“Ciao Americana!”

Pensieri sull’identità

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Piazza Castello, Torino

Ciao, americana!”,

 

rigorosamente con la pronuncia italo-americana di un/a statunitense in vena di parlare italiano.

E’ il saluto che mi è stato rivolto infinite volte in Italia durante le vacanze di Natale.

A quasi un mese dal mio ritorno a casa, mi è venuto da pensare che qualche sfumatura nei miei atteggiamenti sia stata influenzata dalla mia permanenza negli Stati Uniti. Oppure, inconsciamente, io sia cominciata a diventare una di quelle persone che vivono a cavallo tra due culture: non si è mai interamente parte di una ma non si è più completamente parte dell’altra.

Durante il semestre primaverile 2018, ho seguito un corso chiamato Transnational Literature. 

Già il nome aveva stuzzicato il mio interesse – anche se sarei stata obbligata a stare in università fino alle otto di sera – e il corso non ha deluso le mie aspettative: la parte di letteratura accendeva discussioni che si dilungavano per tutta la durata della lezione e una buona fetta riguardava la vita personale di ognuno di noi.

La vita degli studenti di lingue straniere, è noto a tutti, cammina a cavallo di culture, lingue e mentalità a volte completamente diverse l’una dell’altra (per questo i poliglotti sono considerati un po’ matti, ma questa è un’altra storia). 

E la vita degli expat è proprio una bilancia, sulla quale mettere da una parte tutto ciò da cui arriviamo, e dall’altra tutto quello che incontriamo nel paese che ci ospita.

Quante volte ci siamo sentite chiamare l’italiana nel paese che abbiamo scelto come nostro e – nel mio caso – l’americana in Italia, non capendone veramente il perché di quest’ultimo?

Alla fine è solo un anno e mezzo che vivo negli USA, perché mi chiamate l’americana?

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“Hey Americana!” Una frase costante delle serate!

Eppure ci sono sfumature del carattere, atteggiamenti, gesti, approcci che cambiano impercettibilmente.

Ci ritroviamo gli occhi straniti addosso dei nostri familiari e amici, in entrambi i paesi, che ci guardano come fossimo una bizzarra creatura mitologica; una specie di Minotauro ma meno pericoloso e con meno sbuffi da naso.

I primi giorni in Italia non sono riuscita a mettere una parola in fila all’altra in italiano senza infilarci qualche costruzione o parola inglese; stessa situazione a gennaio, al rientro in America con conseguenti risate a crepapelle della mia coinquilina… situazioni tragi-comiche!

Oppure la fermata completa al segnale di STOP ad un incrocio nelle strade di Torino mentre dietro di me si innalzava la quinta sinfonia di Beethoven a suon di clacson: un’altra tragi-commedia!

E ancora, l’estrema normalità che attribuisci all’inviare una mail e ricevere una risposta entro 48 ore, oppure all’usare il bancomat o la carta di credito pure per comprare la verdura alla bancarella del contadino.

“Si dai, smettila di fare la splendida!”, qualcuno pensava. In realtà non facevo la splendida.

Ma mi ritrovo a mettere su l’ennesima faccia dubbiosa e a chiedermi se veramente non stia adottando qualche comportamento meno italiano pur sentendomi ancora profondamente legata al mio paese, sia attraverso i miei comportamenti, che ai valori, agli usi e ai costumi che porto avanti con un certo orgoglio anche all’estero.

E mi ritrovo a pensare a una lezione in particolare, chiusa con una frase della figlia della mia collega, di mamma italiana e papà americano: alla domanda “ma tu ti senti più italiana o americana?” il tono secco della risposta ci ha lasciato tutti di stucco e ammutoliti: “Ma che domanda è? Tutte e due, no?”.

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Piazza San Carlo, Torino

1 commento
  1. Alessandra
    Alessandra dice:

    Come ti capisco, a Natale a casa mi chiamavano tutti la cinesina -.- e io in effetti non facevo altro che passare col rosso, spintonare i passanti (abituata a questa assurda folla di un miliardo e mezzo di persone) e usare intercalari cinesi a caso. Ma alla fine è bello, diventa un tratto distintivo tutto personale.

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