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Il Mercato turco e l’ex aeroporto di Tempelhof

mercato-turco-aeroporto-tempelhofHo l’anima in brodo di giuggiole.
Un giorno glorioso e ancora non è finito!
Il venerdì lungo il canale c’è il mercato turco.
E’ turco proprio, solo che si parla in tedesco. Sì, ci sono anche bancarelle molto tedesche, ed altre molto naïf. E poi cibo e bevande di strada.
Ci vado dopo la scuola, e sono abbonata a succo d’arancia appena spremuto (1 pinta 2 euro), e pollanchia (pannocchia) arrostita.
Il solito.
Mi piace entrare nel mercato turco, sembra Palermo, Napoli, Istanbul e Berlin. Mi piacciono gli odori, e le voci e le persone. Mi piace che dove finiscono le bancarelle inizia la musica, c’è sempre qualche artista che suona, e tutti seduti al sole che ancora ci benedice.
E poi c’è un poeta, un bellissimo giovane poeta, con la sua macchina da scrivere.
Dunque oggi sono uscita dal mercato turco con in tasca: una poesia dedicata a me che si chiama Blue Daughter (gnègnègnè), dell’incenso, due saponi artigianali, uno al sale e uno all’avocado, e due spezie, curcuma sia in polvere che radice e peperoncino.
Mi sono resa conto che avevo bisogno di sottigliezza e delicatezza, profumi, in varie forme.
E poi ho recuperato gratis un phon, attraverso un gruppo su fb che si chiama free your stuff. Ho scritto ieri che ne avevo bisogno, e in mezz’ora una ragazza mi ha dato l’indirizzo di casa sua, ho bussato, mi ha aperto la porta e mi ha regalato un phon.
Ma la cosa più incredibile di oggi è la mia prima volta a Tempelhof. Un ex aeroporto che è diventato il paradiso.
Non si può spiegare. Lasciandomi andare ai pedali, ci sono arrivata dopo il phon (scoprendo poi che io abito a due minuti dall’entrata, due!), e niente, mi sono commossa.
Immaginate un enorme aeroporto con tutte le piste, però al posto degli aerei e dei negozi e degli hangar e dei controlli e dei gate, c’è gente felice che se la gode.
Un’infinità di gente di ogni età in bici pattini skate, un gruppo che suonava manouche, chi balla, chi corre, chi si ama, chi legge, chi prende il sole, chi raccoglie bacche rosse (non mi chiedete che sono, non lo so, magari sono proprio giuggiole, ma la scena era bellissima: donne velate fra i cespugli a raccogliere bacche mentre un runner hi-tech sfrecciava loro vicino).
Ho steso la mia sciarpa troppo grande sull’erba (capendo che forse ho comprato un plaid, ma avevo la febbre, mi sembrava adatta), mi sono tolta le scarpe e sono scappati tutti.
SCHERZO!
Mi sono lasciata baciare dal sole, mentre avrei immortalato ogni momento, suono, uccello in volo, bimbo che veniva a salutarmi, sole che ci riscaldava, tutti, belli e brutti (che qui i brutti sono proprio rari, il che è rilassante, ad un tratto smette di essere una cosa da notare).
Mi sono accorta che li amo tutti e che amo Berlin, ecco perché sono qui.
La prima volta a Tempelhof non si scorda mai.
E ora vado a farmi bella…stasera vado a ballare, come tutti credo (ho comprato club mate per rimanere sveglia al club matto )
Il tedesco va sempre meglio.

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Lezione di biologia marina

Lezione di biologia marina dalle Seychelles

lezione-biologia-seychellesIl Corallo questo sconosciuto. Ancora oggi molte persone identificano il corallo come una “pianta” o ancor peggio come una pietra, e lo calpestano a volte senza alcuna remora oppure lo scalciano maldestramente con le pinne mentre nuotano. Invece il corallo e’ un essere vivente e precisamente un “animale”, o meglio una colonia di polipi, inseriti in uno scheletro di calcare. Lo si può immaginare facilmente se si pensa al fatto che strutturalmente è molto simile ad una medusa, solo che è rovesciata: i tentacoli sono rivolti verso l’alto con al centro la bocca, mentre la parte dorsale è quella che si attacca al substrato.

I coralli hanno dei tempi lunghissimi per formarsi: se una tartaruga raggiunge l’eta’ di circa 100 anni, e ci sono vongole che possono vivere fino a 400, una colonia di coralli ha vita centenaria ed a volte anche millenaria.

Nei mari tropicali, nelle notti di luna piena tra il mese di novembre e di dicembre si puo’ assistere ad un fenomento incredibile: la riproduzione dei coralli.

In un’unica notte, all’unisono e contemporaneamente negli oceani di tutto il mondo, avviene il rilascio massivo di uova e gameti maschili che dovranno affidarsi alle correnti marine per incontrarsi e così riprodursi. Affascinante vero?

Ma il mare riserva molte sorprese e modi inconsueti di riproduzione soprattutto per i nostri schemi mentali di “terrestri”.

In mare il fenomeno dei “transgender”, conosciuto nel mondo animale come ermafroditismo, che tra noi umani sulla terraferma suscita infinite discussioni e a tutt’oggi scandali e diatribe, e’ cosi’ frequente che viene da pensare se non sia un modo piu’ evoluto del nostro per riprodursi e tenere sotto controllo il numero della popolazione.

lezione-biologia-seychellesVi ricordate il pesce pagliaccio Nemo?

Ebbene,  i pesci pagliaccio sono dei “transgender”.

Di solito, la mamma pagliaccio (l’individuo più grosso della coppia o del nugolo di pesci che vedete sull’anemone urticante) depone circa un migliaio di minuscoli ovetti sulla roccia sotto il mantello dell’anemone, dove passerà poi il maschio per la fecondazione.

Per i Nemo, sarà papà pagliaccio a fornire importanti cure ai pagliaccetti, prendendo un tentacolo dell’anemone e passandolo sopra le uova. In questo modo il muco di cui è coperto il tentacolo, insieme anche a qualche cellula urticante, inizia a coprire le uova portandole ad avere “profumo di anemone”, coprendo cioè qualsiasi stimolo chimico che potrebbe indurre l’anemone a scatenare le sue cellule urticanti. La mamma ed il papà, insieme, si occuperanno delle uova, controllandole spesso e mettendole occasionalmente in bocca per mantenerle pulite.

