birra (l’alcool è proibito sulle spiagge).

Qualsiasi spiaggia isolata non importa dove basta che ci siano le onde. Le mie preferite.