Famiglia a distanza

carote

Sto cenando con un paio di carote saltate in padella e un uovo rotto.

Senza olio e con poco condimento per seguire le mie abitudini alimentari sane e ferree.

Ogni tanto mi sembra di mangiare solo per “nutrirmi”.

Quelle carote un po’ insipide mi lasciano nello stomaco il classico “buco” che si lascia a fine pranzo per il dolce, che ovviamente non mi concedo fisicamente ma in bocca mi assale un certo lanuorino di una torta di mele, preparata da mia madre.

Poi chiudo gli occhi e sono al tavolo con mio fratello piccolo che litiga con mia sorella, mia madre che cucina e mio fratello grande che mi presenta il suo nuovo progetto lavorativo.

Li riapro e ci sono solo io e le mie quattro carotine ancora nel piatto  per finire la mia cena.

Si sente la nostalgia di tempi che c’erano  e che non torneranno.

Dopo anni ci si fa l’abitudine, tutto è normale. Una cena come tante, non troppo complessa, semplice, rapida da preparare.

Niente che vedere con quelle che preparava mia madre, almeno quattro piatti diversi per accontentare i gusti di tutti, lasciando il margine di scelta tra una pietanza e l’altra.

La mia famiglia è rimasta a Milano e, seppure non molto distante da Palma, non torno spesso nella città che mi ha ospitata fino all’età di ventitré anni.

Durante il periodo primaverile e estivo è quasi impossibile per me concedermi dei giorni di vacanza e, in inverno, Milano è troppo fredda per i miei gusti.

Lo ammetto: non amo le basse temperature e non sono particolarmente legata al capoluogo lombardo, quindi, se posso evitare di farci ritorno, ne faccio a meno.

Nonostante tutto, Milano è  il ponte che mi connette alla mia famiglia. Come fare per vedersi, allora?

Se Maometto non va alla montagna, che la montagna venga da Maometto.

E quindi che vengano loro!

Una perfetta occasione per poter staccare la spina e concedersi qualche giorno al mare quasi a costo zero.

Quest’anno è venuto prima mio fratello a maggio e a luglio il resto della ciurma.

Succede una cosa strana: non sono io a tornare nel mio quotidiano del passato, ma sono loro a instllarsi nel mio quotidiano con gesti che mi ricordano il passato.

 

sorrisi fratelli

Affittiamo una macchina, io e mio fratello.

E’ maggio, non c’è molta gente in spiaggia, lo porto in posti che neanche io ho mai visto, esploriamo assieme.

Cerchiamo di non farci mancare nulla, gli insegno a bere il caffè come lo bevono gli spagnoli, lo porto nei miei posti preferiti.

E parliamo, parliamo tanto. Ci diciamo tutto quello che non ci siamo detti nei mesi che non ci siamo visti.

Lo vedo più rilassato. Ci siamo mancati, l’uno all’altro e abbiamo bisogno di noi.

A distanza di due mesi, poi, vengono a trovarmi mia madre e i miei fratelli piccoli.

Ogni volta che rivedo i miei fratelli piccoli è sempre un impatto incredibile: li ho visti crescere sotto i miei occhi fino all’età di otto /dieci anni, poi ho iniziato a vederli ogni sei o otto mesi e ogni volta più alti, con un forma diversa del viso e del corpo.

Ma, nonostante tutto, loro rimangono sempre loro.

Così, torno a casa da lavoro, e ci sono loro: mia madre che ha preparato la tavola.

I miei fratelli che continuano a litigare allo stesso modo di cinque anni prima.

Sono capaci di farmi perdere la pazienza in venti secondi, capitemi: una persona abituata alla pace e alla tranquillità in modo repentino si ritrova a convivere ventiquattro ore su ventiquattro con non una, né due ma con ben tre persone tutte con un carattere diverso e con i loro difetti.

Con la mia famiglia mostro il lato buono e cattivo di me, i miei pregi e i miei difetti, posso cantare a squarciagola una canzone di Witney Houston, essendo ovviamente stonata come una campana, ridere fino a quando non mi cadono le lacrime,  fare la scema, e essere completamente me stessa. Senza filtri e senza giudizi.

E si crea un quadro che mi mette allegria.

La mia famiglia non è da cartolina.

Passa il tempo.

Crescono; cresco; cambiamo.

Ma la distanza non influisce sul nostro rapporto.

Ammetto che mi piacerebbe averli più vicini, che potessero vivere loro il quotidiano qua, con me.

Però chissà non è ancora il loro momento, anche se io ci spero sempre che un giorno mi dicano che anche loro vogliono trasferirsi da queste parti.

La felicità che ho trovato qui non posso descriverla a parole e cerco di mostrargliela coi fatti, ospitandoli, anche se per poco tempo, nel mio mondo.

mallorca

 

1 commento
  1. Chiara - Parigi
    Chiara - Parigi dice:

    Cara Faby,

    potrei dire la stessa cosa io. Sebbene Caserta mi abbia ospitata per 24 anni, non ci torno mai volentieri. Non l’ho mai sentita la mia città, nonostante sia comunque legata all”Italia (come ben sai… ). Ma sulla mia famiglia, sebbene rompiscatole, protettiva e piena di contraddizioni, posso sempre contare. Se dipendesse solo da loro, starebbero sempre qui a Parigi, e nel momento del bisogno o non-bisogno loro ci sono sempre. Siamo fortunate!
    Mi dispiace solo perdermi la crescita dei miei nipoti, vederli un paio di volte l’anno e tutto il resto. Io ormai per loro sono “la zia di Parigi”… e come dico sempre, da questo punto di vista vivere all’estero è una rottura di scatole, ma una rottura che ti insegna tanto!

    Un grande abbraccio… e metti sempre un po’ di olio sulle carotine 😉

    Chiara – Parigi

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