Le stranezze non si fermano qui!

Alla scomparsa della femmina…il maschio riproduttivo cresce rapidamente in dimensioni e inverte il sessolezione-biologia-seychelles trasformandosi in una nuova “femmina”.

Lo stesso accade ad un altro pesce che forse molti di voi conosceranno.  Il suo nome e’ “Anthias”o Castagnola. Solo che in questo caso e’ la femmina che si trasforma in maschio.

Ma  il Cavalluccio Marino batte tutti .

Eh si, perche’ e’ il maschio che riceve le uova dalla femmina e dopo averle fecondate ed aver provveduto a portarle in grembo…le “partorisce”!

La sacca di papà cavalluccio è come una camera incubatrice!

Allora che ne dite, non vi e’ venuta voglia di fare un giro con maschera e boccaglio in biologia-marinaqualche barriera corallina?

Una curiosita’ sul romanticismo dei Greci:Il termine “ermafroditismo” deriva da: Hermes (Mercurio) + Afrodite (Venere). Secondo la leggenda i due ebbero un figlio, il “Dio Ermafrodito” il quale si unì con una ninfa: Salace. Dall’amore di un Dio ed una Ninfa ne risultò un organismo che racchiude in se le due polarità, maschio e femmina. Che  differenza dal nostro concetto attuale!

Per questo post ringrazio Carlotta, biologa marina, che si e’ prestata ad integrare il testo di precisazioni scientifiche e che ci ha regalato la curiosita’ sul romanticismo greco.

Barcellona: Sei pronto?

Barcellona: oggi il sole splende ma l’aria è freddina: da milanese però mi piace pensare che, vivendo qui, il piumino NON debba diventare un mio complemento di abbigliamento.
E via quindi di minicappottino di lanetta e sciarpetta leggera!

Dopo 4 anni in cui “mi sono guardata intorno”, oggi vorrei proporre, in modo ironico e scherzoso, un piccola lista, un primo assaggio, di ció a cui bisogna essere preparati come italiani a Barcellona.

1 Il BARÇA.

Il Barça NON è l’abbreviazione della città (per cui si usa il termine “Barna“), ma è la squadra di calcio di Barcellona.

Il Barça è “mes que un club”, cioè più di un club, come recita il loro inno. Il Camp Nou, lo stadio del Barça (letteralmente: Campo nuovo), è un istituzione: la gente lo visita, nel progetto nuovo ci sarà la possibilità di esservi seppellito, e le famiglie si ritrovano lì la domenica manco andassero a messa.
camp-nou-615455_1280-2Per chi non va allo stadio, c’è sempre il bar con gli amici: se segna la squadra avversaria, mentre noi italiani sbraiteremmo usando un linguaggio non propriamente da Accademia della Crusca, i tifosi catalani invece si zittiscono, si mettono all’erta in stato meditativo come se dovessero stabilire un contatto con l’energia cosmica, e aspettano silenziosi che succeda qualcosa che gli permetta di esultare nuovamente.

2 Il COMPARTIR.
Compartir“significa condividere, ed è parte dello stile di vita di Barcellona. Pensiamo al mangiare le tapas: piccoli piattini di pietanze diverse (patatas bravas, calamari fritti, polipo alla galiziana, crocchette, etc etc. , per dire le piú comuni), che si condividono tra due o piú persone.
Da milanese schifiltosa quale sonoall’inizio per me è stata un’ esperienza ai limiti del traumatico, o almeno da lasciarmi a bocca asciutta, soprattutto riguardo al condividere l’insalata, rimescolata da piú forchette insieme. E questo non capita solo in casa, ma anche al ristorante.
A casa mia madre ha sempre stabilito le regole, servendo una forchetta per il prosciutto, un cucchiaino per le salse e un cucchiaio per l’insalata: al tentativo mio e di mio fratello di servirci direttamente dal piatto comune, partiva il grido da generale tedesco che tapas-703902_1280ci riportava all’ordine.
L’idea di mangiare tutti dallo stesso piatto, oltre che a farmi un pó ribrezzo, mi creava anche una certa ansia: attacca il calamaro prima che gli altri lo facciano per te! Afferra il pezzo di pane prima che ti rimanga in mano solo la fetta di prosciutto!
Oggi, la convivialità di Barcellona mi piace: si provano cose diverse, ci si fanno gli anticorpi (la battuta la devo sempre fare ehehe), e si impara a mangiare in armonia con gli altri.
Se pensi che faccia per te, avanti tutta! Se sei di quelli che: no, io la pizza non la divido, voi prendetevi quello che volete…allora…ecco, forse non fa per voi.

3 Il CASTELLANO.
Alias lingua spagnola. E qui vengono i dolori.
“Ma come?!” (direte voi) “Lo spagnolo è una lingua musicale, encantadora, dolce , e soprattuto, facileee, per noi italiani!”  Ah si?!
Non nego che se uno spagnolo vi parla lentamente e voi siate ad un minimo livello di conoscenza di Hola, que tal, forse, dico, forse, un 60 per cento di cosa sta dicendo, arrivate pure a capirlo.
Ma quando tocca voi, che fate? Iniziate a parlare in italiano con i verbi solo all’infinito?
Il problema, o lo shock anafilattico, a seconda di dove viviate,  viene da una simpatica letterina dell’alfabeto spagnolo (parlo del castellano della Spagna: se ripiegate sullo spagnolo sudamericano, dimenticatevi della questione).banderas
La lettera è la “J”, si chiama Jota, e a me sembrava un suono così duro da ricordarmi la lingua tedesca. E`una specie di vocale aspirata (anche il suono G è così) che all’inizio ti distrugge le corde vocali, e poi ti fa apparire come se avessi sempre il raffreddore e cercassi inutilmente di liberarti la cavitá orale. Risparmio i dettagli.
Fino a che, dopo vari tentativi e mesi di pratica, capisci il trucco e tutto fila liscio.

