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Il Frauenkampftag e la festa della donna

Come tutti sanno l’otto marzo si celebra la Festa della Donna, una giornata che ha poco a che fare con la mimosa e in realtà dovrebbe mettere in luce gli sforzi che sono stati fatti e quelli che sono ancora da compiere per raggiungere una forma di parità che spesso non viene riconosciuta nemmeno a parole, figuriamoci con i fatti.
Premesso che pretendere di trovare della mimosa che non sappia di plastica – a queste latitudini – è quantomeno utopico, da quando sono qua mi piace apprezzare un altro aspetto di questa ricorrenza. In barba a fiori, cioccolatini e pensieri dal retrogusto eccessivamente zuccherino – sono una cinicona, che volete farci? 😉 -, qua si organizza il cosiddetto Frauenkampftag, letteralmente il giorno della lotta delle donne.

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Ogni anno vengono proposti eventi di vario genere – seminari, conferenze, letture pubbliche, film e persino un party – per far riflettere sulle tematiche della parità, dell’impegno sociale e delle quote rosa, offrendo spesso prospettive inedite e innovative. Oltre a una conferenza sul sostegno psicologico in caso di violenze, questa volta hanno offerto un documentario molto interessante sull’attivista Audre Lorde e – come ogni anno – un rappresentante della Rosa Luxemburg Stiftung ha dato il via al Festival con un discorso inaugurale, questa volta incentrato sulla politica di accoglienza per le donne rifugiate e sulla necessità di misure spesso differenziate e quanto più rispettose possibile. Tutto questo per farle sentire le benvenute nonostante ci sia ancora chi parla di Alternative e perda il suo tempo marciando come nemmeno alle parate di Carnevale, dando fuoco ai centri di accoglienza e mostrando i tratti più deludenti dell’essere umano.
Non mi sono mai considerata una femminista, forse perché l’immagine main stream dell’attivista queer-femminista non rispecchia il mio attivismo, ma ho sempre sostenuto questo genere di iniziative come parte integrante della necessità di richiedere diritti spesso negati. Nel mio piccolo continuerò quindi a farlo, fosse anche solo lasciando qualche volantino al lavoro o in biblioteca. Venendo da una famiglia fatta di donne forti e spesso anche dominanti, ho sempre vissuto il mio essere ragazza – prima – e donna – poi – come un’occasione per essere libera, fiera e per lottare per ciò in cui credo. Dalla parità dei diritti, alle quote rosa anche in ambito accademico passando per la libertà sessuale e la possibilità di poter decidere per il proprio corpo. Senza fermarmi, senza incespicare, senza permettere che qualcuno mi metta i piedi in testa. Il fatto poi io di base abbia un caratteraccio beh… a volte aiuta persino! 😉
Ci riflettevo qualche giorno fa, sapete? Ora capisco benissimo quelli che da piccoli dicevano “Io da grande voglio essere come la mia mamma, perché è la mia eroina”. E nel mio piccolo l’ho anche sempre pensato ma solo ora – vuoi per la distanza, vuoi per il subentrare dell’età adulta – mi rendo conto della portata di un pensiero del genere, e dell’enorme regalo che la vita mi ha fatto: la mia mamma. Che ogni giorno va avanti, stringe i denti, sorride, lotta e riesce persino a trovare il tempo di imparare a usare whatsapp e di progettare una lunga serie di “vizi a distanza”.
È lei che mi ricorda sempre una cosa molto molto importante: siamo donne, esploratrici, rivoluzionarie, inventrici, viaggiatrici, a volte naufraghe e sempre combattenti. Non molliamo mai perché – citando Ligabue – “Le donne lo sanno, c’è poco da fare.. c’è solo da mettersi in pari col cuore”. Siamo speciali, ognuna a modo nostro e – che sia con un fiore o con un Festival – meritiamo di essere celebrate. Alla faccia di chi ci vuol male.
Auguri a tutte noi!

Ci sono le Donne. E poi ci sono le Donne Donne. E quelle non devi provare a capirle, sarebbe una battaglia persa in partenza. Le devi prendere e basta. Devi prenderle e baciarle, e non dare loro il tempo di pensare. Devi spazzare via, con un abbraccio che toglie il fiato, quelle paure che ti sapranno confidare una volta sola, una soltanto, a bassa, bassissima voce. Perché si vergognano delle proprie debolezze e, dopo avertele raccontate, si tormenteranno – in un’agonia lenta e silenziosa – al pensiero che, scoprendo il fianco, e mostrandosi umane e fragili e bisognose per un piccolo fottutissimo attimo, vedranno le tue spalle voltarsi ed tuoi passi allontanarsi. Perciò prendile e amale. Amale vestite, che a spogliarsi son brave tutte. Amale indifese e senza trucco, perché non sai quanto gli occhi di una donna possano trovare scudo dietro un velo di mascara. Amale addormentate, un po’ ammaccate quando il sonno le stropiccia. Amale sapendo che non ne hanno bisogno: sanno bastare a sé stesse. Ma, appunto per questo, sapranno amare te come nessuna prima di loro.
(Alda Merini, Donne al quadrato)

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