Cena con sorpresa

Situazione: cena aziendale.

Non una di quelle a cui siamo abituati in Italia, però.

In Italia, le cene aziendali sono rare; sono più simili a un brindisi di Natale, con il capo che sciorina il discorso su come siamo stati bravi, l’azienda ha aumentato i profitti e si faranno molti sforzi per evitare il taglio del personale – discorso ottimo per digerire le quattro tartine alle uova di lompo e il panettone che arriva in regalo, nei casi più fortunati.

Sarà che all’estero il panettone non c’è, ma qui le cene aziendali hanno tutt’altro sapore.

Non si tratta nemmeno di cene, in effetti, ma di giornate.

I team day

I team day sono una consuetudine, in Olanda. Si tratta di eventi che durano un giorno intero, costruiti ad arte per socializzare, conoscere meglio i tuoi vicini di scrivania (o compagni di avventure tragicomiche in albergo, nel mio caso), fare gruppo.

I team day sono una gran figata, detta in italiano da letteratura.

Ad essere onesti, possono somigliare più a un tour de force che a un relax alla Spa.

Attacchi la mattina presto quando vorresti dormire, socializzi per 12 ore – roba drenante, per chi non è il tipo o magari quel giorno non è dell’umore -, fai cose che se dovessi scegliere un’attività per conto tuo non sempre te le andresti a prenotare.

Il lato positivo è che tutto ciò che è scritto nelle tre righe di sopra te lo dimentichi, una volta che ci sei dentro.

Il team day è un lungo momento in compagnia di gente che di norma saluti e basta e con la quale ti scambi solo dettagli di lavoro, con cui fa bene, invece, parlare di altro. Arrivi a conoscere lati nuovi di persone note; trovi punti in comune. A volte scopri nuovi interessi.

Il nostro team day 2019 ci ha visto in piedi per ore, accompagnato dalla pioggia battente di una Amsterdam gelida.

Sadico? Nah, è solo Amsterdam.

Questa nazione è tanto bella ma certo il tempo non è una delle sue qualità.

Tra meteo, workshop vari ed eventuali, ed una escape room (ragazzi, se non ne avete mai fatta una andateci, io le a-d-o-r-o), siamo approdati a una cena con sorpresa.

L’onda tragicomica

L’onda tragicomica della cena comincia con il rimbalzo fuori dal ristorante sbagliato.

In gruppo di dieci, uno di noi fa il capo scout con le indicazioni di Google Maps e noialtri componiamo un’unica scia. Quando la freccetta segnala che ci siamo, imbocchiamo tutti a sinistra, varcando il grande cancello di un ristorante superlusso. Ci guardiamo un attimo spaesati: due di noi entrano per accertarsi che i nostri capi abbiano davvero prenotato un posto così chic, nella mia testa dico “non sarà troppo?”. Pensiero cancellato due secondi dopo: siamo nel posto sbagliato. Tutti fuori.

La corretta meta è a 20 metri. Una porta appare, una porta di una casa, per la precisione. Tipo Alice nel Paese delle Meraviglie. Siamo confusi. E ci sentiamo pure un po’ ladri pronti a svaligiare un appartamento. Abbiamo sbagliato di nuovo?

Sorpresa: il luogo stavolta è giusto, e siamo davvero in un appartamento.

Mi guardo intorno.

Vedo la struttura di una tipica casa olandese, con la differenza che questa cucina ha un po’ troppi fornelli per essere quella di una casa, soprattutto una dutch. Gli olandesi non è che si ricordino proprio per le loro doti culinarie, e inoltre sono fissati con la cucina degli altri: Italia e Francia per la precisione.

L’accoglienza è top. Uno chef, una cameriera, antipasti sparsi molto italiani, un frigo con birra, vino, succhi di frutta.

Una lunga tavolata già apparecchiata ci aspetta.

Ci fiondiamo disperati & affamati sul buffet mentre penso “cool, stiamo per vivere un’esperienza sensoriale di ristorante alternativo. Un ristorante in casa. Mi piace.”

Errore: siamo noi a dover cucinare. L’esperienza è alternativa, ma sul serio.

Il cliché da barzelletta

Con una certa presunzione da mamma cuoca mista a stanchezza, si solleva un coretto comico nella mia testa: “possiamo fare che le italiane sono esentate da questa attività? Si sa che noi cuciniamo tutti giorni”.

Ma il Talismano della Felicità che sto abilmente sfogliando nel cervello si chiude subito quando realizzo che stiamo per darci alla cucina francese.

Questa mi è nuova.

Non ho mai cucinato francese, ci sarà da imparare.

Con la collega/amica in piedi al mio fianco, decidiamo che vogliamo contribuire insieme a questa esperienza. Ci stiamo divertendo, ci sarà da ridere sicuramente.

Lo chef sentenzia che i piatti richiedono la preparazione in gruppi di tre, ma ce ne è uno che richiede la partecipazione in sei. 

Alziamo la mano per il possesso della ricetta: ci piacciono i gruppi più allargati. La mia amica greca chiede di aggiungersi. Siamo a quota tre donne. Tiriamo dentro i tre maschi più vicini a noi.

Siamo bilanciati.

– Chef: “Gruppo da sei, voi cucinerete il piatto principale”.

– Gruppo da sei: “Yeee!”.

– Gruppo da sei quando realizza la ricetta: “Cazz, ci siamo inguaiati! ‘Sto piatto è pazzesco”.

Ma siamo gente di grandi speranze: uniamo le forze, mettiamo le mani uno sull’altro come le squadre sportive nei film di Hollywood e gridiamo al successo. Siamo pronti, siamo motivati!