4 Il CATALANO.
E qui, vengono altri dolori, o gioie, visto che a livello di suoni, il catalano ricorda molto di piú l’italiano rispetto al castellano.
Barcellona è bilingue:  siamo in Spagna, certo, e se parlate spagnolo, la gente vi capirá e vi risponderá. A volte però, soprattutto se vi relazionate con qualcuno che viene dalla provincia,  vi potrebbero rispondere in catalano. tile-65739_1920
Durante i miei primi mesi a Barcellona, quando ancora lottavo con lo spagnolo ed ero lontana dal prendere coscienza del catalano, mi trovavo in situazioni al limite dell’assurdo. Capitava che mi fermassi ad accarezzare un cane e la proprietaria iniziasse a parlarmi in catalano, mentre io, presa alla sprovvista, cominciavo a sudare al solo pensiero di “adesso mi toccherá rispondere e lo scoprirá, che non sono una di loro, che non so parlare catalano”, manco fossi una spia russa in Usa durante la guerra fredda.
E per ultimo, ricordatevi che il catalano NON è un dialetto (nonostante a noi ricordi moltissimo il suono di molti dei nostri), ma al contrario una lingua. Imparate a dire Bon dia e Adeu, e a Barcellona vi stenderanno il tappeto rosso.

5 Il TURISMO.
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Questo ha che fare con “come viene vista Barcellona da chi viene per le vacanze”, e la risposta è spesso: come  un lunapark.
La cosa potrebbe riguardarvi da vicino nel momento in cui, passeggiando tranquilli per Barcellona, vi troverete a dribblare tra sciami di turisti in bicicletta lanciati tra le IMG-20130601-WA0002strette stradine del gotico, o skateboardisti in preda a nuove acrobazie ad un metro dalla cattedrale. O quando, incastrati nella metro tra ragazze con una minigonna
lunga quanto la mia agenda, vi sentirete probabilmente l’unica persona a non essere bionda con gli occhi azzurri. Per non parlare del momento in cui, forse, sarete i soli a non girare in costume da bagno. Sicuramente da annoverare, perché non ne
veniate presi alla sprovvista, i vari addii al celibato/nubilato, in spagnolo le famose “Despedidas de soltero”, che sono diventate ormai la giustificazione a qualsiasi comportamento più che sopra le righe e di cui Barcellona è la meta prediletta.
Se vi capita di scontrarvi con un uomo particolarmente tettone, uno squadrone di 10 ragazze con le orecchie da coniglio o un uomo vestito da Superman, non preoccupatevi. E’ solo una despedida, e i prossimi, a Barcellona, potreste essere voi!

6 LE PIZZERIE/GELATERIE ITALIANE.
Oltre alle nuove hamburgeserie, ultimo trend del momento, un altro must ristretto agli italiani a Barcellona è l’apertura di un nuovo locale italiano. Ci sono gelaterie, pizzerie, focaccerie, piadinerie, rosticcerie, più o meno ad ogni angolo, e c’è n’è davvero per tutti i gusti. Dal siciliano al friulano, passando per la cucina bolognese e il locale sardo.
Nonostante tutto, la bramosia palatale degli italiani all’estero non si sfama mai, e manca sempre qualcosa. Alla notizia che in un posto finalmente si potranno mangiare i panzerotti caldi, la polenta uncia o la torta Setteveli, inizia il pellegrinaggio/assaggio. Non importa se per farlo si debba attraversare tutta la città e che a livello di tempo ci si metta prima a prendere un aereo: per l’italiano, si sa, la buona cucina è “quasi” tutto.

IMG-20130323-WA00127 I FESTIVALS.
Barcellona è la cittá dei festivals musicali: Primavera sound, Sonar, Cruilla…la gente compra i biglietti e gli abbonamenti un anno prima, e quando il festival arriva non si parla d’altro.
Anche se non vi partecipi, devi sapere perché d’improvviso la metro è invasa da gente con bracciallettini gialli, perché tutti scendono alla fermata Forum, e qual’è la ragione per cui i tuoi amici, durante tre giorni all’anno, scompaiono.

 8 I PREZZI DEI MONUMENTI.

Barcellona, per essere in Spagna, è cara. Se siete turisti, ed oltre al mare, sole e amore,  volete dedicarvi ai giri culturali, preparate un bel gruzzoletto. Chi è expat come me invece ci si puó dedicare a rate, e volendo anche instaurare un mutuo per, mano mano, vedere tutte le attrazioni artistiche della cittá. Perché abbiate un’idea ecco qualche prezzo di entrata:

Casa Battló: 21, 50 eurobarcellona-pronto

La Sagrada Familia: 15 euro

Casa Milà/La Pedrera: 20,00 euro

Palau de la Musica Catalana: 18 euro

Camp Nou: 23,00 euro (…)

Vero è che ci sono moltissimi musei che in certi giorni e orari sono gratuiti, come il Museo Picasso, il Mnac, il Muhba, il Palau Guell etc.; inoltre, vengono spesso organizzate mostre ed esposizioni gratuite. Non lasciatevele scappare!


9 La BIRRA.

foto cocktail fiestaBarcellona è cara tranne che per…la birra! E gli alcolici in generale. Una bottiglia di birra da 33 cl al bar puó arrivare a costare solo un euro, fino a un massimo di tre. La birra piccola costa meno di due euro, e la media poco più. I cocktails, non arrivando a toccare le esorbitanti cifre italiane (o milanesi) da 9 euro e passa, si aggirano sui 5, 6, 7 euro, nei bar. Se li ordinate in discoteca, attenzione. La quantità di alcool puro potrebbe essere maggiore di quella cui siete abituati, dato che il misurino è “questo sconosciuto”;  inoltre la qualità usata potrebbe ricordare il profumo di vostra nonna misto al gel corrosivo utilizzato per sturare i lavandini. Insomma, un’arma letale.

In discoteca, per evitare che l’emicrania si trasformi nel vostro nuovo coinquilino, dite NO ai cubatas (cocktails) e prendetevi una birra.


