Il Cairo tre mesi dopo

Sono già passati tre mesi da quando mi sono trasferita al Cairo.

Non vi nascondo che, per quanto tutto potrebbe sembrare uguale, in realtà ci sono stati diversi cambiamenti.

Da quando ho iniziato a scrivere per questo blog sono stata sempre molto onesta, raccontandovi le paure e i limiti caratteriali che mi contraddistinguono.

Ma oggi vorrei raccontarvi il risvolto della medaglia.

Prima di trasferirmi, pur avendo molta paura di cosa stavo andando incontro, dicevo a tutti i miei amici che mi sarei adattata molto prima di mio marito.

Io ho più tempo per girare la città, per  parlare con le persone e scoprire le nuove zone.

E così piano piano le stranezze diventano normalità.

Le cose che ti fanno paura, le impari a conoscere e inizi a non prestare più attenzione.

L’unica promessa che mi sono fatta è di non abituarmi mai all’inquinamento. Qui purtroppo l’immondizia è la padrona dell’ambiente, e questo non sarò mai in grado di accettarlo o di abituarmi.

Da quando mi sono trasferita, ho iniziato a stringere diversi rapporti di amicizia.

Purtroppo, a differenza degli Stati Uniti, le persone le sto conoscendo con ritmi più lenti.

Credo che la differenza tra i due espatri è che ci sentiamo più vicini a casa. L’Italia dista solo 3 ore e abbiamo una sola ora di differenza con i nostri cari. Questo fa si che là dove tutto manca, sappiamo che possiamo sempre scappare in un luogo sicuro.

Ovviamente negli Stati Uniti la distanza impone che le persone si sentano più bisognose di stringere rapporti di amicizia più velocemente, alla ricerca di una seconda famiglia in grado di farti sentire coccolata.

Plus, uno dei grandi nei è che spesso le persone che sono più libere durante la giornata sono anche le più demotivate.

Molte donne vorrebbero scappare dal Cairo, e sono pronte a darti un giudizio negativo.

Purtroppo o per fortuna io dovrò passare in questo posto almeno tre o quattro anni, per cui non posso permettermi di passare del tempo con chi questo posto lo odia: rischierei di chiudermi a riccio e incubare la negatività altrui nella mia quotidianità.

Ergo, sono diventata più selettiva con le persone.

La mia fortuna è stata conoscere una ragazza marocchina sin dall’inizio.

Lei mi sta letteralmente facendo da guida nei confronti non soltanto della città ma della loro cultura.

Spesso rimango a bocca aperta dinanzi ad alcuni ragionamenti, usi o regole ma ho imparato a non esprimere mai giudizi assolutisti. La cultura orientale è veramente diversa dalla nostra e non è possibile controbattere, perché rischieresti soltanto di imporre un tuo pensiero e la discussione rifletterebbe soltanto i due poli bianco o nero.

Indubbiamente sto stringendo rapporti di amicizia con gli italiani, ma non sono – e spero di non diventarlo mai – una di quelle che ha bisogno soltanto della mia gente. Anzi, tendo a frequentare ogni settimana qualcuno diverso per far sì che questa esperienza possa diventare indimenticabile.

Ciò non vuol dire che mi obbligo a fare questo o quello, ma che provo a spaziare tra le persone per evitare di rimanere bloccata in un gruppo.

Dal mese di gennaio ho anche iniziato a frequentare il corso di egiziano.

Ci sono due motivi che mi spingono a frequentarlo.

Il primo è legato ad una questione di rispetto nei confronti di questo popolo che mi sta ospitando. Imparando la lingua, riuscirei a comunicare con loro, perché per quanto tutti pensano che gli egiziani sono in grado di parlare la lingua inglese, in realtà non è del tutto vero.

Il secondo motivo è perché terminata questa esperienza avrò la possibilità di inserire questa competenza nel mio curriculum.

Un occidentale che parla bene l’arabo è insolito. E poi ho scelto di prendere una pausa lavorativa.

Negli Stati Uniti ho fatto una vita sfrenata, piena, in cui uscivo, come tante di voi, la mattina alle 7 e rientravo a volte alle 9 di sera. Non avendo la necessità di lavorare, mi sto prendendo una pausa per capire cosa mi piacerebbe fare davvero e metterlo in atto.

Mi sto quindi dedicando a tutto quello che non ho potuto fare per mancanza di tempo.

