Emigrare al Polo Sud

Oggi vi propongo un post atipico, sempre in sintonia con i temi di donne che emigrano, ma differente per la destinazione.

Ho intervistato un’amica un po’ pazza, piena di energia e dalle mille risorse, emigrata per ben tre volte a sud che più a sud non si può: non immaginatevi però costume, infradito e noci di cocco ma neve, pinguini e tute termiche.

Oggi, qui si parla di donne e di Antartide.

  • Presentazioni: chi sei, che cosa fai, dove sei espatriata e perché.

Mi chiamo Simonetta Montaguti e sono un ingegnere civile di Forlì con un dottorato in scienze geodetiche e topografiche.

Esperienze lavorative e personali mi hanno portato fuori dall’Italia per diversi periodi di tempo.

In particolare, nel 2006, 2013 e 2016 sono stata selezionata dal PNRA (Programma Nazionale Ricerca Antartide) per partecipare a campagne scientifiche in Antartide operando  per i dipartimenti di Scienze Geodetiche e Topografiche dell’Università degli Studi di Bologna e ISAC del CNR di Bologna.

Nel 2015 e 2018, invece, ho scelto di migliorare il mio francese e il mio inglese studiando e lavorando rispettivamente a Parigi per 8 mesi e a Londra per 6 mesi.

  •  Quali sono i motivi che ti hanno spinta a metterti in gioco così profondamente e partire per un continente così ostile come l’Antartide?

Premetto che non amo la routine. La trovo noiosa e non stimolante.

Diverse volte però mi ci sono ritrovata per abitudine, perché la famiglia o la società me la imponevano ed io non ero capace di oppormi: era la scelta più “comoda” che potessi fare.

Tuttavia, non era quello che veramente volevo io. Non ero felice, motivata, soddisfatta. Tutto mi sembrava profondamente monotono.

Un giorno in particolare mi sono domandata se potevo continuare così, se era veramente quello che volevo dalla mia vita e la risposta è stata immediata, sincera: no. Volevo altro.

Sentivo l’esigenza di un’esperienza estrema che stravolgesse completamente il mio solito tran tran e che potesse permettermi di conoscermi meglio. Senza filtri, senza imposizioni e schemi dettati da altri. Volevo imparare a conoscere i miei limiti e vedere le mie reazioni e le mie emozioni in differenti e nuove situazioni, conoscere nuovi luoghi e persone, apprendere e scoprire nuove possibilità di agire. Inoltre sentivo la necessità di un contatto diretto con la natura.

Così ho deciso di candidarmi per la mia prima spedizione invernale in Antartide.

  •  Se avessi avuto legami stabili (ad es. un marito e dei figli), pensi che ti saresti messa altrettanto e altrettante volte in gioco?

E’ difficile dirlo ora perché le decisioni si prendono sul momento, sono molto personali e comunque dipendono da tantissimi fattori e situazioni.  Sicuramente se i figli fossero stati piccoli non avrei scelto pensando solo alle mie esigenze ma anche alle loro.

  •  Noti dei cambiamenti tra un espatrio e l’altro? Se si quali e a cosa sono dovuti, secondo te?

Ogni esperienza è diversa dall’altra. Tutto è legato alle dinamiche relazionali e di gruppo che si creano e alle situazioni in cui ti trovi a vivere che ti portano inevitabilmente a cambiare.

Per quanto mi riguarda, con il tempo credo di aver acquisito maggiore sicurezza in me stessa e nelle mie capacità di adattamento.

Ora, nonostante abbia ancora paura dei cambiamenti e soprattutto delle incognite, vedo in essi qualcosa di positivo, una novità fondamentale per il mio nuovo stile di vita.

  • Quali sono le difficoltà che hai riscontrato?

Le mie esperienze all’estero mi hanno portato ad affrontare difficoltà di tipo relazionale, psicologiche, fisiche e legate al mio essere donna.

Ad esempio, vivere un anno in Antartide non è facile.

Le temperature medie durante l’estate, nel sito di Dome C, oscillano tra i -35°C e i -40°C mentre in inverno le temperature possono anche superare i -80°C. Ogni parte del nostro corpo deve essere ben coperta per evitare, oltre al congelamento, anche ustioni dovute al freddo o ai raggi del sole  ”estivo” che risulta essere molto intenso a causa del buco dell’ozono e che obbliga l’utilizzo di una maschera o di occhiali con lenti ad alta protezione contro i raggi UV. Durante la notte polare si fa uso invece di una maschera trasparente.

La bassa temperatura, il forte sole estivo e la notte polare non sono gli unici problemi da affrontare in quest’ambiente. Infatti, la base si trova ad una altitudine di 3233m ma la rarefazione dell’aria tipica di queste altitudini (circa il 30% di ossigeno in meno rispetto il livello del mare) tende ad aumentare il disagio che si prova così da farci percepire un’altitudine corrispondente a circa i 3.700 m delle nostre Alpi. Il cosiddetto mal d’altitudine si può manifestare con differenti sintomi e con un’intensità variabile da persona a persona: mal di testa, vertigini, nausea, vomito, affanno e senso di affaticamento, insonnia, apnee notturne, fino ad arrivare nei casi peggiori ad allucinazioni, edema polmonare e cerebrale.