10 I MODI DI DIRE.

Se di tutto potrei scrivere pagine, qui si dovrebbe proprio aprire un altro capitolo (e prossimamente lo farò). Eccone qualcuno:

  • Me quiere vender la moto: letteralmente, “mi vuole vendere la moto”. Chiariamo subito che qui che venda la moto non c’è proprio nessuno (dato che la sottoscritta chiese “Ah perché, vuoi comprare una moto?”), ma al contrario è un espressione che si riferisce alla situazione in cui qualcuno cerca di convincerci di qualcosa con tutte le armi a sua disposizione.
  • Hacerse el sueco: letteralmente “fare lo svedese”, che poi, chissà cosa gli avranno fatto stì svedesi per meritarsi di rappresentare colui che volutamente ignora qualcosa, facendosi passare per tonto.
  • Ir ciego: “andare cieco”. Se un tuo amico ti dice che ieri notte iba ciego, non pensare che sia stato fulminato sulla via di Damasco, ma semplicemente,  che era ubriaco marcio.
  • No tener abuela: “non avere la nonna”, la mia preferita. Se ti domandano “non hai la nonna tu?”, non sono interessati al tuo albero genealogico, ma probabilmente hai detto qualcosa che è suonato narcisistico e si suppone che di elogi ce ne fa già abbastanza la nonna, senza che ci mettiamo a farceli da soli.

N.B.: Oggi parlo, lavoro e vado a teatro in catalano e in spagnolo, ovviamente. M’encanta condividere le tapas e continuo a non sopportare il calcio, anche se si tratta del Barça. Bevo birrette ed evito i cubatas, ma non dico mai di no ad un nuovo ristorante italiano doc.

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Nel sogno di mia Madre

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Tramonto in Nuova Zelanda

“Il mondo mi ha sempre incuriosita, fin da piccola. Quando i miei coetanei uscivano appena di casa, io, ero già in giro. Appena ho potuto sono andata lontano, sempre più lontano…”

Mi chiamo Elena, sono nata a Napoli 41 anni fa e da sempre ho sognato  di fare il “giro del mondo”.  Non era facilemettere in pratica il mio sogno, visto che incombenze come lo studiare, il lavorare ed il  mettere i soldi da parte  erano obiettivi impegnativi  da realizzare. Ne parlavo con un’amica spesso, durante piacevoli conversazioni notturne fatte di  promesse e di sogni che solo a venti anni si possono fare.

Andai via da Napoli, non per viaggiare, ma per finire di studiare. Andai a vivere a Las Palmas (Gran Canaria) dove, con la mia laurea in veterinaria iniziai  anche a fare dei lavori saltuari. Poi mi spostai  a Barcellona e per 13 anni ho continuato a lavorare in quella città– anche se  ho svolto la mia professione di veterinaria di rado, mentre spesso mi sono ritrovata a  fare  lavori di tutt’altro genere, dal portare pizze col motorino, al rispondere ai telefoni di un call centre, al vendere bibite ai concerti, o a  lavorare come amministrativa in qualche ditta – finché  nel 2011 ci fu un nuovo trasferimento, in UK questa volta, perché avevo  avuto delle prospettive di un migliore futuro lavorativo come veterinaria nella sanità pubblica dei  macelli inglesi.

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In Islanda

Questi soggiorni professionali all’estero mi hanno permesso di padroneggiare diverse lingue:oggi infatti parlo spagnolo, catalano  ed inglese.

Eppure il sogno era ancora lì, mezzo dimenticato e mezzo nascosto, ogni tanto bussava alla porta del mio cuore, chiedendo di  essere ascoltato. Ma in quell’epoca  pensavo di avere tutta la vita davanti e che, per il mio sogno,  avrei trovato il modo di realizzare nel futuro. Nel frattempo bisognava lavorare, risparmiare, pagare il mutuo dell’appartamento comprato con il compagno di allora, visitare la famiglia, gli amici, prendersi cura del cane e così via. Poi, improvvisamente, la vita prese una piega inaspettata e forse neppure mai immaginata: la storia con il mio compagno  ebbe termine,  il cane morì e, qualche anno dopo, tra tante sofferenze, anche mia madre mi lasciò.

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Isola di Pasqua

Trascorsi qualche anno di smarrimento, nella mia vita c’era il lavoro ed ancora tanto lavoro, cercando di sopravvivere (al terremoto emotivo del rovesciamento della mia vita). Poi un giorno,  all’improvviso  il sogno di mia madre si riaffacciò alla mia mente e questa volta, spinta anche dal desiderio di realizzarlo in suo onore, lo ascoltai e partii.

Ho già visitato alcune  città negli Usa, ho fatto visita al ramo della famiglia che vive in Canada (erano 27 anni che non ci vedevamo), ho naturalmente ammirato le cascate del Niagara che mia madre avrebbe tanto voluto vedere, mi sono recata in Cile ed ho visitato  la sua punta sud, alla fine del mondo. Ho visto l’Isola  di Pasqua,  poi sono andata alle Fiji ed ora mi trovo in Nuova Zelanda. Tra qualche giorno mi sposterò in Australia. Sola, zaino in spalla e scarpe da  trekking ai piedi. Adesso sono quattro mesi che sono in viaggio. Cosa farò dopo il mio Giro del Mondo  non lo so, il futuro dirà…

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New York

Il Giro del Mondo: aspetti pratici

Forse vi state chiedendo come ho pianificato  il mio viaggio a livello pratico. Ebbene non ho comprato tutti i voli, visto che il mio piano era di arrivare nel Sud Est Asiatico  in sei  mesi dalla partenza  e poi, da lì, decidere se proseguire o tornare a casa. I voli che ho preso hanno coperto molte  tratte – e finora mi sono costati 7.000 Euro –  ma mi sono spostata anche noleggiando delle auto o prendendo degli autobus pubblici. Qui in Nuova Zelanda mi sto muovendo con un Campercaravan in compagnia di alcuni amici, ci si può fermare gratuitamente per la notte in molti luoghi e comunque viaggiare in camper non mi sta costando più di 100 euro al giorno.

In Australia, vista la vastità del territorio, mi sono organizzata con  un biglietto tipo interrail per  vedere vari siti  con il bus: Melbourne, Sidney,  Cairns, ho un volo da Cairns a Darwin, poi il bus da Darwin a Alice Rocks ed un volo da Uluru Rock per  Pert, da dove, il 2 Febbraio, mi sposterò  a Bali. Per l’Australia ho calcolato circa 900 Euro per gli spostamenti.

