La fantasia del filtro occidentale

Durante la mia esperienza in India, sono molti gli avvenimenti che hanno suscitato in me riflessioni, facendomi mettere in dubbio atteggiamenti mentali e invitandomi a scorgere nuove prospettive.

Uno di questi è stato senz’altro il viaggio compiuto nel Nord dell’India durante l’ultima settimana di marzo.

Sono partita con la mia famiglia ospitante per un tour che comprendeva le città di Delhi, Agra, Haridwar e, infine, Rishikesh.

Vivendo nel Tamil Nadu, nel Sud dell’India, aver l’opportunità di scoprire e osservare le differenze di queste città rispetto a quelle della zona in cui abito è stato per me fonte di grande entusiasmo.

Tra mercati di spezie di Delhi e marmi intarsiati di pietre preziose ad Agra, questa avventura mi ha mostrato infatti un aspetto dell’India che ero solita sognare e immaginare ammirando foto e cartoline.

Un evento in particolare durante questo viaggio è stato in grado di farmi sentire i brividi lungo la schiena: il rituale del Ganga Aarti ad Haridwar.

Questa città, insieme a Rishikesh, mi è infatti rimasta particolarmente impressa per via di quell’aria di magia e di misticismo che si incomincia a respirare nelle città che sorgono lungo il Gange.

Secondo la tradizione induista, infatti, bagnarsi nell’acqua del Gange permette all’anima di purificarsi e di liberarsi dal samsara, il ciclo di morte e rinascita.

Il Ganga Aarti è dunque una cerimonia che si svolge ogni giorno all’alba e al tramonto nelle città sacre di Rishikesh, Haridwar e Varanasi per ringraziare la Dea Madre Ganga, ovvero la Dea del fiume sacro.

Sui ghat, le note scalinate che conducono al Gange, comincia così a crearsi un’atmosfera scenografica e suggestiva: persone che si bagnano nel fiume, cestini con fiori e candele che si lasciano trasportare leggeri dalla corrente, canti, mantra e preghiere di gruppo.

Lampade di fuoco e giochi di luce accompagnano la fine di questo rituale, in grado di lasciare nell’aria profumo di incenso e magia.

Mentre ci avviciniamo ai ghat, un signore indiano ci invita a scendere con lui le scalinate per bagnarci nel Gange e recitare mantra, per benedire noi e le nostre famiglie e renderci partecipi della cerimonia.

Durante il rituale un brivido mi percorre la schiena.

Osservo con fascino commosso le centinaia di persone che con fede e devozione donano offerte al fiume e cantano preghiere.

Un rito che, da un’angolazione logica e razionale, può sembrare al confine tra il folle e l’assurdo.

Eppure, penso, le stesse celebrazioni –seppur con qualche variante- si possono facilmente ritrovare anche nelle religioni occidentali.

Spostandosi tra culture differenti si osservano infatti credenze, cerimonie e dottrine che, seppur mantenendo ognuna le proprie peculiarità, rispecchiano tutte un bisogno dell’uomo di elevazione spirituale e di una ricerca di connessione con qualcosa di più grande.

E’ possibile che questa ricerca, nella nostra società, sia stata in gran parte sostituita con il bisogno di efficienza e di produttività.

Rifletto su questo, mentre cammino tra incensi e candele, e su come la cultura indiana accetti a volte il compromesso di vivere nella miseria, nell’inefficienza delle loro strade e nei rifiuti, pur di dare la priorità alla spiritualità e alle tradizioni, ai riti e alle cerimonie in tempi secolari.

Assurdo? Forse sì, secondo un’angolazione occidentale.

Eppure, l’antica saggezza e la spiritualità che si respira in queste città sono proprio ciò che rende l’India così intrigante, in grado di (s)travolgerti e farti mettere in dubbio stili di vita considerati tipicamente più evoluti. 

Forse il concetto di evoluzione non risiede nella costruzione di grattaceli e metropolitane, bensì in qualcosa di più profondo, scopribile magari in un equilibrio tra Oriente e Occidente, nella ricerca di un atteggiamento umile e meravigliato che mostrerebbe un bambino di fronte all’immensa opportunità di esplorare universi sconosciuti.

D’altronde, anche i nostri concetti occidentali di evoluzione ed efficienza sono delle fantasie, dei semplici modi per interpretare e codificare la realtà che ci circonda in mezzo a tanti altri.

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