Ci sono due italiani, due greci, uno spagnolo e un africano

Siamo così composti:

  • un’italiana
  • un’italo-cubana
  • una greca e un greco
  • un latinoamericano
  • un seychellese-mauriziano.

Sembra l’inizio di una barzelletta; è il mio team di lavoro per il seguente piatto spettacolare:

La cucina è enorme. 

A destra c’è il nostro gruppo che lavora la carne, le verdure e le salse:

A sinistra ci sono i gruppi che lavorano gli antipasti:

In un’ala separata, ci sono i gruppetti che lavorano i dolci:

Al centro, una piccola isola da mille gradi di cui Lucifero andrebbe fiero, a cui mancano le presine da forno (qualcosa di strano doveva pur esserci, in una cucina olandese), e dove la lotta ai fornelli la vince il più veloce; o quello con più burro da squagliare; o quello con più fagiolini da cuocere (io).

Sono esattamente in mezzo al mio gruppo, e osservo.

I latini si accoppiano e lavorano in spagnolo perché fanno prima, i greci si accoppiano e lavorano in greco perché fanno prima; io discuto la preparazione dei fagiolini in una lingua che non è la mia, cercando di non frustrarmi più di tanto, mentre il mio compagno di cucina pazientemente mi spiega tutti i termini di inglese che non conosco. Io e le mie manie di perfezione.

Totalmente persi, fissiamo le ricette per buoni dieci minuti cercando di capire come muoverci.

Ratatouille

Non ho idea di cosa stia accadendo alla postazione degli antipasti, né tantomeno a quella dei dolci, distante da noi anni luce.

Il Ramsey olandese si aggira freneticamente correggendo tutti gli inevitabili sbagli che una massa di 20 principianti sta commettendo, e ci salva la cena in corner permettendoci di non avvelenarci a vicenda.

Corre come un matto, suda un casino e si affanna, forse detestandoci tutti silenziosamente: deve essere una tortuta per uno chef vedere una cucina profanata. Mi sento un po’ in colpa.

Non ci sono misurini, in questa cucina olandese (i guanti da forno non sono l’unica cosa a mancare); non vedo bicchierini né dosatori di nessun tipo. A un certo punto mi ritrovo pure a cercare il dosatore dei cocktail: mi servono 25 ml di olio extravergine d’oliva.

Ed è qui che uso per la prima e unica volta in questa cena le mie doti da sud-europea: la mamma italiana che è in me riesce a creare una salsa per fagiolini dosando tutto a occhio.

Mi sembra di essere un ingrediente vivo di una ratatouille.

Ognuno di noi è un ingranaggio perfetto e deve fare la sua parte, per far sì che l’intero piatto riesca. Potremo essere considerati semplici, non soddisfacenti se presi separatamente, magari sbagliati. Ma la verità è che non importa quanto siamo grandi o quanta parte occupiamo in quel piatto: tutti contiamo.

Tutti giù per terra

Certo, una cena come questa non se la aspettava proprio nessuno. Ma ciò non toglie che l’esperienza sia stata unica.

Finalmente dopo un’ora e mezza il piatto principale è pronto; ci sediamo a mangiare, crollando sulle sedie con la grazia di tanti elefantini.

Io non sono notoriamente una che può permettersi di abbuffarsi per ragioni di salute, e per il mio stomaco il cibo calcolato a persona era davvero tanto; ma ho assaggiato un po’ di tutto e devo dire che Ramsey nostrano ha fatto un capolavoro aiutandoci nella realizzazione di piatti commestibili.

Inoltre, la stanchezza collettiva era tale che nessuno ha fatto le foto alle composizioni, a quanto pare. Sono riuscita a racimolare una insalata lionese, che vedete qui sotto:

Ma le foto, in fondo, non servono. Quello che ci siamo portati via valeva molto di più. Io, personalmente:

. ho conoscituo una nuova ricetta per i fagiolini, e chi l’avrebbe mai detto che esiste un’alternativa al prezzemolo e alla mentuccia;

. ho imparato nuovi termini in inglese;

. ora so come tirare fuori le cose dal forno senza ustionarmi nonostante le avversità;

. ho scoperto un nuovo modo di insaporire l’aglio;

. mi sono divertita a impiattare;

. ho assaporato ancora di più il varco di confine tra colleghi e amici;

. ho chiaramente una fissa per la realizzazione dei cocktail, visto che vado in giro a cercarne i misurini;

. e ho chiaramente anche una fissa per la pasta frolla, perché della torta di mele mi sono mangiata solo la crosta (mamma, lo so che stai leggendo e che non ti stupisci affatto);

. ho ripetuto una mia abitudine da ristorante tradizionale, ovvero osservare con attenzione chi è disposto ad aiutare la cameriera;

. mi sono chiesta perché la stessa cameriera fosse così triste;

. comunque la suddetta cameriera quella sera s’è innamorata, per fortuna;

. ho un grembiulino nuovo ricordino della serata;

. confermo che gli olandesi sono dei geni del business, essere pagati per far cucinare qualcun altro è machiavellico;

. persone di simili culture tendono ad agglomerarsi per sentirsi più protette;

. parlare la propria lingua madre è una comfort zone che non c’è niente di male a tenere;

. si può stare seduti a cena senza vino.

Ebbene sì, lo ho fatto. 

La cosa del vino, intendo.

Non potevo bere e sono andata ad acqua, tra gli sguardi di orrore dei miei commensali.

Senza vino a una cena francese, direte voi?

Poco male: siamo pur sempre in Olanda, qui i vini sono tutti con il tappo a vite.

E di questa cosa, devo ancora farmene una ragione.

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