Come si svolge un colloquio psicologico

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Cosa vi dovete aspettare quando andate a colloquio con uno psicoterapeuta?

Questo è il terzo post che faccio sull’argomento perché è un argomento interessante e non facile. Poi, se uno sa cosa aspettarsi, il resto viene da sé, nel senso che si prende il coraggio a quattro mani e si va magari al colloquio.

Il colloquio psicologico direttivo

Abbiamo il colloquio direttivo, che non è il mio favorito e non credo sia quello di molti. L’idea è quella che ci sia una realtà oggettiva da scoprire. Il paziente si esprime e descrive una serie di sintomi che descrivono questa realtà. Si assume che i sintomi dipendano da una realtà oggettiva e specifica, che la descrivano.

Ecco, la parola chiave nel colloquio direttivo è oggettività dei sintomi, che il terapeuta cerca di inquadrare in uno schema sindromico.

Si nega che il sintomo possa aver un valore comunicativo di altro tipo oltre a quello di descrivere questa realtà oggettiva sottostante. Il delirio è una realtà patologica del paziente e non viene visto come trasformazione della realtà. Il delirio in questa accezione è realtà e non immaginazione o deformazione della realtà.

All’inizio del colloquio direttivo si ha un momento fluttuante da parte dello psichiatra o dello psicoterapeuta che serve a raccogliere tutti gli elementi per fare una diagnosi e scoprire altri segni che confermano l’ipotesi diagnostica. Nel colloquio clinico di tipo direttivo si vede la malattia come di origine organica e i sintomi sono fatti obiettivi, si crede che il paziente abbia come unico scopo quello di poter guarire, l’esame psichico viene equiparato a una sorta di anatomia patologica del paziente. Questo tipo è solo un tipo di colloquio, e non il favorito da chi scrive.

Il colloquio psicodinamico

Ora, introduciamo il colloquio psicodinamico anche se non è la mia tradizione, nel senso che, anche avendo letto molto e avendo dato degli esami di psicodinamica, non è il mio indirizzo clinico. Finora abbiamo parlato del colloquio direttivo, ora passiamo a quello non direttivo saltando alla psicodinamica.

Qui non si parla di realtà oggettiva, si cercano di capire le motivazioni, i conflitti e le modalità relazionali, si cercano di far emergere le esperienze conflittuali inconsce.

Le motivazioni della malattia non si vedono direttamente nelle motivazioni razionali del paziente. Si cerca di comprendere le relazioni passate con le figure significative e spesso i conflitti passati riemergono e si spostano sullo psichiatra e sullo psicoterapeuta che è lì.

Quindi è importante vedere e notare come il paziente si comporta nello spazio, nella bolla che si è creata con lo psichiatra che è di fronte a lui e cosa ricrea in quel momento. La psichiatra o lo psicoterapeuta cerca di sapere di più della storia del paziente, della sua infanzia e del suo vissuto. Infatti, parte dall’ipotesi psicogenetica secondo cui la struttura psicologica di una persona si forma attraverso le relazioni, non è determinata principalmente da fatti somatici. Sono i rapporti che strato dopo strato la costituiscono.

Il transfert nel colloquio psicologico

Dentro di noi abbiamo per lo psicoterapeuta psicodinamico non solo una serie di fatti che sono avvenuti ma anche un universo di rappresentazioni. Si può parlare di una figura significativa per noi in maniera oggettiva, descrivendone il tipo di lavoro, gli hobby e l’età, per esempio, ma questo non basta a chi è d’orientamento psicodinamico

Si attua il transfert con lo psichiatria che è la ri-attuazione di vecchie relazioni. Vi è dentro di noi una rappresentazione delle figure significative che riviviamo con il terapeuta. Insomma, nel transfert si attua la ripetizione di emozioni e vissuti passati.

All’inizio del rapporto psicodinamico lo psicoterapeuta osserverà il paziente, il comportamento, tutto l’osservabile e poi si passa alla comunicazione verbale vera e propria. Quindi la prima parte si chiama “osservazione”, poi vi è la parte delle “operazioni”.

Durante la prima parte si osserva per esempio la postura, il modo di muoversi e camminare, la mimica, l’atteggiamento di tutto il corpo, i gesti, le mani, lo sguardo. Insomma, si osserva tutto, anche il modo di vestirsi. Si cerca di guardare anche alla sudorazione, il rossore delle guance per esempio. Questi sono tutti segni che mostrano lo stato emotivo di una persona a cui bisogna fare attenzione.

Poi si passa alla parte della comunicazione verbale, le operazioni. Parlare di sola comunicazione verbale non è sufficiente, bisogna parlare anche di comunicazione vocale, dove si notano gli aspetti paralinguistici. È importante differenziare, perché possono esprimere modalità completamente diverse, cioè possono essere opposti al discorso razionale che si sta facendo.

L’importanza del contenuto non va sottovalutata. Lo psicoterapeuta è in relazione emotiva con il paziente e ascolta e partecipa e avrà delle emozioni controtransferali che vanno comunque elaborate. Nel senso che il paziente proietta sul terapeuta e il terapeuta ha delle emozioni come risposta a queste emozioni. Insomma, bisogna capire le proprie emozioni se si vuole capire quelle degli altri: l’equazione personale non va mai sottovalutata.

È proprio la relazione emotiva che è uno strumento nel dialogo psicodinamico.

Durante la raccolta dati si forma nello psicoterapeuta il reticolo cronologico della vita del paziente dove prendono il loro posto gli avvenimenti e i vissuti del paziente, in modo diacronico. Bisogna inoltre capire cosa veramente voglia il paziente, le sue richieste latenti, e le aspettative vanno interpretate. È importante capire cosa è il terapeuta per il paziente, ovvero comprendere cosa rappresenta veramente. Il terapeuta dovrà cercare di capire il mondo interiore del paziente, le sue rappresentazioni interne. Ed è difficile cercare di formulare i veri parametri per vedere cosa si aspetta il paziente.

Ecco, questo e molto altro vi dovete aspettare da un colloquio psicodinamico. Non ho potuto essere più specifica ma spero di aver suscitato almeno la curiosità e dissipato paure se ce n’erano.

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