Le rigide temperature non consentono di lasciare scoperte parti del corpo, soprattutto durante l’inverno antartico

Basta un piccolo sforzo per andare in iperventilazione e così per i primi giorni è sempre consigliato il riposo e qualsiasi attività dovrebbe essere eseguita con estrema lentezza. Questi sintomi si attenuano o spariscono nella prima settimana di permanenza a Dome C ma, sfortunatamente, per alcune persone questi problemi continuano anche per tutto l’inverno.

Il senso di affanno, invece, non ci abbandona mai.

Oltre allo stress fisico, legato principalmente alle condizioni ambientali in cui viviamo, dobbiamo fare anche i conti con lo stress psicologico, dovuto fondamentalmente alla lontananza dai nostri cari ed all’impossibilità di condividere con essi i vari momenti della vita.

Inoltre, l’euforia di essere stati scelti per una spedizione antartica ci può far credere di avere il giusto carattere per poter affrontare una simile sfida ma a volte ci si rende conto che non è così, sia per la situazione logistica sia per i rapporti interpersonali che si possono instaurare con gli altri colleghi.

In questo continente dove tutto è enfatizzato, possono nascere bellissime amicizie ma anche forti incomprensioni difficili da gestire durante tutto un anno.

Nel mondo lavorativo ho incontrato anche grandi problemi legati al mio essere donna.

Le difficoltà e gli ostacoli incontrati penso che ancora ad oggi siano legati ad una chiusura mentale e a stereotipi ancora presenti in abbondanza sia nella vita quotidiana che in quella lavorativa.

Continuiamo a doverci difendere da stupiti pregiudizi che ci obbligano continuamente a dover dimostrare di essere sempre all’altezza della situazione. Siamo costantemente messe alla prova perché non veniamo prese sul serio e talvolta il nostro operato, per non dire noi stesse, viene sminuito: a noi non è concesso sbagliare.

Dobbiamo fare molti sacrifici, a volte più di quelli dovuti, e per raggiungere le stesse posizioni degli uomini dobbiamo sempre lavorare il doppio.

Ricordo con grande dispiacere una volta quando, chi avrebbe dovuto tutelarmi, si è permesso di dirmi che l’ambiente era maschilista e quindi era normale riversare tutta la colpa sulle donne quando succedeva qualcosa.

La base Concordia è situata nel plateau antartico ed è cogestita da Italia e Francia.

  •  Ti stabiliresti in pianta stabile all’estero se ti offrissero il lavoro dei tuoi sogni?

Credo proprio di si anche se valuterei il tutto sul momento in base alla mia realtà.

  •  Consigli a una donna che non più ventenne vuole mettersi in gioco.

Mettersi in gioco e cambiare vita per me significa avere coraggio, liberarsi delle proprie paure, acquisire una mentalità aperta al nuovo e rimettere in circolo le proprie energie.

Per questo motivo consiglierei a tutti di farlo, indipendentemente dall’età e dal sesso, nel momento in cui si sente l’esigenza di cambiare.

Il primo passo è sempre quello più difficile!

Con questo non voglio dire che tutto sarà semplice e facile. Costerà fatica e sacrifici, ci saranno momenti difficili e di sconforto da superare, potrai essere giudicato negativamente dalle persone che ti circondano ma alla fine arriveranno anche le soddisfazioni.

Grazie Simonetta per averci raccontato un po’ di te e fatto scoprire un nuovo continente. In bocca al lupo per le tue prossime avventure!

L’Italia dal 1985 è presente stabilmente in Antartide con una base costiera, “Mario Zucchelli Station”, aperta durante l’estate australe e dal 2005 gestisce con la Francia una base all’interno del continente antartico, “Concordia Station”, aperta tutto l’anno: nelle due Basi vengono svolti progetti di ricerca di rilevanza internazionale.

Il Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA) è un progetto finanziato dal MIUR e attuato dal CNR per quanto riguarda il coordinamento scientifico e dall’ENEA per la selezione del personale, la pianificazione e l’attuazione logistica delle spedizioni.

E’ un progetto  forse ancora poco conosciuto ma che vale la pena approfondire, anche perché di enorme vanto per il nostro Paese.

2 commenti
    • Silvia-Lille
      Silvia-Lille dice:

      Ciao Alessandra,

      si Simonetta è proprio una SuperWoman!!!! 😉

      Purtroppo a mio parere, per una donna è più difficile farsi strada in questo mondo, negli ambienti lavorativi intendo, oltre al fatto che potrebbe avere obblighi familiari che le impediscono di fare queste esperienze.

      Comunque sappi che non troppo tempo fa è salpata una spedizione antartica fatta di sole donne, proveniente da tutto il mondo, tra cui c’era un’italiana. Se googli un po’ trovi qualche info.

      Un caro saluto,
      Silvia-Lille

      Rispondi

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giu

Gli uffici pubblici in Germania: la mia prima volta! 