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Fijii

Per  le visite ai luoghi e per i pernottamenti  mi organizzo in anticipo sempre. Se ho tempo ricerco via internet le informazioni turistiche dei luoghi che visiterò o che sto visitando in quel momento. Ho trovato un valido aiuto con  www.tripadvisor.com che uso per  avere sia un’idea di cosa visitare, sia per i  posti dove andare a mangiare. Per dormire invece, il più in anticipo possibile, prenoto su www.booking.com o su http://www.italian.hostelworld.com/, ma sempre in ostelli ed in camerate.

A febbraio, quando mi sposterò a Bali, mi si apriranno più scenari possibili:

  • tornare a casa
  • oppure, se tutto va bene, proseguire il mio world tour e comprare direttamente in Tahilandia un volo con com , iniziando da lí a visitare la Thailandia, il Vietnam, il Laos, la Cambogia, la Malesia e l’ Indonesia. Lo farò  con mezzi locali o aerei comprati su Airasia. Non ho un budget già calcolato per questa parte del viaggio, ma ho consultato  alcuni libri ed una pagina: www.numbeo.com che mi ha aiutata a calcolare il costo approssimativo  della vita nei differenti luoghi  che visitavo o che visiterò.

Conto di tornare in Europa il prossimo Luglio. Passerò dalla Spagna e da Napoli e, una volta che  sarò riuscita a trovare un lavoro in UK – prima di partire  mi sono licenziata, lasciandomi però in ottimi rapporti e delle porte aperte– tornerò alla mia vita.

A cosa mi è servita finora questa esperienza?

Ad  imparare a stare sola e a non sentirmi sola, ad apprezzare il mondo senza correre troppo, a rallentare il ritmo forsennato che ci avvolge ed a  cercare un senso alla vita.

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New Zealand

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Exter: una giornata natalizia

Durante il Natale Exter è bellissima. E’ il secondo anno consecutivo che posso godermi le fantastiche luci e gli abbondanti addobbi natalizi di questa stupenda città inglese. Forse sarò io, che ho un particolare amore per lei anche durante tutti i giorni dell’anno, ma in questo periodo è davvero magica. Sempre vissuta da migliaia di persone di tutte le età e di tutte le culture, Exeter offre alla gente un’atmosfera unica.

Lo scorso 20 novembre è stato il giorno dell’accensione delle luci, il giorno in cui ufficialmente inizia il l’inverno e comincia la magia. La città era davvero molto affollata, ma nonostante la frenesia era ancora del tutto vivibile e ordinata. Quel pomeriggio, erano molti gli spettacoli in programma. Oltre alle esibizioni di giovani talenti e band locali, si attendevano i concerti del Exeter University Soul Choir e della Exeter University Jazz Orchestra e uno spettacolo canoro di una delle finaliste di X factor dei passati anni.

Ma le sorprese non erano ancora finite. All’imbrunire, iniziava il vero spettacolo! Il momento dell’accensione delle luci, quando alla gente li si mozza il fiato dalla bellezza di ciò che li circonda. Tale privilegio, viene ogni anno assegnato a una o più celebrità locali e quest’anno l’onere di accendere le luci è stato assegnato a Jo Pavey, atleta olimpica nata proprio ad Honiton, città in cui vivo, e a Caroline Quentin, attrice.

Lo scenario era spettacolare. L’intero centro era letteralmente circondato da luci bianche e lungo la via principale dello shopping, Princesshay, enormi fiocchi di neve e giganteschi cilindri di luci illuminavano la folla intenta ad assaporare i primi momenti natalizi e adocchiare nei negozi alcuni possibili regali di Natale. Fino al 19 dicembre, quest’ultimi rimarranno aperti sino le 21.00 ogni giorno per dare la possibilità a tutte le persone di poter godere del loro Christmas shopping senza nessuna fretta o paura di avere poco tempo a disposizione. La trovo una idea perfetta che ne dite?

Se i negozi non bastano o sono fuori dal vostro budget, Exeter offre un mercatino di Natale coi fiocchi, di neve in questo caso 😀 😀

LUANA NATALE MERCATINIBancarelle di ogni genere sono ben disposte lungo lo spazioso parco di fronte alla cattedrale della città e i commercianti non vedono l’ora di esporre i loro prodotti e convincere a comprare.

Come in ogni mercatino che si rispetti, molti sono gli stand culinari con prodotti che provengono da ogni parte del mondo ed emanano odorini fantastici che ti fanno brontolare lo stomaco. Numerosi sono i banchi di artigianato e di accessori costruiti a mano . Si passa da bancarelle con articoli in legno come soprammobili, quadri e sculture particolari, a esposizioni di articoli in ceramica o cera, tipicamente natalizi adatti per qualche regalo per qualcuno di speciale. Non mancano gli stand di indumenti caldi come sciarpe, guanti, paraorecchie e i classici maglioni di Natale, i famosi Christmas Jumpers, e dico Jumpers e non Sweaters, quest’ultima parola assolutamente americana!

Si trovano davvero moltissime cose carine e non banali per qualche pensiero di Natale e passare una giornata ad Exeter ne vale assolutamente la pena. Con i numerosi coffee shop sparsi lungo tutto il centro abitato, non sentirete mai freddo in quanto in qualsiasi momento ci si può fermare e acquistare una calda e ottima cioccolata!

                 exter-giornata        LUANA NATALE CENTRO COMMERCIALE

 

Pedalare che passione! Intervista a Marco Invernizzi

marco-invernizziUn uomo sul nostro sito web: ebbene sì, 🙂  oggi abbiamo deciso di rompere gli schemi! Marco Invernizzi è partito lo scorso luglio 2015 in bicicletta dall’Italia per un viaggio di un anno intorno al globo. Lo abbiamo intercettato sul web mentre si trovava a Panama e gli abbiamo chiesto di parlare con noi del suo viaggio e delle ragioni che lo hanno spinto a montare in sella e visitare il Mondo.

Perché lo abbiamo intervistato? Perchè  il viaggio è uno degli  elementi essenziali di tutti gli espatri…


Chi sei tu Marco?

