Cervelli in fuga? Personali istruzioni per l’uso

Detesto l’appellativo “cervello in fuga” (al quale rispondo sempre -sì, lo sto ancora cercando-), ma la situazione della ricerca in Italia è tale da rendere un eroe chi resta (ovviamente non mi riferisco ai “raccomandati” di turno). Chi vuole continuare a fare ricerca senza dover lottare anche solo per ottenere una bottiglia di acetone per il laboratorio si vede spesso costretto ad espatriare. O meglio, come disse il mio prof. di tesi, a “guardarsi attorno”. In realtà, la mobilità degli scienziati è un arricchimento impagabile. Purtroppo il flusso verso l’Italia sembra mancare. La tragica morte di due dottorandi all’estero (Solesin e Regeni) ha fatto conoscere al grande pubblico non solo la parola “dottorando”, questa sconosciuta prima, ma anche la realtà di molti giovani che trascorrono anni all’estero per studio. Studio che è considerato un vero e proprio lavoro, con tanto di stipendio e tutele, a differenza del nostro Paese, ove un ministro si è permesso di dire che fare ricerca sia un hobby. Volete provarci? Ecco pochi consigli su come fare, dal basso della mia esperienza di post-doc da sei anni all’estero, avendo incontrato parecchi aspiranti dottorandi italiani, di cui purtroppo la maggior parte ha abbandonato definitivamente la scienza senza giungere al titolo.

Innanzitutto è doveroso sfatare alcuni miti:
1. Fare un dottorato di ricerca, come formazione ulteriore rispetto alla laurea (magistrale), non implica necessariamente una condanna a vita al mondo accademico. All’estero, una persona con un dottorato è ben accolta in molte aziende e nel pubblico. Al contrario dell’Italia, ove il dottorato per i privati è uno sconosciuto o è considerato una perdita di tempo o limita il futuro alla ricerca universitaria.

2. Nonostante l’età degli altri dottorandi stranieri sia in media inferiore alla nostra, il vero problema è che all’estero i dottorandi possiedono un grado d’indipendenza che noi in genere non conosciamo. Gli aspiranti dottorandi spesso si scrivono il progetto da soli ed hanno già pubblicazioni al proprio attivo. I ragazzi che ho visto lasciare il dottorato avevano vinto selezioni su un progetto vincolato, talvolta nemmeno inerente a quanto avevano studiato. Da noi indipendenza ed autostima non solo non sono insegnate, ma sono pure viste male!

3. Il supervisore all’estero generalmente non segue i propri dottorandi passo passo come il classico prof. italiano durante la tesi. Anzi, potrebbe pure non essere esperto nel settore disciplinare dei suoi studenti. Il suo compito è reperire fondi per la ricerca, spingere dottorandi e post-doc a pubblicare il più possibile, dar lustro all’istituto presentando il lavoro fatto in convegni internazionali. Nella maggior parte dei casi, per vederlo e parlargli bisogna prendere un appuntamento. In genere si comunica via email, anche se il vostro ufficio è a quattro metri dal suo. Le informazioni scientifiche e l’eventuale aiuto in laboratorio arriveranno dai colleghi e dai post-doc.

cervello in fuga

stereotipo del “cervello in fuga”

Ora siete pronti a partire. Cosa fare? Per intraprendere un dottorato all’estero, ci sono almeno due possibili strade, indipendentemente dalla disciplina: a) candidarsi per un posto da dottorando in un determinato ateneo come da bando, b) contattare un professore e proporgli di scrivere un progetto per richiedere fondi.

a) I bandi per dottorandi si trovano su siti specializzati (per esempio, per geologi: link), in mailing list di settore e sul sito istituzionale dei vari atenei. Generalmente l’application è on line (con un sacco di domande strane in UK), o si può inviare in PDF, ma talvolta vi verrà richiesta cartacea (spesso in Germania). L’application dovrà contenere una o due pagine sulla vostra esperienza nella ricerca e sui progetti futuri. Questa è la vostra presentazione e vale più del curriculum in sé. La selezione è soggettiva ed insindacabile (l’italica “oggettività” per punteggio, magari riconsiderata dopo ricordo al TAR, non esiste), quindi non scoraggiatevi anche se pensate di avere un cv risibile ed il vostro inglese è minimo. L’importante è mostrare la passione, l’entusiasmo e la voglia di fare. Se si viene selezionati per un colloquio (in genere spesato dall’ateneo invitante), si dovrà preparare una presentazione secondo le regole dettate e giocarsi il futuro in quei cinque-dieci minuti, cui seguirà un vero e proprio interrogatorio con domande da campionario e tour nei laboratori per valutare quanto bene ci si possa integrare.

