Lasciare la mobile home e dire arrivederci.

Lasciare la mobile home, lo confesso, non è stato facile.
È stato dolce-amaro e un po’ malinconico. Significava rinunciare ad una camera (quasi sempre) solo per me in virtù di una stanza condivisa. Voleva dire rinunciare all’indipendenza di questi primi mesi alla scoperta dell’Algarve in virtù di una sedentarietà provvisoria. Lasciare quel cubo di lamiera voleva dire congedarsi anche da un’esperienza che mi ha insegnato tanto. Un’esperienza che mi sta spingendo a cercare altri stimoli e a farlo altrove.

Con un sorriso un po’ a metà, mi sono chiusa la porta alle spalle. Con un sospiro, ho accarezzato per l’ultima volta Mamao, il gatto dei vicini che si era fatto adottare a forza. Ho sfilato la chiave dalla toppa, ho preso il mio zaino e mi sono messa in marcia.

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Mamao, il gatto che si è fatto adottare con la forza

“Non voglio dire arrivederci perché mi renderebbe triste. E io non voglio essere triste”.
Queste sono state le parole di Isabelle, la mia attuale coinquilina, prima di salutare il micino.
Io, però, non sono triste. È strano, perché detesto gli addii e non ho un buon rapporto con le separazioni. Eppure, ho chiuso la porta della mobile con un sorriso. Questa volta, lasciare significava dire “grazie”, non “addio”.

Lasciare andare senza dimenticare quanto imparato.

In quel contenitore di latta e di legno, dove d’estate fa caldo e d’inverno fa un po’ fresco, ho imparato tante cose. Ho imparato a fare la doccia in meno di tre minuti, perché la bombola del gas è un bene prezioso. Non va assolutamente sprecato e il boiler si accende solamente per lavarsi. Ho capito quali sono le cose essenziali, per me. Ho realizzato quali sono, invece, quelle di cui posso fare a meno. Invece di concedermi un abbonamento a Netflix, ho trascorso ore con un libro oppure un quaderno in mano. Ho imparato a staccare la spina, spegnere il telefono e godermi le stelle. Il cielo dell’Algarve, credetemi, è meraviglioso. Ho scoperto, mannaggia, che sono più simile a mia madre di quanto non pensassi. Abbiamo la stessa mania del riordino, la stessa buffa disciplina, le stesse piccole grandi fisse.

Lasciare andare perché “ce l’abbiamo fatta”.

Lasciare la mobile home significa lasciarsi alle spalle gli spettri un po’ sbilenchi delle serate passate a consolare Kerry. Se chiudo gli occhi, la rivedo accovacciata sul divano, vittima dei propri fantasmi e delle proprie tragedie. Congedarsi, questa volta, ha voluto dire sorridere delle ore trascorse ascoltando l’ennesimo resoconto delle peripezie giapponesi di Jason. Chiudere quella porta mi ha fatto tirare un sospiro di sollievo al pensiero di tutte le magagne successe tra ottobre e novembre.
“Ce l’abbiamo fatta. Siamo sopravvissuti”.

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Lasciare andare l’anno appena trascorso.

È stato un anno complesso, questo 2018, fatto di grandi svolte, frenate in curva e (ri)partenze un poco incerte. Mi ha vista entusiasta, poi demoralizzata, poi ancora stremata e infine nuovamente determinata, l’anno appena trascorso.
Ho preso decisioni più grandi di me. Sono riuscita a mettere da parte, almeno per un po’, la paura di non farcela. Ho rimesso in moto l’energia che mi spingeva a volere di più. Lasciare andare questo 2018, fare un inchino e congedarsi, significa prendere atto di tutto questo e proseguire. Chi si ferma, dopotutto, è perduto. Non so bene cosa farò in questo nuovo anno. Ho una nuova meta e un nuovo progetto al quale contribuire,  al momento, anche se solo per un mese o poco più. Non so cosa ne sarà di me, ma ho smesso di pianificare e di volermi allineata ad una vita che mi stava schiacciando. Faccio spazio ad una vita ancora tutta da costruire, a mete da pianificare, a sogni da realizzare.

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Lasciare andare con coraggio.

Lasciare andare, per la prima volta in una vita intera, significa avere coraggio e non paura. Da piccola, ho sempre pensato che questo genere di coraggio appartenesse solo agli eroi oppure ai sognatori. Ora, da quasi adulta in perenne crescita e movimento, me ne sono finalmente resa conto: sono coraggiosa, una sognatrice e, forse, persino un’eroina. È buffo, perché non ho mai pensato a me in termini di coraggio, sapete? Eppure, a sentire chi mi ama forse pure un po’ troppo, sono coraggiosa, un po’ selvaggia, indomabile. Sono un work in progress, una casetta alla quale aggiungere un mattoncino colorato alla volta. Non so ancora quali aggiungerò, ma so che saranno mattoncini di tutto rispetto.

“You know, I’ve left so much behind[, my family, the zoo, India, Anandi]. I suppose in the end, the whole of life becomes an act of letting go…” (Life of Pi)
“Sai, ho lasciato così tante cose alle mie spalle [,la mia famiglia, lo zoo, l’India, Anandi]. Suppongo che alla fine, l’intera esistenza umana si trasformi nel gesto di lasciar andare” (La vita di Pi)
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