Sto lavorando molto su me stessa, cercando di imparare a limare quei lati del mio carattere che non mi piacciono.

Qui ho la possibilità di essere serena e di godermela senza dover dare di matto ogni qual volta che le cose non vanno per il verso giusto. Mi sto impegnando a razionalizzare e riflettere prima di scoppiare con il mio impeto.

Le giornate passano più velocemente, tra qualche ora in compagnia e altre in solitudine.

Non avevo mai apprezzato i momenti di solitudine così tanto come sto facendo qui.

Sicuramente la crescita personale comporta rivalutare aspetti che prima ti sembravano ostili. La solitudine la odiavo, se non per fare quel che ritenevo strettamente utile per me stessa, invece oggi mi ritrovo a godermi questi momenti con assoluta serenità.

Ogni giorno ho un nuovo obiettivo: la ricerca di un tessuto, un negozio carino dove fare acquisti, un nuovo fruttivendolo, una nuova macelleria, un bar in cui leggere un libro sorseggiando uno smoothie.

Una delle cose che sto maggiormente recuperando sono le relazioni con i commercianti, esattamente come se fossi in Italia.

mercato-scorcio

In quattro anni negli States, mi ero abituata a fare la spesa nei grandi supermercati e lì perdi il rapporto di fiducia che si instaura con i venditori. Qui invece esco e mi imbatto in piccoli negozietti con cui perdo ore a negoziare il prezzo finale.

Perché sì, gli egiziani amano contrattare continuamente e il prezzo più basso ovviamente lo raggiungono soltanto quando ti vedranno irremovibile.

L’unico neo è che, essendo espatriata, per me tutti i prezzi vengono maggiorati.

Una volta, da un fruttivendolo, comprai appositamente le stesse cose che comprava un’egiziana; il commerciante chiese 30 sterline egiziane a lei e 120 a me, scoppiai a ridere, dissi che avevo capito il prezzo in egiziano e che non sarei andata via fino a quando non mi avessero applicato lo stesso.

Il braccio di ferro inizia quando entrambe le parti sono sullo stesso piano e io ce la sto mettendo tutta per far sì che possa essere una battaglia non impari.

Dopo tre mesi, posso dirvi che mi sto piano piano innamorando di questo paese così diverso dal nostro ma che ti avvolge tra le sue braccia facendoti sentire a casa.

2 commenti
  1. Roberta F.
    Roberta F. dice:

    Cara Giuliana,
    Zayek habibti? 😀
    Ah, come dimostrarti quanto mi stia rivedendo nelle tue parole! 🙂
    Sono da pochissimo tornata in Sicilia dopo quattro mesi al Cairo, ho vissuto a casa della famiglia di mio marito e ho ben presente le difficoltà che anche gli spiriti più aperti, curiosi e desiderosi di conoscere ed adattarsi incontrano una volta lì: se pur per me non fosse la prima visita in Egitto e parlassi un po’ l’ammeya locale, vi sono stati numerosi momenti in cui ho dovuto fare i conti con forti episodi di shock culturale, sinceramente a volte inaspettati ma inevitabili; tra l’altro, il nervosismo e la frustrazione in determinate circostanze cercavo pure di reprimerli, per non dare l’impressione sbagliata (come tu ben dici) di essere l’occidentale etnocentrica, snob e con la puzza sotto il naso. È proprio vero, però, che nonostante tutto ci si innamora di questo Paese così particolare, una volta che si rincasa ti accorgi di sentire la mancanza di tante cose, piccolissime ma che fanno la differenza nelle tue giornate.
    Tra due mesi dovrei tornarci in shaa Allah e, forse, restarci per un po’… se ti va, restiamo in contatto.
    M3 salama!!
    Ro 🙂

    Rispondi
    • Giuliana Consiglio
      Giuliana Consiglio dice:

      Ciao,

      tamaam!
      Sono così felice che tu abbia provato le stesse sensazioni, perché vuol dire che sono sulla strada giusta! Inizialmente lo shock è stato molto forte e ho avuto paura che non sarei riuscita a sentirmi a mio agio completamente. Mi farebbe molto piacere se riuscissimo a rimanere in contatto. ti lascio la mia email così mi scrivi in privato: giulianaconsiglio@yahoo.it. Ti aspetto! Un abbraccio

      Rispondi

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