Il nostro trasferimento in Germania è stato agevolato grazie alla mia Renault Clio: la mia citycar di colore rosso fiammante che ho tanto usato nei tragitti casa-lavoro e verso Mestre dove viveva Matteo, il mio ragazzo.

L’ho portata con me, sapendo benissimo che avrei dovuto immatricolarla entro 6 mesi dalla data della registrazione qui a Norimberga.

Essendo poco fluente in tedesco, la prima volta alla Kfz-Zulassungsstelle (Motorizzazione Civile in tedesco) siamo stati assieme e con nostro stupore ci siamo accorti che, anche al punto informazioni, preferiscono parlare in tedesco.

Visto che a quest’ufficio si rivolgono molti stranieri, pensavamo anche almeno con l’inglese si riuscisse a comunicare: e invece no!

Dopo aver preso appuntamento, ci sono andata da sola. 

Mi sono informata sulla documentazione necessaria per l’immatricolazione con il mio tedesco maccheronico misto a un po’ di inglese e, alla mia richiesta se qualcuno parlava inglese, una giovane impiegata mi ha risposto: qui siamo in Germania e si parla tedesco!

Se pensate che le cose funzionino diversamente rispetto a quelle negli uffici pubblici italiani, non è così, almeno qui a Norimberga.

Non è una città  cosmopolita e multietnica come Berlino e Monaco.

In quell’occasione, decisi di non immatricolare l’auto: provavo frustrazione mista ad arrabbiatura perché non ero riuscita a comunicare e a instaurare poca empatia.

Presi di nuovo appuntamento via internet per poi scoprire che, agli ausländer – agli stranieri – non è consentito prenotare l’appuntamento online. Quindi arrivai e rifeci la coda.

Assieme a tutta una serie di documenti, dovevo consegnare anche le targhe italiane che, a differenza di quelle tedesche, non si sfilano ma devono essere letteralmente staccate dal portatarghe a cui sono fissate.  

La procedura burocratica è di per sé abbastanza veloce e snella: ritiro del certificato di proprietà e del libretto di circolazione italiani, pagamento dell’imposta per l’emissione dei nuovi documenti tedeschi (circa 31 Euro), compilazione di un formulario dove indicare il proprio conto bancario per il pagamento del bollo, ed assegnazione del numero di targa (se volete, potete personalizzarla pagando qualcosa in più).

Poi, bisogna stampare le targhe in uno dei chioschi generalmente situati appena fuori dagli uffici.

Ho presto constatato che le targhe disponibili erano più lunghe rispetto alle mie precedenti e, cosa più importante, anche più lunghe rispetto ai portatarghe che erano ancora fissati all’auto.

L’ho fatto presente ma mi è stato risposto le targhe tedesche hanno queste dimensioni.

Quindi ho dovuto farle stampare (36 Euro). Vengono poi apposti degli bollini adesivi (relativi alla regione e alla scadenza della revisione TṺV) e per loro sei a posto!

Peccato che, ahimè, ero rimasta con le 2 targhe letteralmente in mano!

Mi servivano un trapano e dei nuovi portatarghe per finire il lavoro.

Ero alquanto affranta perché ero sola, non ero riuscita ad esprimermi e farmi capire in tedesco se non attraverso delle foto scattate col cellulare e il mio tedesco misto ad inglese. Inoltre,  avevo paura a circolare con l’auto senza targhe.

Fortuna volle che avessi conosciuto, poco tempo prima, un connazionale proprietario di un’autofficina. Quindi lo chiamai e ad un prezzo speciale concluse il lavoro.

Di tutta quest’esperienza mi rimangono due pensieri un po’ contrapposti tra di loro.

Quei momenti infatti in cui mi sono sentita sola, non essendo ancora fluente in tedesco e ricevendo poca empatia dalle persone circostanti, rifugiarmi nella mia lingua madre, l’italiano, e nell’aiuto di un connazionale per me è stato fondamentale, prezioso e risolutivo.

Non sempre ci sarà questa “via d’uscita semplificata” però, quando c’è, perché non usarla?

Dall’altro canto sento che, in questa mia nuova veste di studente full-time di tedesco, sto imparando una lezione molto importante: l’emancipazione sociale qui passa necessariamente attraverso la conoscenza della lingua.

Come avviene nella vita, per raggiungere i miei obiettivi  devo superare varie prove mediante un costante impegno e senza abbattermi alle prime difficoltà.

 

zulassungstelle

2 commenti
    • Silvia-Lille
      Silvia-Lille dice:

      Ciao Alessandra,

      si Simonetta è proprio una SuperWoman!!!! 😉

      Purtroppo a mio parere, per una donna è più difficile farsi strada in questo mondo, negli ambienti lavorativi intendo, oltre al fatto che potrebbe avere obblighi familiari che le impediscono di fare queste esperienze.

      Comunque sappi che non troppo tempo fa è salpata una spedizione antartica fatta di sole donne, proveniente da tutto il mondo, tra cui c’era un’italiana. Se googli un po’ trovi qualche info.

      Un caro saluto,
      Silvia-Lille

      Rispondi

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