Il gusto dei ricordi

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Luglio. Il sole splende, forse anche troppo per i miei gusti. E io ho voglia di un bel piatto di spaghetti con le vongole. Da ormai qualche settimana.

All’estero non è semplice reperire alcuni prodotti italiani: o meglio, quei prodotti che son molto più comuni sulle tavole italiane anziché su quelle d’oltralpe. Me ne son fatta ormai una ragione. E, in effetti, sopravvivo benissimo senza Pan di Stelle e Gocciole. Se non ricordo male, le mie ultime analisi del sangue erano piuttosto rassicuranti, al di là della solita anemia e della carenza di vitamina D.

D’altronde, in passato, pur di sopperire alla mancanza di alcuni ingredienti chiave per la preparazione di alcuni piatti, mi son lasciata andare a sperimentazioni che dire dadaiste è dire poco.

Ad esempio: a Parigi, preparavo regolarmente la carbonara con l’Emmental grattugiato. Se devo essere sincera, non so per quale motivo lo facessi. Son sicura che accanto alla bustina di Emmental râ, nel supermercato di fiducia del Quartiere Latino, ci fossero anche altre opzioni. Forse non il Pecorino, d’accordo. Ma, ripensandoci, son certa che il Parmigiano fosse lì. Eppure, mi ostinavo a buttarci dentro quelle striscioline di formaggio dall’odore pungente. E i cubetti di pancetta da quattro soldi in sostituzione del guanciale. La mia carbonara parigina era buonissima però, nonostante tutto. La preparavo almeno due volte a settimana, e ne andavo anche fiera.

Tempo fa, ho provato anche a replicare un panino con la porchetta. Baguette con prosciutto arrosto corredato di qualche venatura di grasso. C’era scritto porchetta, sulla confezione. Quella volta però devo dire che l’esperimento non era andato poi così bene. Mi son fatta abbindolare.

Come quando, alla disperata ricerca del gelato alla stracciatella, ho acquistato un gelato alla menta dal colore verde sbiadito, solo perché l’immagine di presentazione del prodotto mostrava tante piccole scagliette di cioccolato. Bramavo quel maledetto gelato, e non riuscivo a trovarlo. Ho ceduto alla versione aromatizzata al collutorio, creata appositamente per gli italiani che ogni tanto si scoprono nostalgici. È nel congelatore. E penso che ci rimarrà ancora per molto.

Il problema è questo: nonostante io non abbia alcun problema con le abitudini alimentari del posto, a volte il desiderio di quel prodotto, oppure di quell’altro, o di quell’altro ancora, è talmente vigoroso, che resistergli è difficile. Lì, è lo stomaco a parlare. O forse anche il cervello, non so spiegarlo con esattezza.

Visualizzo i miei spaghetti con le vongole, e automaticamente sento quella dolce brezza, in riva al lago di Bracciano, in quel ristorantino a conduzione familiare. Il cameriere che parla una lingua che sa di casa. O almeno: di quella che era la mia casa. La sua cadenza romana, così familiare. E poi, percepisco nitidamente la croccantezza del prezzemolo appena tagliato, il sapore robusto dell’olio, note di peperoncino. E provo quella sensazione che forse a volte vorrei rimuovere. La nostalgia di un momento che non c’è più. E che, tuttavia, si è accomodato prepotentemente sulla mia pila di ricordi.

A volte mi domando se il mio desiderio impellente di un piatto di spaghetti con le vongole, non sia piuttosto il desiderio di casa.

E quel panino con la porchetta? La tovaglia di carta a quadri, l’odore inebriante di rosmarino, sotto i denti la croccantezza di quella carne così profumata. Ma anche: quello che di solito seguiva il mio panino con la porchetta. Il mio pub preferito, la musica dal vivo in quella piccola sala senza finestre, la birra dal sapore caramellato che il proprietario del locale spillava con tanta cura. Quel panino con la porchetta avrebbe ora il sapore dell’amicizia di vecchia data?

Io le vongole, qui, le avrei pure trovate. Il fatto è che si tratta di vongole per palati esigenti. Quaranta euro al chilo. Ma il piacere di questa dissociazione spazio-temporale, prima o poi, dovrò concedermelo. Costi quel che costi.

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