Cosa significa essere una ragazza alla pari

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Dopo vari scambi culturali come ragazza alla pari, ho deciso di scrivere questo articolo per mettere a disposizione la mia esperienza e offrire qualche informazione più pratica a coloro che desiderano avvicinarsi a questa avventura.
Essere una ragazza alla pari, o au pair nella sua denominazione francese, significa trascorrere un periodo di tempo all’estero in una famiglia locale, occupandosi dei bambini in cambio di vitto, alloggio e una paghetta settimane o mensile.

Personalmente, ho sempre trovato le famiglie che mi hanno ospitato sul sito www.aupairworld.com, che offre l’opportunità agli aspiranti au pair di crearsi gratuitamente un profilo personale e contattare successivamente le famiglie iscritte.

La ricerca delle famiglie si può filtrare in base al periodo in cui si è interessati a soggiornare, alla data di inizio e al paese desiderato; esistono famiglie da moltissime parti del mondo e, una volta trovato un profilo che ci attrae, non resta altro che inviare un messaggio alla famiglia. Generalmente, se la famiglia risponde positivamente alla richiesta, si può procedere fissando un colloquio per telefono o Skype. La fase del colloquio è importante, perché è il primo approccio che si può avere con la famiglia e sarebbe meglio raccogliere più informazioni possibili l’uno dall’altro, ad esempio chiedendo indicazioni sulle ore lavorative richieste, sulle mansioni, sulla suddivisione degli spazi in casa, sulle abitudini dei bambini o sulla loro personalità. Una volta trovata la famiglia, non resta che organizzare il viaggio, comprare i biglietti e partire; personalmente i viaggi di andata e ritorno mi sono sempre stati pagati dalla host family, ma credo che ciò possa essere a discrezione della famiglia stessa.

Ma oltre le questioni più pratiche, cosa significa essere una ragazza alla pari nella vita di tutti i giorni? Qualcuno pensa che questa esperienza si intraprenda principalmente per viaggiare o per prendersi qualche mese di vacanza ma a parer mio essere un au pair significa molto di più.

Innanzitutto, per essere un au pair, bisogna amare il lavoro con i bambini.

Essere una babysitter per qualche ora al giorno è ben diverso che essere una au pair, perché in questo caso ti occuperai quotidianamente della vita dei bimbi e della loro gestione, in certi casi anche per molte ore al giorno. Questo significa che non potrai aspettarti dai più piccoli solo coccole e affetto, ma anche malanni, pianti, crisi e capricci, difficoltà di accettarti come una nuova figura di riferimento. Oltre a essere un lavoro di responsabilità, lavorare con i bambini richiede molta pazienza nei confronti delle loro sfide evolutive (e al contempo anche delle proprie).

Essere un au pair significa inoltre essere lontano da casa e dai propri cari; quando si parte, accanto all’entusiasmo del viaggio, ci si trova infatti di fronte a una cultura diversa dalla propria e a dover quindi affrontare uno shock culturale più o meno grande.

Ci vorrà tempo e gentilezza per abituarsi e integrare dentro di sé una nuova lingua, delle nuove abitudini e usanze.  Talvolta ci si sentirà soli, perché per quanto si possa apprezzare la compagnia dei bambini, il confronto con i coetanei diventerà indispensabile e, per quanto mi riguarda, è stato per me fonte di sostegno e aiuto reciproco.

Essere un au pair significa approcciarsi alla convivenza, ciò significa accettare le abitudini quotidiane delle altre persone e rispettarle anche quando ci sembreranno distanti dalle nostre.

La convivenza spinge infatti a una conoscenza profonda dell’altra persona e credo sia normale che alcuni comportamenti possano risultarci estranei o magari infastidirci.

Magari vi seccherà il fatto che la vostra famiglia mangi solo hamburger e patatine fritte, oppure che la vostra au pair semini vestiti per casa e non lavi mai i piatti; in questo caso credo che entri in gioco la capacità da parte di entrambe le parti di sviluppare una comunicazione efficace e chiara, specificando i propri bisogni e imparando a essere anche comprensivi con quelli altrui.

Personalmente, ritengo di aver avuto molto fortuna con le famiglie conosciute, con le quali ho trovato sempre un punto d’incontro e comprensione. Dal momento in cui il tempo passato in famiglia sarà parecchio, credo che la sintonia con quest’ultima rappresenti un punto fondamentale di questa esperienza, un tassello che se mancante potrebbe essere fonte di stress e tensioni.
Essere un au pair significa infatti flessibilità e adattamento. A metà tra scambio culturale e lavoro, la posizione dell’au pair si situa a parer mio in un limbo, dove le ore lavorative a volte non saranno ben definite e si mescoleranno ai momenti passati in famiglia, nei quali non vi sarà nemmeno molto chiaro se in quel momento state lavorando oppure no.

Ma au pair non significa solo questo.

Se si instaurerà un buon rapporto e rispetto con la vostra famiglia ospitante, essere un au pair significherà anche viaggi, crescita e opportunità. Significherà avere l’occasione di imparare o migliorare un’altra lingua, provare nuovi cibi, conoscere nuove usanze e culture. Inoltre, se siete interessati all’ambito infantile, essere un au pair è a parer mio un ottimo modo per fare esperienza con i bambini e imparare a lavorare con essi.

Nonostante le sfide e la stanchezza che talvolta questo lavoro porta con sé, custodisco bei ricordi delle persone e luoghi incrociati durante le mie esperienze come ragazza alla pari e realizzo mentre scrivo della crescita che questa avventura può portare con sé.

baby-sitter

2 commenti
  1. Alessandra-Cina
    Alessandra-Cina dice:

    L’India è uno dei miei sogni (be’, credo, perché quando ci sono stata – per soli 4 giorni – mi ha fatto sclerare un bel po’).
    Vorrei leggere di più delle tue esperienze in questo fantastico posto!
    Un abbraccio

    Rispondi

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