Un’esperienza in terra keniota
nairobi

Erano passate le sei del pomeriggio.
Improvvisamente mi venne voglia anzi, ci venne voglia, di comprare i soliti formaggini e wurstel al Nakumatt, il centro commerciale. Eravamo io e Solomon.
Presi la mia auto e insieme andammo a fare la spesa. Arrivammo al supermercato e già il cielo mostrava le prime stelle.
In Kenya alle diciotto e trenta è quasi buio pesto.
Entrammo e iniziammo i soliti giretti nei vari scomparti.
Ormai so bene che entro per comprare una cosa ed esco con il carrello sempre pieno.
E pensare che mio figlio non chiede mai nulla per se. Tutto ciò che compro, a lui va sempre bene (e ora su questo non invidiatemi!).
Carrello pieno: dritta alla cassa. Detto, fatto.
Pagai e, sempre con a fianco Solomon, mi diressi verso l’uscita.
Nella sala centrale del centro commerciale mi accorsi che, posti su un tavolino, vendevano dei DVD. Decisi di dare una occhiata.
Chissà che non avessi potuto trovare qualcosa che mi avrebbe fatto piacere vedere, o anche rivedere. In fondo, costavano solo tre euro l’unoe, anche se non erano originali, mi piaceva l’idea.
Solomon, invece, decise di dirigersi verso l’auto per svuotare il carrello dalla spesa.
Terminata la visione dei Dvd e visto che nulla, alla fine, mi interessava, andai verso l’auto dove Solomon mi stava aspettando.
Con mia grande sorpresa lo scorsi,  invece, all’angolo dell’ingresso che chiaccherava con dei poliziotti.
Lo chiamai per andar via e, sorpresona, vidi che la polizia lo tratteneva per un braccio. 
La cosa destò in me stupore, ma anche una rabbia mista a paura.
Cosa volevano da mio figlio i poliziotti. Accellerando il passo mi avvicinai a loro.
Solomon mi guardava e non fiatava. Gli chiesi cosa stesse succedendo e non mi rispose.
Uno dei poliziotti mi squadrò dalla testa ai piedi e, quasi con fare autoritario, mi disse: “lei come si chiama?”
Diedi le mie generalità e  chiesi anche come mai trattenevano per un braccio Solomon. “Ha forse fatto qualcosa?”
“Le domande le facciamo noi”, mi risposero. Ero scioccata.
Non sapevo cosa stava accadendo. Non sapevo se qualcosa era accaduta.
Mi chiese una seconda volta: “Lei chi è? Perché abbraccia e bacia questo ragazzo?”
Iniziai a comprendere l’equivoco. 
Io e Solomon, nel momento in cui arrivammo al supermercato, eravamo scesi dall’auto e camminavamo abbracciati.
Ci eravamo anche scambiati un bacio!
Una mamma e un figlio, a volte, sono complici.
Per i poliziotti io ero la classica frustrata vecchia italiana che aveva accalappiato il ragazzino di turno.
Beh, Solomon è anche più alto di me ma dal viso si vede bene che èancora un ragazzino. a luglio 2019 compie 15 anni.
Alt alt… ma io sono sua madre.
Chiesi a Solomon se aveva detto chi ero (lo chiesi in inglese per non insospettirli nel caso avessi parlato in italiano). Solomon confermò, ma mi disse che non gli credevano.
“Guarda un po’ tu in che situazione mi sono andata a trovare!”, ho pensato.
“Signora, ci dica la verità: dove ha incontrato questo ragazzo?”. Non sapevo più come spiegare loro che ero la madre veramente.
Eppure, di bambini adottati ormai ne esistono una marea, anche qui.
Mi dissero di prendere la mia auto e di seguirli in polizia. Io stavo approfittando di un minorenne, secondo loro.
Agitatissima, ma sempre con la freddezza che per fortuna in casi estremi non mi abbandona mai, li guardai ancora una volta e dissi: “mi arrestate per circonvenzione di minore? Ma scherzate o cosa?”
La situazione diventava sempre più tragicomica.
Ma, come spesso accade, l’imprevisto incontro con un amico mi salvò da quella situazione imbarazzante. 
Un keniota.
Un amico keniota che lavora in tribunale come ufficiale giudiziario.
Lo vidi da lontano e mi accorsi che si avvicinava per salutarmi. Logicamente salutò anche i poliziotti che conosceva bene, visto il suo lavoro.
Fu lui, dopo che gli avevo spiegato cosa mi stesse accadendo, a confermare la mia tesi.
Rassicurò i poliziotti che ero la vera mamma di Solomon e, dopo i convenevoli di un incontro casuale, con un abbraccio ci salutammo. Confesso che, nell’eccitazione della situazione e nel tanto agognato desiderio di andare via, non salutai per nulla i poliziotti.
Io e Solomon ci abbracciammo e, facendoci due risate megagalattiche tornammo a casa a sgranarci un bel paninozzo con i formaggini e i wurstel alla faccia dei poliziotti che, invece, restavano a fare attività di controllo al centro commerciale.

Io e Solomon continuiamo ad andare al Nakumatt, abbracciati come sempre.

Ora, con il senno del poi, penso che in fondo non mi spiace poi tanto che mi abbiano controllata.
La pedofilia la si deve combattere con tutte le forze disponibili.
Sia da parte delle forze dell’ordine sia da parte dei normalissimi civili.
No ai pedofili. E in paesi come il Kenya purtroppo il turismo sessuale è alle stelle, compreso quello verso minori.
Sì all’infanzia pura e felice.
Denunciamo tutti se vediamo qualche sospetto pedofilo.
1 commento
  1. Ilaria Madrid
    Ilaria Madrid dice:

    Storia super interessante e chiusura con un messaggio importante!! Leggendo i tuoi post ho voglia di venire lì comunque. Un saluto!

    Rispondi

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