Un normalissimo ragazzo di 28 anni con tanta voglia di vivere la sua vita al massimo delle possibilità. Ho una mia piccola agenzia di software e siti web da ormai 9 anni che mi permette di avere tanto tempo libero per coltivare le mie passioni o portare avanti piano piano i vari progetti che mi passano per la testa, come ad esempio girare il mondo in bici!marco-invernizzi

Oggi si legge di tante persone che in svariati modi mollano il lavoro e gli affetti e si avventurano nel mondo per mesi od anni. Tu quando sei partito e quando conti di “tornare a casa”?

Sono partito il 20 luglio 2015 e conto di tornare entro un anno. Lavoro tramite internet, ma ho deciso di dare priorità alla mia vita! Credo che gni tanto bisogna fermarsi e pensare “per cosa” si sta lavorando. In molti casi non ci si rende conto di farlo per cose materiali delle quali possiamo fare a meno. Oltre a questo, diversamente da molti viaggiatori che ho incontrato, voglio sì vedere il mondo, ma poi voglio tornare alla mia vita, in Italia, ovviamente con le conseguenze che la cosa può generare!


Perché lo hai fatto? Quali sono le tue motivazioni più profonde?

La curiosità di vedere il mondo e di  “vedere cosa succede” con  la consapevolezza che sarò felice in ogni caso ed ogni situazione. Sono curioso di conoscere le persone e le varie culture principalmente, i paesaggi e le opere umane vengono subito dopo.

E perché in bicicletta?

La bicicletta, per me, è il mezzo migliore per girare il mondo. È’ economica, non consuma carburante, mi fa rimanere in forma, si muove alla giusta velocità per osservare tutto e mi permette di potermi  fermare per parlare con la gente! Inoltre, l’ idea di muovermi solamente con le mie forze, è un’ idea che mi apre la mente e mi da la sensazione che tutto è possibile!

Dove sei adesso?

In questo momento mi trovo ad Ambato,  Ecuador, dopo aver percorso circa 14mila km in 4 mesi

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Cosa stai imparando dal tuo viaggio a due ruote in solitaria?

Le informazioni che il viaggio mi da ogni giorno sono infinite  e con esse apprendo lezioni di vita incredibili.

Credo che con il tempo riuscirò a metabolizzarle tutte e farne tesoro, ma una cosa della quale ormai ne sono certo è che, se mi pongo  nel giusto modo, con umiltà e positività, la gente che incontro e che fa parte del mio viaggio, non solo è disposta ad aiutarmi, ma spesso si fa in 4 per potermi dare una mano! 

Quando è stata l’ultima volta che hai avuto paura, e che forme prendono le tue paure?

Si ha paura quando non si conosce. Io sono stato un po’ imprudente nell’attraversare dei paesi dalla brutta fama, in quanto non ero informato abbastanza su di essi. Ho  provato paura quando  mi sono trovato  a pedalare al tramonto mentre il tempo a disposizione scarseggiava e, scrutando l’orizzonte, non trovavo nessun posto per accamparmi in sicurezza.  Alla fine mi è sempre andata bene e ora più che mai sento di non provare più paura, ma solo curiosità.

Credi che un viaggio come il tuo sarebbe possibile da intraprendere per una donna?marco-invernizzi

Certamente! Ho anche incontrato delle ragazze che viaggiavano per il mondo come me. Ma lo ammetto, per loro è sicuramente più pericoloso.  Le donne dovrebbero essere accorte nel rendersi conto, per esempio,  che un posto non è sicuro per passare la notte e, in quel caso, andare a chiedere ospitalità in qualche istituzione o pagare un albergo.

Pensi  che una donna ce la farebbe a sopportare e contrastare la fatica fisica, psicologica e le avversità ed i pericoli di cui parlavi prima? Come e quanto prima ti sei preparato mentalmente e fisicamente a questa avventura?

Certamente! ognuno ha i propri limiti ed i propri ritmi, ma in questo tipo di attività aerobiche le differenze fisiche tra uomo e donna non sono molte. Io purtroppo devo tenere una media sostenuta per riuscire a vedere quello che mi sono prefissato in un anno, ma mi rendo conto sempre più che non è stata una scelta saggia e che in queste cose bisogna prendersi tutto il tempo necessario, quindi non avendo fretta di sostenere un alto chilometraggio giornaliero, tutti possono arrivare dappertutto 🙂

marco-invernizziCosa porti con te in bicicletta, quali son le tre cose irrinunciabili da mettere nel bagaglio/zaino?

L’indispensabile, che per me corrisponde a: una tenda da campeggio, leggera ma di buona manifattura, un sacco a pelo, un materassino gonfiabile, un cambio lungo, un cambio corto, un altro paio di t-shirt, il pc (nel mio caso), uno smartphone con gps (per la mappa), una videocamera, un fornello da campeggio e pentolame per cucinare.

Quanti paesi hai visitato finora? Quanti ne mancano all’arrivo?

Ora ne ho attraversati 14, in totale nel mio progetto ne erano previsti 35, ma mi piace pensare di poter modificare il mio itinerario strada facendo!

Quanto resti di media in un luogo? Cosa fai per viverlo al massimo durante le tue brevi/lunghe  soste? (conosci i locali, vai a ballare, resti da solo e visiti il visitabile, ecc)

Purtroppo ho programmato una tabella di marcia del  viaggio troppo incalzante e, quindi, spesso mi tocca ripartire il giorno dopo. Ma, il fatto di dormire quasi sempre ospite da persone che incontro lungo il percorso, fa sì che riesca comunque a vivere una realtà locale per una mezza giornata. In ogni caso, come sento il bisogno di fermarmi un giorno in più, per qualsiasi motivo, lo faccio! Faccio quello che mi suggerisce la gente: chi meglio di loro sa cosa bisogna fare?

Quale è il paese la cui anima ti ha conquistato, quello che ti ha offerto una lezione di crescita importante?

