Compito: “Intervista un immigrato”

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Io che sono sempre quella che fa domande a tutti e scrive molto anche per lavoro, mi sono trovata ad essere intervistata sulla mia vita da emigrante da una persona molto speciale. Mio figlio Leo.

L’intervista era parte di una ricerca per la scuola. I miei ragazzi, in Grade 5, stanno lavorando sulla tematica della recente immigrazione ed il suo impatto politico e sociale in Canada nell’ambito dei social studies.

Lo scorso anno in Grade 4 avevano iniziato questo discorso studiando la prima colonizzazione Inglese e Francese e la nascita della Confederazione.
Tutta un’altra prospettiva rispetto alla storia assolutamente eurocentrica che ho studiato io. Cambio generazionale e cambio di continente mi mettono in contatto con un modo nuovo di imparare e fare scuola, che meraviglia! 

Ma torniamo a noi, dicevo, sono stata intervistata da questo terribilmente sagace piccolo adulto che è mio figlio, 10 anni, grandi occhi neri e millemila domande da fare, sempre, in ogni occasione. Stavolta si è dovuto limitare a 5, secondo le istruzioni dell’insegnante e ne ha scelte di molto interessanti.

Domande che mi hanno fatto riflettere sulla prospettiva pulita e senza fronzoli di un bambino su una questione tanto grande e complessa come la decisione di trasferirsi all’estero. 

A parte la dovuta richiesta di informazioni circa i passaggi burocratici che io e suo padre abbiamo dovuto affrontare per venire in questo paese, le sue domande vertevano tutte più o meno su un punto. “Sei felice di aver preso questa decisione?”. 

Perché, alla fine di tutto, cosa conta davvero se non il fatto di essere felici? 

Ho risposto di sì, che la mia scelta mi ha fatto felice ma ho anche aggiunto che non è tutto solo bello, c’e la nostalgia con cui fare i conti. Volevo che lo scrivesse. I bambini sono restii a parlare della tristezza (grazie al cielo) ma ho insistito perché lui, e i suoi compagni che avrebbero assistito alla presentazione della sua ricerca, dovevano avere tutti i pezzi del puzzle. 

È bello essere felici, ma è ok non esserlo sempre al 100%. 

Ma allora come gestire questo piccolo fardello di tristezza che, pare, non lasci mai del tutto il cuore di chi parte? Ricreando un po’ del “vecchio mondo” qui.

“Mamma dammi un oggetto che ti sei portata dall’Italia e dimmi perché lo hai portato con te, lo voglio mostrare in classe!”

Gli ho dato la macchinetta del caffè, la moka che ho comprato in Italia quando io e suo padre abbiamo comprato la nostra casa, quella dove pensavamo di invecchiare. La moka che abbiamo acceso per 7 anni sui fornelli di Napoli e una mattina di 5 anni fa si è posata sulla piastra elettrica della nostra prima casa a Vancouver… quella macchinetta del caffè, con il suo profumo ed il suo calore, è il passato e il presente. È casa. 

È stato emozionante far parte di questo progetto scolastico, esserne una delle voci insieme ad altri genitori o nonni (praticamente qui nessuno è canadese oltre la terza generazione). È stato bello sapere che i miei ragazzi avrebbero ascoltato tutte quelle storie che sono un dono per l’animo aperto e generoso dei ragazzi. Un dono che ribadisce l’idea che già loro stessi hanno: essere tutti diversi è solo una ricchezza, una grande occasione di crescita per tutti.

Sono ventinove bambini e, come vi ho racontato in altri articoli, nessuno ha lo stesso background culturale.

Praticamente tutti parlano una lingua diversa dall’inglese in casa, mangiano cibi diversi a pranzo e hanno tante storie speciali da raccontarsi, ambientate in luoghi lontani dai nomi esotici o famosi che loro chiamano “dove vive il resto della mia famiglia”.

Ma una storia più di tutte mi ha colpita ed è l’unica storia che non parla di emigrazione, una voce sola su ventinove, una voce speciale, specialissima.

La storia dell’unica bambina First Nation della scuola.

I First Nation sono gli indiani d’America. Quelli che c’erano prima di tutti. Quelli che hanno osservato l’arrivo degli altri e tristemente lo hanno subito con tragiche conseguenze per la loro vita e la loro cultura.

Vi scriverò di loro, mi sembra un atto dovuto. Vi racconterò di queste genti che non sono emigrate ma è come se lo fossero, genti che hanno visto la propria vita stavolta e il loro paese diventato irriconoscibile.

1 commento
  1. Giovanna Pandolfelli
    Giovanna Pandolfelli dice:

    Bellissima riflessione su come tutti noi all’estero siamo migranti. Possiamo chiamarci expat e non essere partiti con la valigia di cartone o su un barcone fatiscente (grazie a Dio) ma il sostrato umano ed emotivo ci accomuna a tutti coloro che, ieri e oggi, si allontanano dalle proprie radici in cerca di conoscenza e di altrove. Un post commovente, grazie!

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