Guerra da espatriata: amica e nemica di tutti

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Lei è li, le mani sul viso, mi avvicino, piange.

– Nonnina, cosa succede, perché piangi? – Stenta a sollevare lo sguardo, resiste alcuni minuti, poi l’amore ha meglio,  vince il dolore: mi guarda. Non ricordavo quegli occhi, quello sguardo pieno di dolcezza, sono passati così tanti anni.

Le nostre giornate erano sempre diverse, ci inventavamo i giochi, che poi non erano giochi: i lavori a maglia o all’uncinetto per guadagnarmi mille lire. I dolcetti in forno erano per i miei genitori, li avrebbero mangiati al ritorno dal campo. I pomeriggi seduti al sole, i suoi mega racconti, quei meravigliosi sorrisi. Mi inventavo le motivazioni per passare le giornate in sua compagnia, quasi sapendo che non sarebbero state tante.

Anche quel giorno era vestita di blu, si perché lei portava sempre una gonna blu e un maglioncino o camicia a seconda della stagione, un grembiule indossato con distinzione: un figura imponente, grande.

Mentre mi avvicinavo sentivo una strana vibrazione, per la prima volta la sua schiena era curva, il suo viso invisibile nonostante i capelli rigorosamente raccolti: un pettine piccolo, dei ferretti e la disinvoltura data da anni di esperienza le permettevano di raccoglierli in soli pochi minuti, creando quella che era la sua “messa in piega” giornaliera.

– Nonnina – i miei occhi si colmavano di lacrime osservando i suoi. – Cosa succede? Perché piangi? Mi guardava senza parlare, la sua tristezza era immensa… Anche io piangevo. Anche oggi mi capita spesso di farlo, di piangere quando vedo una persona triste. Io che ho imparato dalla vita a essere sempre allegra, sorridente, davanti alla tristezza altrui mi piego e abbasso la testa.

Ma lei, lei non l’avevo mai vista triste, non di quella tristezza. A volte, quando mi ammalavo, mi stringeva forte e cantava una canzone a bassa voce, per farmi sentire che anche lei stava male. Che il mio malessere era il suo. Poi però tutto passava e ricominciavamo.

– Rispondimi nonnina, dimmi perché sei così triste -.

– Guarda -, rispose lei, – guarda quello che sta succedendo -.

Ma io non riuscivo a vedere niente, non capivo a cosa si riferisse.

– Non vedo nonnina, io non riesco a vedere, cosa ti rende tanto triste -. Ma mi bastò un momento per capire.

La sua voce cominciò a raccontare.

– Vedo il mondo tesoro mio. Il mondo che sta lentamente morendo. La gente si sta uccidendo poco a poco e l’incoscienza, quella avrà la colpa di tutto -.

Persone sedute su poltrone di pelle, quelle persone non stanno ancora capendo che da ogni loro decisione dipende il futuro. Non riescono a gestire la situazione, sembra che non sappiano come fare, o forse non vogliono semplicemente farlo, non ancora.

Poi ci sono quelli che fanno finta di niente, ridono, scherzano e vanno in giro. Hanno bisogno di una passeggiata all’aperto, guidati dall’egoismo, da quell’io che ci fa sentire invincibili, sono coloro che arrecano più danno. La loro incoscienza, tesoro, mi fa tremare.

E loro, quelli che con camici bianchi, mascherine e guanti sono ormai sfiniti: trascurano le loro famiglie e mettono a rischio la loro vita, tutto per la loro dedizione al dovere. Loro e quelli che devono continuare ad andare al lavoro: cassieri, camionisti, operai, impiegati che non possono fermarsi, vorrebbero stare in casa al sicuro ma non possono – prego per loro ogni giorno. Perché il loro sacrificio sia ricompensato, perché non sia vano. Perché il mondo si salvi.

Vedo tanta ingiustizia, tanta incoscienza, tanta paura negli occhi di mamme, padri, fratelli. Famiglie spezzate, divise dalle circostanze o dal destino, abbracci che non potranno più essere dati, sorrisi spenti per sempre.

– Nonnina, non piangere -. Mentre le sussurro queste parole piango a singhiozzi.

– E poi ci sei tu -.

– Nonnina io sto bene, stai tranquilla, io sto bene -.

– Sei chiusa in casa, lontana da casa. In una terra straniera che con il tempo hai fatto tua. Hai fatto la tua scelta liberamente e adesso, anche volendo, non sei libera di tornare nella tua vera casa. Se te l’avessero detto non ci avresti mai creduto. Sei forte, tu sei forte.

All’improvviso il silenzio, solo un eco: sei forte, tu sei forte.

Mi fermo, smetto di ascoltare, comincio a pensare a quelle parole: sei forte, tu sei forte. No, non lo sono, ho paura, nascondo la mia paura.

Al mattino mi sveglio con un unico pensiero, che oggi sia uguale a ieri. Molti stanno già soffrendo la solitudine, la noia per dover stare in casa, quella quotidianità che davano per scontata, è adesso diventata preziosa, non ce la fanno ad accettare il cambiamento. E siamo solo agli inizi, ci saranno decine di giorni uguali a questi, armatevi di pazienza mi dico, meglio in casa che in un letto di ospedale, o in una bara di zinco o, ancor peggio, in un cimitero piangendo in solitudine i vostri cari.

Al mattino, la mia unica speranza, il solito buongiorno, quello che mi farà capire che tutto va bene.

Forte? Passo le giornate a lavorare da casa, facendo sì che i miei pazienti siano sempre e comunque ben seguiti: lunghe telefonate, sconosciuti che diventano amici, un unico triste tema di conversazione, ma la possibilità di trovare e dare conforto in un momento di profonda incertezza. Mi dedico a loro a tempo pieno, continuo a offrire soluzioni, trasmettere positività, avrete la vostra famiglia perché i progetti vanno portati avanti e i sogni realizzati.

Forte? Alle venti  di sera mi affaccio alla finestra per unirmi a quell’applauso che dal profondo di tutti i cuori Madrileñi vuole ringraziare coloro che sono in prima fila per combattere questa guerra fredda. Le strade sono vuote ma la luce alle finestre e il rumore di quelle mani che si possono solo toccare tra di loro, danno vita e accendono la speranza. Mi unisco a loro per sentirmi meno sola, perché il loro dolore è il mio, perché la loro speranza è la mia.

Forte? In questo clima di insicurezza, preparo la cena, verifico per l’ennesima volta che tutti, a casa, stanno bene, guardo un pò di tele, faccio un’accurata selezione delle notizie da sapere, troppa informazione, molte volte proveniente da fonte incerta, rischia solo di danneggiare la mia “forza”.

Lei è li e mi guarda, gli occhi gonfi e rossi. Mi avvicino, ho voglia di abbracciarla e dirle che tutto andrà bene, mi avvicino sempre di più.

Si allontana, lei si allontana:

– Nonnina, nonnina, aspettami, io non sono forte, ho bisogno di un tuo abbraccio -.

Lei si gira mi guarda e sorride:

– No tesoro, non è ancora il momento-.

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