(Ringrazio Agnese – NYC che mi ha ispirato a scrivere dei miei primi ricordi in Irlanda con il suo “Come Eravamo“)

Era la fine del 1999 e mi accingevo al mio primo espatrio “a lungo termine” (che per me significava più di un mese) verso Limerick in Irlanda.

Sono partita con due valige e senza sapere assolutamente nulla del paese e della città dove sarei andata a vivere, anche se già parlavo inglese molto bene grazie alle mie esperienze precedenti negli USA. Gran parte dei soldi ricevuti come regali di laurea finirono in un biglietto aereo (comprato, ovviamente, non su internet ma al Centro Turistico Studentesco) da Roma Fiumicino a Shannon, passando per Parigi CGD, dove mi persero la valigia con quasi tutti i vestiti. Quando me la ritrovarono, la spedirono a Shannon e un tassista doveva consegnarmela a casa. Finì per portarla alla casa sbagliata, visto che c’erano due porte con lo stesso numero civico sulla stessa strada: fu un primo assaggio degli eccentrici indirizzi irlandesi! Andai a recuperarla, e sulla porta mi accolse un ragazzo scapigliato e pallido in maglietta e boxers, circondato da una devastazione di lattine e bottiglie vuote: quello fu un primo assaggio delle feste studentesche in stile irlandese!

Natale Limerick

Natale 1999 a Limerick

L’Irlanda tra il 1999 e il 2000 era appena all’inizio del boom economico conosciuto come la “Tigre Celtica”. Limerick è una delle città irlandesi dal passato economico e sociale più difficile, e ancora lo si percepiva chiaramente. Lungo le strade della città si vedevano solo palazzi con l’intonaco scrostato, e le bellissime facciate georgiane erano per la maggior parte sporche e lasciate a se stesse. C’era spazzatura ovunque, gente vestita modestamente, bambini e passeggini in quantità fantascientifiche. L’unico posto dove prendere un caffè decente era un piccolo ristorante accanto al supermercato dove si mangiava un fish and chips untissimo. Apparteneva a uno degli “Italian chippers” della città: famiglie di origine italiana che vivono in Irlanda e in Gran Bretagna ormai da alcune generazioni e gestiscono i ristoranti di pesce fritto e patatine. A Limerick avevano nomi come “Café Lazio”, “Enzo” e “Luigi’s”, e mi sembrava surreale vedere nomi così familiarmente italiani accostati a posti così chiaramente irlandesi.

Mi colpì moltissimo il mercato di Limerick (che ora è completamente trasformato): un quadrangolo secolare di edifici di pietra grigia e all’interno pile di cassette di frutta e verdura ancora carica di terriccio; grandi forme di pane nero, burro e formaggio; per le vie circostanti omoni con la felpa e ragazzini lentigginosi vendevano parti di macchine agricole rubate chissà dove, tappeti scoloriti, e vestiti di poliestere. All’angolo, tutti i sabati un paio di vecchietti suonavano bodhràn e violino, mentre la gente (dai 16 agli 80 anni) chiacchierava seduta su panche di legno bevendo tazzone di tè nero forte con il latte, incurante del vento e della costante pioggerellina orizzontale. Il pomeriggio vedevi gli studenti appena usciti da scuola arrivare in centro in lunghe file: i ragazzi con i pantaloni dell’uniforme allungati chissà quante volte, le ragazze con le gonnellone a quadri lunghe fino a terra nonostante le pozzanghere.
In autobus per andare al lavoro dal centro città al campus universitario, lungo la strada principale da Limerick a Dublino, passavo accanto a un campo verdissimo pieno di mucche.

Cork, 1999

Molto presto i campi vennero sostituiti dai “retail parks” e da file e file di villette tutte uguali. Iniziarono a spuntare le gru dei cantieri e i grattacieli si aggiunsero al panorama. L’università di Limerick sembrava già uscita da un altro universo: nuovissima, tutta vetro e cemento, con prati curatissimi, sculture e una grande sala da concerti. Era il segnale che qualcosa stava per cambiare.

I primi tempi arrivavano da casa in Italia anche molti pacchi pieni di rifornimenti, visto com’era difficile trovare ingredienti italiani…E pensare che ora si trova di tutto, dal pesto genovese DOP, alla burrata – Per non parlare di sushi, macarons e “flat white”.

Con la mia prima macchina Irlandese, una Toyota Starlet molto usata di nome “Raymond” che comprai per pochi “punts” (le vecchie sterline irlandesi), iniziai a esplorare l’ Ovest dell’ Isola ancora (e tutt’ora) senza autostrade. Arrivai alla punta occidentale della penisola di Dingle (“Next stop: America”) in una giornata in cui le nuvole sedevano letteralmente sulla cima alle colline verdi solcate da muri a secco di pietre secolari, dopo aver guadato un torrente ed evitato non so quanti arieti che – baldanzosi – sfidavano le auto di passaggio. Davanti a me che ruggiva c’era l’Oceano Atlantico color grigio piombo e un paio di case e un pub battuti dal vento ed una chiesetta di pietra color piombo. Sul lato della strada iniziava il sentiero verso la spiaggia, immensa e vuota.

Cliffs of Moher, 2004

Cliffs of Moher, 2004

Nel corso di un anno dal mio arrivo con i soldi della “Tigre Celtica” arrivarono palazzi di appartamenti nuovi lungo il fiume dove prima c’erano solo i capannoni del porto fluviale; e poi auto nuove, gadget tecnologici, abiti di marca, vacanze al sole in Spagna e Francia con Ryanair, e catene di negozi, ristoranti e migliaia di stranieri arrivati a lavorare o studiare nella “Tigre”. E così l’Irlanda passava da “parente povero” d’ Europa a leader del settore tecnologico, con un gruppo sempre più sostanzioso di expats da tutto il mondo. Le banche prestavano di tutto a tutti, e i palazzinari continuavano a tirare su centri commerciali ed hotels.

