I tempi nelle città

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Del tempo, ne parla Antonio Tabucchi in tutti i suoi libri.

In ogni libro ci sono almeno una riflessione o piccoli paragrafi dedicati alla concezione del tempo; l’autore quasi sempre si interroga sul suo valore.

D’altronde chi non l’ha mai fatto, chi non si è mai fatto delle domande sul senso del tempo.

Nel gioco del  rovescio, tra i miei libri preferiti, uno dei capitoli finali inizia così:

Che dopotutto non era vero. Diciamo piuttosto batticuore, anche se il batticuore è solo un sintomo, e dunque. Ma paura no, si disse, che stupidaggine, la semplice emozione, ecco. Aprì il finestrino e si affacciò. Il treno stava rallentando”.

Su quel treno c’era un uomo che doveva incontrare la sua ex, Alice. Dopo anni e quel “tutto inghiottito dal tempo” come dice Tabucchi.

Il tempo ci inghiotte, dunque.

Ci ho pensato tante volte a questa frase, così reale e perentoria.

Ultimamente gli inverni e gli autunni in un baleno sono già estati e primavere, per non parlare del fatto che, lavorando nel campo della moda ed essendo sempre una stagione o un anno avanti, ho la sensazione che tutto trascorra ancora più velocemente.

Spesso mi guardo e penso “e tu com’è che sei diventata così? Quando sei cresciuta, che non me ne sono accorta?”.

Gli anni all’estero passano più veloci. Sui volti delle persone che vivono fuori dalla terra natìa mi sembra di vedere sempre più rughe; forse è solo una mia sensazione, ma anche quando torno in Sicilia noto che sembro (ovviamente ai miei occhi) sempre più grande dei miei coetanei.

Magari il mio processo sarà un’evoluzione al contrario, come Benjamin Button.

In realtà ho iniziato questo articolo con tutt’altra intenzione: volevo parlare dei tempi nelle città, non della concezione del tempo.

I tempi nelle città immagino siano diversi e soggettivi per tutti.

La mia amica che vive a Londra non fa altro che ripetermi che il tempo nella city è una sanguisuga, ti scioglie le energie e ti catapulta nel giorno seguente senza che tu te ne sia accorta.

Il mio amico Fabrizio, invece, appena trasferitosi in Tailandia mi dice che ha iniziato ad avvertire un nuovo senso del tempo, scandito da cose diverse, rumori e luci diverse da quelle vissute fino a pochi mesi fa a Barcellona.

Barcellona ha dei ritmi che trottano: per le reunion con grandi gruppi di amici sui cellulari iniziano a comparire whastapp addirittura mesi prima della data prescelta. All’inizio pensavo: “mi sembra un tantino esagerato metterci d’accordo sul luogo, l’ora e sul cosa fare tra circa due mesi”. Adesso penso: “è assolutamente necessario”.

Con i miei amici del master, per esempio, dobbiamo metterci d’accordo circa quattro mesi prima per vederci solo una o due volte l’anno. Certo, Ignacio ha due bambini, Silvia si è appena ripresa dopo un matrimonio e un viaggio ai confini del mondo, Paula è stracoinvolta dal suo progetto green, Gemma ha appena cambiato lavoro, città, casa, Alvaro è sempre compreso tra viaggi e serate interessanti.

Con i più intimi, riusciamo a viaggiare sull’onda più calma delle settimane, con Mariana addirittura dei giorni  – “sono vicino al tuo ufficio, passo a prenderti, andiamo a fare spesa insieme”.

Il tempo si fa stretto anche quando ti accorgi che son passati giorni dall’ultima volta in cui hai sentito la voce di tuo padre.

Succede sempre di sera, quando tutti i pensieri sul da farsi il giorno dopo al lavoro prendono forma e lì in mezzo si fanno strada i pensieri del cuore.

I miei pensieri alla sera sono convulsi, spesso arrabbiati, nostalgici, feroci, ultimamente sorridenti.

Sono pensieri che spesso si sviluppano tra il dormiveglia e quello stato di tutto sotto controllo/va tutto bene.

Sono pensieri in cui formuli i sogni, il futuro, gli affetti, in cui è meglio non decidere, non pianificare.

È il mio momento di sono sulla terra, nel mio letto, sotto la mia coperta, ed anche terra chiama Laura: scomparsa, sperduta nell’universo di milioni di stelle.

Ecco, è più o meno così certe sere.

Mi consola il fatto che esistano le altre sere, quelle normali. Ma mi consola anche un altro fatto: che qualcuno molto prima di me, abbia (forse) vissuto le stesse sere di chimere e ne abbia scritto una cosa così bella:

“Ognuno sta solo
sul cuore della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera,”

Vorrei concludere con la consapevolezza di aver scelto un argomento e averlo sviluppato nel corso dell’articolo, invece temo di non averlo fatto.

Ho volato pindaricamente da una parte all’altra delle cose: dai tempi, al tempo unico, alle sere spigolose.

Almeno sono approdata su Salvatore Quasimodo, soffice cuscino di piume bianche.

 

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