masai africa kenia

Clitoridectomia, ovvero quando le ragazzine diventano vere Donne

Condividete questo post….è importante far conoscere la verità.
Più saremo e più facilmente si arriverà all’eliminazione delle mutilazioni genitali nel mondo.

Grazie, Donatella.


In Somalia, e in tanti altri paesi dell’Africa, la circoncisione, la clitoridectomia e l’infibulazione sono pratiche tutt’ora in uso.

Personalmente, avendo un marito Masai, ho partecipato alla cerimonia dei festeggiamenti nelle ore immediatamente successive ad una clitoridectomia e devo dire che il ricordo che mi è rimasto di quell’esperienza e l’impressione che ne ho tratto è  che i Masai vivono quel momento come una festa ancora più brillante ed emozionante di quella di una nascita.

Si… perché per i Masai (e suppongo per tutte le tribù che praticano questa ORRIBILE tradizione ) quello è il vero momento della rinascita, o meglio, della vera nascita di una donna o di un uomo.

Per i Masai infatti la pratica della mutilazione genitale viene effettuata verso i 13/15 anni.

Una ragazzina diventa donna e un ragazzino diventa uomo; quest’ultimo sarà un guerriero pronto a sfidare la savana e tutti i pericoli che ne conseguono.

Ciò farà sì che, dopo un periodo di totale immersione nel mondo wild, tornerà a casa e sarà capace di proteggere una famiglia. Moglie e figli. Ecco che anche lui potrà quindi sposarsi.

Ho tentato di capire le ragioni profonde di questo rito, mi sono messa a parlare  con le ragazzine che stavano per sottoporsi a questa orribile pratica e devo dire che, nella mia vita, non ricordo di aver visto emozioni così gioiose e cariche di attese come sembrava le stessero vivendo loro.

Se dovessi fare un paragone, direi che le ragazzine Masai con la loro eccitazione pre-clitoridectomia mi hanno fatto venire in mente il momento in cui stavo per diventare maggiorenne,  quel momento  che apre la porta alla maturità anche a noi occidentali e che, finalmente, ci legittima al conseguimento di benefici di vario ordine come ad esempio il prendere  la patente di guida , o il sentirsi  più liberi di decidere per sé stessi  e per il proprio  futuro.

Sì, perché le ragazze che si sottopongono a questo rito, sanno che nel momento in cui verranno private di ”quella” parte del loro corpo considerata inutile  (addirittura alcune tribù la considerano un di più) diventeranno delle  vere donne. Donne con la “D” maiuscola.

Inoltre, potranno prendere marito e questo è, per le ragazzine Masai, l’evento più atteso, perché presumo (e in parte ne sono convinta) che,  grazie al matrimonio, potranno finalmente avere  una casa tutta loro.

In quella condizione di Donne, diventeranno loro le “matriarca” e fuggiranno così da una situazione in cui, nella famiglia paterna, erano state trattate da schiave in miniatura svolgendo varie incombenze quali prendere la legna e l’acqua, badare ai fratellini minori, portare al pascolo le capre e le pecore, mungere il latte, preparare i pasti per la famiglia nel recinto di casa.

Insomma, non è che poi saranno  meno schiave di un marito, ma,  finalmente, potranno  decidere quando e come esserlo e, magari, essere loro stesse a dare ordini ai figli che verranno dal loro matrimonio. Figli visti come aiuti e manovalanza (diremmo noi) per la famiglia. Un figlio in più: un aiuto in più in casa per la madre.

Questa è la mentalità Masai che ho voluto raccontarvi vivendola da vicino da molti anni.

autriceEd ecco ora  la clitoridectomia dal racconto di Hirsi Ali Hadyaan …che l’ha vissuta sulla sua pelle:

(Ayaan Hirsi Ali, nata Ayaan Hirsi Magan, è una politica e scrittrice somala naturalizzata olandese, nota soprattutto per il suo impegno in favore dei diritti umani e in particolare dei diritti delle donne all’interno della tradizione islamica – Wikipedia)