Nel frattempo i ragazzini dei Viaggiatori continuavano a scorrazzare sulla tangenziale con il calesse trainato da cavalli macilenti, e nei pub di campagna si continuavano a trovare fuochi di torba e “sessions” di musica tradizionale non per i turisti, ma fatte per divertimento da gente del posto. Proprio in un pub così ho imparato le mie prime (e ultime) parole di irlandese per cantare una canzone tradizionale:

“Sé mo laoch mo Ghile Mear
Sé mo Shaesar, Ghile Mear,
Suan ná séan ní bhfuaireas féin
Ó chuaigh i gcéin mo Ghile Mear.”

(Egli è il mio eroe, il mio amore forte; È il mio cesare, amore forte; non ho avuto né riposo né fortuna da quando lui se n’è andato, il mio amore forte)

Conoscere l’Irlanda non è solo conoscere la storia e la gente, ma i loro “miti” fondamentali: per molti non sono James Joyce e W.B. Yeats, ma i Mondiali di Italia ’90, l’ Eurovision Song Contest, “Father Ted” e, a Limerick, il rugby.

Dal Castello di Limerick, 2000

In pochi anni al “miracolo” si sarebbe sostituito un crollo economico durissimo che ha spazzato via imprese, negozi e famiglie. La “cura” per il recupero è stata ancora più dura: le banche sono state salvate, ma sono costate agli irlandesi lacrime e sangue. I giovani hanno ricominciato a emigrare. I palazzi rimasti vuoti a sgretolarsi piano piano. Iniziano a vedersi dei segnali di ripresa, ma le ferite sono ancora molto evidenti.

Il crollo ha spazzato via anche me: nel 2012 ho lasciato L’Irlanda dopo 13 anni, portandomi dietro il mio compagno e la mia gatta (entrambi irlandesi), ma lasciando lì amici che sono per me come una famiglia. Andare in Irlanda è sempre un ritorno a casa: ritrovare il mio accento irlandese con le vocali chiuse e le “t“ morbide, la pioggia orizzontale, l’odore di torba nell’aria, il pane nero.

Sono felice di aver conosciuto l’Irlanda sia prima che dopo il boom, e riconoscere le due cose che sono rimaste immutate: la cordialità e il fatalismo della gente irlandese, abituata da tempo immemorabile ad aver a che fare sia con il resto del mondo che con i tempi duri.

8 commenti
  1. Merylu
    Merylu dice:

    Che bello leggere le tue parole 🙂 Io vivo in Irlanda da un anno, mio marito ci aveva vissuto dal ’96 al ’99 poi a causa della crisi perse il lavoro è ritornò in Italia. Quando l’anno scorso ha avuto un buon contratto a Dublino, ci siamo trasferiti insieme anche al nostro cane. Ringrazio ogni giorno di essere qui, perché per me è la prima esperienza all’estero e benché l’irlanda sia un po’ la cenerentola d’Europa, arretrata per tante cose, qui ho trovato un calore umano indescrivibile per essere comunque un popolo nordico. Per dirne una: ieri eravamo in passeggiata con la nostra cagnetta in un parco un po’ distante da casa, e mi ha fermato una perfetta sconosciuta ( per me) e mi ha detto, ma voi abitate a xxx? Io vi ho riconosciuto dal cane, che la vedo sempre indossare il cappottino quando piove! 🙂 Ecco, immaginate un inglese fermarvi per strada, sorridervi e salutarvi, voi perfetti sconosciuti? Naaaa! Gli irlandesi sono cordiali, calorosi, generosi! Quel poco che hanno lo condividono con piacere! E poi non so a voi, ma a me l’irlanda trasmette tanta energia… La terra, i profumi, i colori. Pura energia! Un popolo che non ha mai piegato la testa al potere, e che ancora oggi combatte per i propri diritti! Ah… Li adoro!!!! 🙂

    Rispondi
    • Lui
      Lui dice:

      Hahaha, fantastico Merylu! Gli irlandesi sono persone molto amichevoli e calorose, spero continuerai a trovarti bene a Dublino. Comunque credimi che anche qui nel Nord dell’Inghilterra la gente è molto accogliente, infatti sia io che il mio compagno ci troviamo molto bene e la transizione dall’Irlanda è stata molto “morbida”.

      Rispondi
  2. Lui
    Lui dice:

    Hahaha, fantastico Merylu! Gli irlandesi sono persone molto amichevoli e calorose, spero continuerai a trovarti bene a Dublino. Comunque credimi che anche qui nel Nord dell’Inghilterra la gente è molto accogliente, infatti sia io che il mio compagno ci troviamo molto bene e la transizione dall’Irlanda è stata molto “morbida”.

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  3. Margherita
    Margherita dice:

    Molto bello Lui, io sono arrivata nel 2003 in pieno boom e incosciente che da lì a pochissimi anni ci saremmo tutti schiantati nella crisi, nonostante ciò mi sono sempre sentita al sicuro. Dal sud son passata al nord ..ma ancora aspettiamo forti segnali di ripresa. Amo questo paese, un po meno le condizioni meteorologiche che lo caratterizzano, amo la gente certamente gentile e generosa ma sopratutto poco avezza al pettegolio beccero e gratuito, ma vedo il mio futuro in un paese più caldo a livello climatico, appena i miei figli sono in grado di prendere decisioni da soli e finanziarsele anche, (e mi sembra che qua siamo nel posto giusto per quanto li riguarda).
    In bocca al lupo per il vostro futuro ??☘

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