Dubai che scegli, dimensione che trovi.

Ore 9 del mattino, solito ponte di al Gharbi, di rientro dalla nursery accelero il passo.

Direzione supermercato. Mi occorrono yogurt e frutta per gli snack box della prole per i prossimi giorni. Noto un gruppo di turisti, l’ennesimo da quando è iniziato l’inverno a Dubai e, nel mentre passo, un “eschius mi” dall’accento familiare mi ferma. Il gruppo di connazionali cercava la spiaggia e qualche informazione.

Non è la prima volta che mi capita che gli italiani (e non solo) facciano sfoggio degli stereotipi che avvolgono gli Emirati Arabi in generale e Dubai in particolare.

Dubai che scegli, dimensione che trovi.

Per cominciare, la massa crede che Dubai sia la capitale e che qui si viva di petrolio. Poi si crede che la gente sia ricca sfondata, che tutti vadano in giro in Ferrari, che abitino in ville con piscina, che si facciano sempre feste, che si esca ogni sera per mangiare in ristoranti di lusso e che la vita mondana sia l’obiettivo di ognuno. Il tutto, magari, senza quasi lavorare. Insomma, un paese in cui la ricchezza piove dal cielo.

Benché mi piacerebbe uscire in balcone e raccogliere banconote da 500 dirhams invece dei quattro pomodori sopravvissuti al mio n.3 detto Attila, devo sfatare il mito e far capire che queste cose appartengono ai pochi, cosi come in ogni altro paese al mondo.

Gli Emirati Arabi Uniti si chiamano cosi perché si tratta di sette emirati che si sono uniti costituendo un unico paese. Ogni emirato è governato da uno sceicco e funziona un pò come le regioni in Italia, autonome per alcune cose mentre per altre vige il sistema nazionale. Dubai, poi, è una grande città, estesa, con quartieri molto diversi tra loro: storici, moderni, green, sul fiume, sul porto, sulla spiaggia, nel deserto, grattacieli e community, ville e appartamenti, piscine comuni e private, aree affollate e aree più tranquille.

La caratteristica di Dubai è che ce n’è per tutti i gusti e per tutte le tasche.

Trattandosi di una città multietnica e multiculturale, riesce a rispondere alle esigenze di ogni nazionalità e qui ognuno, se ha voglia di integrarsi, trova la dimensione che cerca.

È chiaro che per gli europei non è possibile vivere negli emirati con uno stipendio che vada al di sotto di una certa soglia, considerando che si tende ad abitare in quartieri affini alla propria cultura (ad esempio non si condivide l’appartamento), quindi con affitti più alti. Considerando, poi, che la sanità non è pubblica, che le scuole occidentali costano un rene, e che molti prodotti sono importati, quindi a prezzi maggiorati, bisogna farsi bene i conti.

In compenso, però, ci sono molte attività gratuite e non è sempre necessario spendere per divertirsi e far divertire i bambini. Magari analizzerò più in là il costo della vita per famiglie con bambini.

Vedo spesso stranieri andare in giro brandizzati dalla testa ai piedi. Turisti e residenti farsi foto da sfoggiare con gli amici sui social, mostrare quello che si ha ma anche quello che si finge di avere.

Mostrare uno stile di vita che, per qualche motivo, le persone credono che si debba tenere a Dubai, status symbol che ci si impegna a far credere di possedere, stereotipi che si ama alimentare.

Invece Dubai è una città come un’altra sotto questo punto di vista, in cui si può scegliere di fare sfoggio di ricchezza oppure no, perchè in fondo non interessa a nessuno se porti i figli a scuola in ciabatte o in Jimmy Choo (lo ammetto, non vedevo l’ora di scriverlo per potermi sentire un pò Carrie Bradshow…D’accordo, la sua copia ma con 3 figli, un carico in più di stanchezza e in sovrappeso).

Non interessa a nessuno se giri in Ferrari (W l’Italia) o in una Nissan Kicks con pannolini di riserva e snack sparsi ovunque (questa sono io per chi non l’avesse capito, ma non la mamma in ciabatte, sia chiaro!), se vai alle feste mondane e nei locali cool o porti i figli al parco e vai a letto alle 10, se hai la nanny o ti smazzi i figli da sola o li mandi alla nursery fino alle 6 del pomeriggio, se sei working mum o stay at home mum, se sei in coppia o single, se compri usato o brand new, se hai un cane o 5 figli.

Semplicemente ti scegli l’ambiente che fa per te e ti circondi di persone che la pensano come te, ma quando e se gli ambienti si incrociano, gli uni non intaccano gli altri. E i brandizzati fanno la fila per convertire la patente esattamente come quelli in ciabatte.

Quando si atterra all’aeroporto di Dubai, c’è una scritta che accoglie chi arriva: HAPPINESS STARTS HERE. A me questa cosa ha commosso il giorno in cui ho messo piede a Dubai, e mi ha fatto ben sperare. Il paese fonda la sua immagine prima di tutto sulla sicurezza – infatti il tasso di criminalità è bassissimo – sull’accoglienza e la tolleranza, sull’essere children-friendly, sull’equilibrio tra lavoro e tempo libero, e sulla qualità della vita. E qui si lavora, anche tanto, a seconda del settore, ma, nonostante non esistano i sindacati e alcuni diritti conosciuti in Europa, il governo cerca di bilanciare e trovare nuovi equilibri per non perdere risorse.

Mentre un film dei fratelli Coen recitava “non è un paese per vecchi”, Dubai, con qualche accorgimento, è, invece, una città per tutti.

Gli Emirati Arabi Uniti – Abu Dhabi, Ajman, Dubai, Fujairah, Ras al Khaimah, Sharjah e Umm al Quwain – pur essendo diversi tra loro, continueranno a rappresentare una meta battuta e amata da una buona parte del mondo.

E io continuerò ad essere fermata sul ponte di al Gharbi per scattare foto ai turisti, ricordare che la capitale è Abu Dhabi e spiegare come mai non ho una Ferrari.

Dalla vostra Carrie Brad…mmm, no, volevo dire da Dubai è tutto per ora. Passo e chiudo.

BurjKhalifa

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