Il Messico è stata senza dubbio la rivelazione più grande: non mi aspettavo l’ospitalità disarmante che ho ricevuto. Mi fermavo a mangiare nei vari ristoranti di strada, dove mangia la gente povera, e inizialmente venivo sempre guardato storto, perché ero un “gringo”.  Ma, come iniziavo a parlare con loro e a raccontare la mia avventura loro  si scioglievano, ed io  mi trovavo a dover insistere per pagare il dollaro per il pranzo appena consumato!

In quale paese hai pensato “qui potrei viverci per il resto della vita”

Ancora non l’ho pensato, ma tra le città più vivibili ci sono:  Medellin, Veracruz, Charlotte e Quito

Quanti italiani espatriati hai incontrato nel tuo viaggio in bicicletta finora?

Parecchi, credo circa 6 o 7 tra quelli che mi hanno ospitato, e una trentina quelli che mi hanno contattato ogni volta che sapevano che sarei passato dalle loro parti.

marco-invernizziSei entrato in contatto con loro? Quale è l’aspetto più bello del trovare dei connazionali in capo al mondo?

Sì, sono entrato in contatto con loro. Incontrandoli  ho cercato di capire il motivo che li ha spinti a cambiare vita, e spesso concordavo con la loro scelta. Ma per me è diverso, io desidero ancora vivere in Italia 

Hai incontrato anche donne italiane espatriate?

Non moltissime donne in realtà, solamente una coppia italiana dove la donna seguiva il marito che si era si era trasferito per lavoro.

Cosa pensi di tutti gli italiani che lasciano l’Italia per vivere in altro paese? Ti consideri affine in qualche modo agli expat italiani nel mondo?

Credo che l’espatrio sia un’esperienza da fare, anche includendo la possibilità di non tornare più indietro.  Bisogna avere il coraggio di provare nella vita. Personalmente, come già detto, desidero continuare la mia vita in Italia, con la speranza di contribuire a sistemare i problemi che ci sono.

Cosa hai lasciato in Italia? Famiglia, amici, moglie, fidanzata…come gestisci i rapporti affettivi nella lontananza? Trovi che Skype ed il Web accorcino veramente le distanze? Hai mai la sensazione di perderti qualcosa stando lontano per così tanto tempo?

Amici e Famiglia sono in Italia, ma whatsapp fa il suo lavoro anche dall’altra parte del mondo! Non  credo di perdermi niente, forse la sensazione di perdermi qualcosa ce l’avevo prima di partire 🙂

Cosa farai quando tornerai in patria? TV, un libro… hai già qualche idea?

Scrivere un libro mi piacerebbe molto, non tanto perché penso di dover dire qualcosa, ma per essere forse da sprono per tutti quelli che sognano questa esperienza e non partono mai, che è poi lo stesso motivo che mi spinge a scrivere il mio blog!

Lasciaci con una frase, un pensiero, una nota positiva  da condividere con tutte le donne (e gli uomini) che ci stanno leggendo in questo momento…

Buttatevi nella vita! qualsiasi esso sia il vostro sogno, il rimpianto di non averlo fatto è peggio del fallimento! (cit.)

Grazie Marco per averci dedicato il tuo tempo, buone pedalate! 🙂 

Marco invernizzi bici in spiaggia marco-invernizzi marco-invernizzi marco-invernizzimarco-invernizzi marco-invernizzi marco-invernizzi marco-invernizzi

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Domenica a Dublino: gita al Castello di Trim

Vancouver: cosa vedo dalla mia finestra…

In volo dall’Arabia Saudita

Anche per noi finalmente è arrivato il momento tanto desiderato del rientro in Italia per le vacanze dall’Arabia Saudita.
Come sempre il viaggio di rientro per me rimane il più faticoso perché viaggiamo di notte, io sono una che di solito va a letto con le galline e rimanere sveglia fino all’una di notte per me è un’impresa titanica!
Poi tra che saliamo, che ci sistemiamo tutti e che portano da bere e che portano da mangiare….mi è passato il sonno!!!
A quel punto, quando le luci si spengono, le persone si addormentano, controllo che anche le nostre bimbe siano addormentate e coperte (perché ovviamente l’aria condizionata e’ a temperature polari!), mi metto comoda e mi guardo un film!
Un film dall’inizio alla fine, senza interruzioni, senza figli che ti chiamano o telefono che suona…ma giovanna expat arabiasauditaquando è stata l’ultima volta che ho visto un film senza schiacciare il tasto pausa???
Ah, si ricordo!
A marzo, quando siamo tornati in Italia!!!
Finito il film mi sono alzata per controllare le bimbe e fare due passi quando dal finestrino ho visto uno dei più bei spettacoli della natura, la nascita di un nuovo giorno!
Ho guardato sul monitor per sapere dove eravamo, sopra Firenze: era il mio bel paese che mi stava regalando il  ben tornata a casa!

Lapponia vacanze

Lapponia, viaggio al Circolo Polare Artico

Lapponia mappaAvete mai sentito parlare del “mal d’Africa”? Si dice che sia un senso di struggente nostalgia che assale i turisti che hanno vissuto per un po’ nel continente africano, e si trasforma in malattia da “ricordi” dei posti visitati. Se per i turisti é solo un ricordo, per gli africani deve essere una malattia da mancanza, da incubo, poiché loro, i figli di questa terra, sono costretti a lasciarla per vari motivi.

Io in Africa non ci sono mai stata, ho letto libri, visto film e devo dire che questo “mito” mi fa un po’ paura. Se quel senso struggente è paragonabile alla mia esperienza iniziata nel 2009, che mi ha coinvolto e appassionato e che si é trasformata col passare degli anni in bisogno, beh allora l’Africa mi fa paura! Vi voglio raccontare della mia esperienza nella desolata tundra svedese, gelata per oltre 9 mesi l’anno, dove gli alberi non possono crescere a causa delle dure condizioni ambientali, dove l’estate raggiunge per qualche giorno i 15-18 gradi. Beh, che ci crediate o no ho scelto consapevolmente di ritornarci, anno dopo anno. È forse pazzia o quello che mi é capitato potrei chiamarlo per similitudine “il mal del nord”?