“Poi toccò a me. Ormai ero terrorizzata.
– Quando avremo tolto questo “kintir” (clitoride) tu e tua sorella sarete pure.- Dalle parole della nonna e degli strani gesti che faceva con la mano, sembrava che quell’orribile kintir, il mio clitoride, dovesse un giorno crescere fino a penzolarmi tra le gambe. Mi afferrò e mi bloccò la parte superiore del corpo … Altre due donne mi tennero le gambe divaricate. L’uomo che era un cinconcisore tradizionale appartenente al clan dei fabbri, prese un paio di forbici. Con l’altra mano afferrò quel punto misterioso e cominciò a tirare…Vidi le forbici scendere tra le mie gambe e l’uomo tagliò piccole labbra e clitoride. Sentii il rumore, come un macellaio che rifila il grasso da un pezzo di carne. Un dolore lancinante, indescrivibile e urlai in maniera quasi disumana. Poi vennero i punti: il lungo ago spuntato spinto goffamente nelle mie grandi labbra sanguinanti, le mie grida piene di orrore … Terminata la sutura l’uomo spezzò il filo con i denti…Ricordo le urla strazianti di Haweya, anche se era più piccola, aveva quattro anni, scalciò più di me per cercare di liberarsi dalla presa della nonna, ma servì solo a procurarlo brutti tagli sulle gambe di cui portò le cicatrici tutta la vita.
Mi addormentai, credo, perché solo molto più tardi mi resi conto che le mie gambe erano state legate insieme, per impedire i movimenti e facilitare la cicatrizzazione (dato che c’è stata una perdita di sostanza, clitoride e piccole labbra, le gambe legate insieme permettono la cicatrizzazione, ma la cicatrizzazione avviene in retrazione. Non c’è più tutto il tessuto necessario perché le gambe possano essere divaricate completamente. Nessuna farà più la spaccata. Anche dare un calcio a un pallone può essere impossibile, come andare a cavallo o, nei casi più gravi, nuotare a rana. Nei casi più gravi, dove infezioni riducono ulteriormente il tessuto, le donne non possono più divaricare le gambe per accovacciarsi e urinare e, dove non esistono water, devono urinare dalla posizione in piedi con l’orina che scola tra le gambe, scola un filino alla volta, una goccia alla volta.) Era buio e mi scoppiava la vescica, ma sentivo troppo male per fare pipì. Il dolore acuto era ancora lì e le mie gambe erano coperte di sangue. Sudavo ed ero scossa dai brividi. Soltanto il giorno dopo la nonna mi convinse a orinare almeno un pochino. Oramai mi faceva male tutto. Finché ero rimasta sdraiata immobile il dolore aveva continuato a martellare penosamente, ma quando urinai la fitta fu acuta come nel momento in cui mi avevano tagliata. Impiegammo circa due settimane a riprenderci. La nonna accorreva al primo gemito angosciato. Dopo la tortura di ogni minzione ci lavava con cura la ferita con acqua tiepida e la tamponava con un liquido violaceo, poi ci legava di nuovo le gambe e ci raccomandava di restare assolutamente ferme o ci saremmo lacerate e allora avrebbe dovuto chiamare quell’uomo a cucirci di nuovo. Lui venne dopo una settimana per esaminarci. Haweya doveva essere ricucita. Si era lacerata urinando e lottando con la nonna…L’uomo ritornò a togliere il filo dalla mia ferita. Ancora una volta furono atroci dolori per estrarre i punti usò una pinzetta. Li strappò bruscamente mentre di nuovo la nonna e altre due donne mi tenevano ferma. Ma dopo questo anche se avevo una ruvida spessa cicatrice tra le gambe che faceva male se mi muovevo troppo, almeno non fui più costretta a restare sdraiata tutto il giorno con le gambe legate. Haweya dovette attendere un’altra settimana e ci vollero quattro donne per tenerla ferma… Non dimenticherò mai il panico sul suo viso e nella sua voce…Da allora non fu più la stessa…aveva incubi orribili. La mia sorellina un tempo allegra e giocosa cambiò. A volte si limitava a fissare il vuoto per ore. (svilupperà una psicosi) … cominciammo a bagnare il letto dopo la circoncisione.”
grafico mutilazioni

Ayaan Hirsi Ali ha vissuto tutto questo….e ora lotta affinché’ si possa arrivare a un cambiamento

 

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5 commenti
  1. Donatella Kenya
    Donatella Kenya dice:

    Condividere e far conoscere il problema a chi crede che determinate tradizioni siano solo raccontate ma non piu’ attuali. Questa tradizione sta subendo notevoli sforzi da parte di associazioni internazionali che lottano affinche’ venga decisamente eliminata in tutto il mondo. Il problema e’ che , con i tanti immigrati che arrivano anche nel nostro paese Italia, le mutilazioni genitali femminili non si sono fermate. ANche in Italia continuano ad essere esercitate. PArlatene…piu’ siamo e prima vinceremo.
    Donatella – Kenya

    Rispondi
    • margherita
      margherita dice:

      e’ di pochi gg fa la notizia che la Nigeria ha stabilito che questa pratica e’ illegale, speriamo che sia il primo di tanti paesi. Parliamone sempre hai ragione Donatella.

      Rispondi
      • Donatella
        Donatella dice:

        Per fortuna non e’ il solo paese ad aver dichiarato illegale questa pratica. Il problema pero’ sta nelle tribu’ , che hanno ancora quella voglia di non ”tradire” le tradizioni..e quindi la pratica e’ vietata dallo stato..ma sempre ancora eseguita nei villaggi. Quindi..parliamone e facciamo capire , laddove possiamo, che non deve farsi.
        Dona – Malindi, Kenya

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  2. Sabina P.-Kamara
    Sabina P.-Kamara dice:

    Si, bisogno parlarne e soprattutto andare in situ abbandobati dove segretamente la pratica é tuttora applicata. La proibizione non basta, perché é spesso oltreggiata in segreto. Il Vero segreto consiste nel mantenere la festa ed abolire l’atrocitá. Ed intanto Sensibilizzare le comunitá sui gravi effetti della pratica sulla salute della Futura Donna.

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  3. Giuseppina
    Giuseppina dice:

    Grazie per questa testimonianza. Io sono convinta che tutte le tradizioni culturali abbiano delle ragioni, e finché non possono essere cambiate queste ed i presupposti culturali che ne costituiscono le fondamenta, non c’è cambiamento possibile. L’eccitazione che documenti nelle ragazzine si spiega e comprende molto bene purtroppo. In quella società la mutilazione genitale è l’unico modo per diventare Adulti restando integrati nella propria società. Gridare all’orrore o allo scandalo purtroppo non ha molto senso. Come le dovute distanze, in Italia fu una siciliana a mettere clamorosamente in discussione il matrimonio riparatore espressione di una società patriarcale e maschilista dove le donne avevano un ruolo solo come mogli e madri e un ruolo per di più subordinato in tito a quello maschile: non c’è modo di cambiare i modelli culturali se non dall’interno.

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