Covid-19 in Ucraina: come è cambiata la mia vita

L’anno scorso in questo periodo ero atterrata in Ucraina da solo un paio di mesi dopo anni di Cina. Quando metto a confronto le giornate dell’epoca con quelle attuali vedo differenze abissali e, soprattutto, impreviste. Allora non avrei mai pensato che la mia vita sarebbe cambiata così radicalmente, senza contare che solo quindici mesi fa non sapevo neanche che presto mi sarei trasferita qui. Poi è arrivato il Covid-19 in Ucraina.

Ma si sa, mentre noi facciamo progetti qualcuno lassù se la ride.

Un anno fa trascorrevo le mie giornate in metropolitana per dividermi tra due scuole e un’azienda per una paga da miseria, ma felice comunque di essere in un posto nuovo e sconosciuto. Mi divertivo tantissimo ad andare in giro per visitare la città con i suoi arancio, rossi e oro autunnali, a passeggiare tra palazzi zaristi e obbrobri sovietici, ad assaggiare borsch e blini tra una lezione e l’altra.

Avevo tante classi: ci sedevamo attorno ai tavoloni della scuola e insieme si parlava di Italia, di congiuntivi e di progetti futuri mentre bevevo centinaia di orrendi caffè della macchinetta della scuola per tenermi sveglia. Tre volte a settimana iniziavo a lavorare alle 8 di mattina e finivo alle 9 di sera. Gli altri tre giorni lavoravo un po’ di meno ma comunque non tornavo mai a casa prima delle 10.

Poi è arrivato il Covid-19 in Ucraina e le nostre vite si sono capovolte.

Alessandra in Ucraina indossa la mascherina per il Covid

Quando l’Italia è stata dichiarata zona rossa, ho detto alle scuole che il virus sarebbe arrivato anche qui e che io non avrei mai più preso la metro: dovevano cercarsi qualcun altro. Di fatto ho solo anticipato ciò che sarebbe successo una settimana dopo: nonostante i pochi casi, il governo ucraino ha chiuso tutto e subito e di aperto c’erano solo i supermercati.

Immaginate una vagabonda costretta a stare in casa: all’improvviso non avevo più i miei studenti né le mie zuppe iper caloriche, i mezzi di trasporto sono rimasti bloccati per due mesi e addio palestra e vita sociale. Non mi rimanevano altro che un computer e tanti progetti. Allora, mi sono creata la vita che volevo.

A volte gli eventi nefasti possono essere il punto di svolta.

La tecnologia però ci è venuta in aiuto durante la pandemia e io ho trasferito i miei affari online: d’altronde non ho studiato tanti anni il cinese per niente. Forte della mia esperienza e dei miei certificati d’insegnamento, ho cominciato a cercare studenti internazionali – soprattutto cinesi – con cui fare lezioni online.

L’esperimento è riuscito e non solo guadagnavo il doppio di prima – in dollari, non più in grivnie ucraine – ma avevo almeno 30 ore di tempo settimanale in più: tempo da dedicare alla mia sacra scrittura. Infatti io sono un’autrice e questo computer ha il compito di accompagnarmi per i quattro angoli della Terra mentre gli narro le mie storie.

Il lockdown in Ucraina è durato fino a fine maggio, ma a giugno ho continuato a vivere allo stesso modo. Oggi che la mia quotidianità ha preso la svolta che volevo, posso essere grata di aver avuto la forza di girare gli eventi nefasti a mio vantaggio e di aver usato la pandemia per essere ciò che avrei sempre voluto essere: una lavoratrice e scrittrice nomade, che ha bisogno solo di un PC e di una connessione internet per poter lavorare da dovunque.

E adesso?

Intanto il Paese è tornato alla normalità, o quasi: le metro sono piene e i treni passano regolarmente, i parchi sono popolati di bambini e i locali di adulti che si divertono. All’ingresso dei negozi è oramai raro che misurino la temperatura, anche se la mascherina va indossata. Le strade sono di nuovo il reame delle babushke, le nonne che vendono qualsiasi bene commestibile lungo i marciapiedi. Mentre i contagi salgono e gli aerei vengono cancellati, mi viene quasi da chiedermi: il Covid-19 in Ucraina c’è mai stato?

Anche quest’anno mi godo il cielo azzurro e le foglie dorate, i palazzi sovietici e le costruzioni zariste, le zuppe e la tipica shuba. Invece che una scuola ho un PC e tante parole nella mente.

È stato tutto un sogno? È successo per davvero? Come sarà la mia vita ora che posso disporne come voglio? Quanto ancora i confini internazionali saranno chiusi?

In fondo, è davvero così utile saperlo? Non basta semplicemente seguire i binari e vedere dove ci portano? Non ci è dato conoscere ciò che accadrà.

Se il virus ci ha insegnato qualcosa è quello di non fare programmi.

La vita ci porterà ciò di cui abbiamo bisogno.

4 commenti
  1. Chiara - Parigi
    Chiara - Parigi dice:

    “Se il virus ci ha insegnato qualcosa è quello di non fare programmi. La vita ci porterà ciò di cui abbiamo bisogno”. Bisognerebbe farci un murales in ogni angolo di ogni città.
    È straordinario come tu sia riuscita a trasformare un momento negativo in un’occasione per rimboccarsi le maniche e cambiare. Che sia d’esempio a tanti altri.

    Ciao Ale!!

    Rispondi
    • Alessandra Cina/Ucraina
      Alessandra Cina/Ucraina dice:

      eheh, noi viaggiatori lo sappiamo che è inutile fare programmi, tanto l’imprevisto è sempre dietro l’angolo. E questo non è certo un male: è solo la vita, semplicemente così. L’abilità sta nello sfruttare tutto a proprio vantaggio 😀

      Rispondi

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