b) Se sognate di lavorare per una persona particolare o un laboratorio prestigioso, anche se non avete ancora un’idea precisa di cosa vorreste fare, prendete contatti. Classica email (in inglese o nella lingua locale, se la conoscete a sufficienza) con breve presentazione e la dichiarazione che vi piacerebbe svolgere il dottorato presso quella persona. Non è sicuro riceviate una risposta, potrebbe essere che il prof., super impegnato, inoltri la domanda ad un suo post-doc o dottorando, ma come dice il mio capo “se uno non chiede, è sicuro di non ottenere”. La cosa migliore sarebbe avere già un’ideuzza, da proporre al prof. con cautela, perché questo mondo è affascinante e spettacolare ma ci sono pure squali che non si fanno tanti scrupoli ad appropriarsi delle idee altrui. Mostrarsi propositivi è sempre una buona partenza. Il prof. saprà indirizzarvi per i fondi necessari. Meglio ancora se conoscete già le agenzie nazionali di finanziamenti (si trovano su internet) ed i vari programmi possibili.

Il fatto di essere italiani potrebbe essere un vantaggio: gira voce che la nostra preparazione sia piuttosto buona e soprattutto ampia, per cui siamo in grado di dedicarci ad argomenti anche diversi da quello di laurea. La sottoscritta ne è un esempio, ho cambiato materia di studio, pur usando più o meno le stesse tecniche, tra laurea  e dottorato e poi ad ogni post-doc. In sostanza, fare un dottorato all’estero richiede motivazione e costa fatica, in aggiunta alla nostalgia di casa ed alla difficoltà di trovarsi in un altro paese. In compenso, però, si riceve un ottimo stipendio (attenzione! In Austria e Germania talvolta fanno contratti part-time, ossia da 20h settimanali, questo implica uno stipendio dimezzato… ossia tanto quanto prendereste in Italia), lo stipendio include la tredicesima ed i giorni di ferie, l’assegno di disoccupazione al termine del contratto e piene tutele in caso di gravidanza (anche i padri possono chiedere il parental leave e per le donne ci sono progetti appositi per promuoverne il ritorno nella ricerca dopo la nascita di un figlio), s’impara a padroneggiare l’inglese scientifico ed a seconda della nazione scelta pure un’altra lingua, si pubblica parecchio (publish or perish, non è uno scherzo) costruendo un CV appetibile per il futuro, s’instaurano amicizie con colleghi da tutto il mondo, si lavora in laboratori all’avanguardia e si hanno a disposizione fondi per partecipare ai convegni, etc. Né l’università né il paese ospite sono mai come ce li siamo immaginati dall’Italia. Per certi aspetti potranno essere una delusione, ma il bilancio finale sarà sicuramente positivo. In bocca al lupo!

P.S. I “consigli” valgono pure per un post-doc all’estero e per qualsiasi disciplina, non solo in campo scientifico. Anche a livello europeo l’ambiente si fa sempre più competitivo ed i fondi scarseggiano. La domanda “pensi di tornare in Italia?” mi viene rivolta sempre più spesso. La risposta non è cambiata nel tempo: no, se non costretta dagli eventi. Mi sono sentita rifiutata dal mio Paese. Non cacciata, ma nemmeno valorizzata com’è stato poi all’estero. Se anche volessi rientrare, sarebbe estremamente difficile. Lo sapevo. Il mio prof. di laurea mi avvertì: questo è un biglietto di sola andata.

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1 commento
  1. Elisa
    Elisa dice:

    Ciao!
    Grazie di quest’articolo! Non Sono solo istruzioni per l’uso! E’ da stampare in piu copie e da dare a chi ti chiede cosa fai fuori! Io sono dottoranda al terzo anno tra Belgio e Francia. Mi pesa stare fuori e dall’Italia mi aspettano a braccia aperte. Ma so che se torno non potrei fare cio che amo, o sarebbe molto difficile! Alle volte penso di essere schizzofrenica… Mi sveglio e voglio combattere per stare qui o mi sveglio e sono stanca e voglio tornare, a qualsiasi prezzo. Non dovremmo nemmeno arrivare a questo, ma penso sia comune a molti! Tieniamo duro e andiamo avanti!

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