Sono stata introdotta alla vita della montagna dal mio compagno che è nato nel nord di questo paese. Con tanta pazienza mi ha “educato” alle bellezze della natura selvaggia, quasi intatta, quella dei paesaggi forestali nordici, dove non incontri una persona per settimane intere. Mi ha mostrato i pochi sentieri esistenti, i “fuori pista”, posti in cui pochi uomini al di fuori degli oriundi lapponi, ne hanno calpestato il suolo. Mi ha insegnato ad orientarmi, a riconoscere il nord e il sud, a pescare, a cucinare all’aperto, a piantare la tenda e a smontarla, con il sole e con la bufera; insomma mi ha aperto un mondo sconosciuto, difficile e duro, tra le sue montagne, tutto nel rispetto delle leggi dettate dalla natura, che per un cittadino di quei posti é una parte importante della vita quotidiana.Lapponia montagne viaggio

Io le montagne le ho sempre amate, le Alpi italiane, ricche di dislivelli improvvisi, di paesaggi maestosi, di colori forti, di profumi avvolgenti, di tanta gente, che condivide gli stessi interessi, amante dei rifugi dove si può sempre trovare un letto caldo e degustare un buon pasto.

Nelle montagne svedesi invece, tutto viene portato nello zaino: sacco a pelo, cibo per tutto il periodo, il minimo abbigliamento necessario e la borsa per il pronto soccorso. Ma nel corso della mia educazione ho iniziato ad apprezzare questa spoglia terra, questa natura selvaggia, incontaminata, fatta di paesaggi senza alberi, dove l’inverno piega al suo volere la natura e le poche forme di vita che in essa vi abitano. La vita in questi posti può venire paragonata alla dura vita dei pionieri che lasciarono l’Italia per cercare fortuna in posti privi di tutto, in deserti di infrastrutture, ma ricchi di foreste, dei beni che la natura nel suo infinito amore ci mette a disposizione. Penso a posti come l’Argentina, il Brasile e il Sud america, dove avrei perfino potuto nascere, visto che dalla mia isola emigrarono in molti verso quelle terre argentine.

Dopo anni di vacanze spese a passeggio nelle immense distese del nord, fatte di ore di cammino, di pesca, di preparazione dei pasti con le poche cose portate, di adattamento alla forza della natura, di solitudine tra questi paesaggi servaggi, questi luoghi sono diventati una parte di me.antonella renna bianca

I pochi incontri fatti, quelli con qualche lappone per lo scambio dei generi alimentari, hanno contribuito ad aumentare la mia curiosità. Dopo ogni viaggio, ho letto qualche cosa in più di questa popolazione aborigena, della loro storia, delle loro tradizioni, delle usanze, dei loro diritti, del tentativo da parte dello stato svedese di rubare loro la terra, delle loro lingue e del loro modo di vivere la natura. Tutto questo ha aumentato il mio desiderio di spendere maggior tempo in quella dolce e aspra solitudine, immersa nel tesoro di una natura ancora da scoprire, quasi caotica. La vita mi ha regalato una bellissima figlia e con lei le escursioni con un sacco in spalla sembravano finite. Ma anche lei é stata introdotta allo stesso “rito” dai primissimi anni di vita e non so se sia perché ha anche un po’ di “sangue lappone”, o perché per ogni bambino tutto é una scoperta, ma da subito ha dimostrato un attaccamento particolare a questa terra, a questa natura selvaggia e alla cultura di questo popolo.

Oggi passiamo 6 settimane all’anno in quei posti, che sono diventati per noi la nostra “seconda casa”, una spiaggia di riposo, lontani dallo stress a cui la routine della vita di città ci sottopone. Per due estati siamo state a Staddajåkkå, un rifugio sul sentiero di Padjelantaleden, in uno dei tre parchi nazionali, 12 chilometri dalla famosa Staloluokta, per altri due a Tuotta, e la scorsa estate siamo state a Kisuris.

Staddajåkkå é una delle fermate del sentiero del parco nazionale; un sentiero sperduto tra i ghiacciai norvegesi e le montagne svedesi, un passaggio amato da turisti esperti, in visita della famosa Sorjosjaure, ai margini del parco nazionale. Duottar é invece la stazione più elevata del parco nazionale, a ben 1550 m di altitudine, in una zona più interna del parco nazionale che offre vedute da paesaggio lunare e dove nessuna pianta riesce a crescere. Kisuris invece si trova all’entrata di una delle due vie di accesso del parco, é quindi più frequentata da turisti di passaggio.

Per poter usufruire della capanna devo dare la mia disponibilità di aiutare o di soccorrere i bisognosi, di mantenere i contatti con la polizia in caso di acuto bisogno. Insomma di fare l’hostess. E io il turismo ce l’ho nel sangue, visto che vengo dalla laguna veneta! Ho imparato a fare il pane lappone e i pasticcini di cioccolato svedesi e tutto questo senza luce, acqua corrente, forno o comodità varie. Gli strumenti a mia disposizione sono l’acqua del fiume, la luce del sole e una bombola di gas su cui cucinare e riscaldare la capanna di 20 metri quadri in cui noi abitiamo. Tutto compatto, ma non manca nulla. La temperatura d’estate a queste latitudini può variare dai meno 5° ai più 20°. La natura offre tutto ciò di cui abbiamo bisogno; il fiume ci offre i suoi pesci, le renne sono la nostra compagnia.

La scansione delle giornate è intercalata tra momenti di lavoro, e momenti di relax. Le escursioni Lapponia Antonella pescaesplorative vanno preparate accuratamente, poiché non c’è nessuno che ci possa aiutare se ci troviamo nei guai o se ci perdiamo tra le montagne.

L’abbigliamento di cui disponiamo è importantissimo ma alquanto minimalista, per cui va pensato nei minimi dettagli. Tutto viene trasportato elicottero e non si può superare un certo peso. A queste latitudini servono vestiti di lana, calzini di lana e allo stesso tempo sandali e canottiera per i pochi giorni di sole intenso.

Di certo vi chiederete cosa possa fare una bambina di 10-11-12-13 anni sola con la mamma tra le montagne un mese. Beh molto più di quel che ci si possa immaginare; è infatti proprio sua la voglia di ritornare anche l’anno prossimo, di organizzare  questo viaggio al Circolo Polare Artico.

Spero di aver solleticato la vostra curiosità per questa parte del mondo ancora incontaminata, che merita di certo una visita!