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Il cibo italiano

 

Fresca di vacanze italiane.

Di ritorno alla routine spagnola (catalana) con il corpo a Barcellona e lo stomaco che sogna l’Italia.

Ogni volta che torno nella mia terra da expat, mi focalizzo sempre sulle stesse cose che sono costretta a lasciare: le mie persone italiane, il mio mare, i miei libri, ovviamente la mia famiglia.

A questo ritorno però voglio aggiungere un elemento: il cibo.

Eh ci hai messo quasi 3 anni per capire che il cibo italiano ti manca?

Evidentemente sì.

Mi spiego meglio e racconto una vicenda.

Ho festeggiato solo in Natale in Italia, io e la mia migliore amica Sara (milanese d’adozione) abbiamo deciso di celebrare Capodanno a Barcellona.

31 Dicembre, Barcellona, appunto.

Vado a cenare, con Sara e altri amici in uno degli hotel più cool di Barcellona, un luogo che mi piace tantissimo, con un deisgn che adoro e un’aria internazionale che dà un senso straordinario a tutto lo spazio.

Per la prima volta ceno in questo hotel.

Nel menù figurano pezzi da novanta come crema di castagna e foi gras, ravioli al tartufo, salmone accompagnato da una sofisticata creme fresh e crostini ai cereali.

Mangio (quasi) tutto e sul momento gradisco.

Dopo la cena l’hotel si trasforma in una festa d’oro e d’argento con gente colorata, elegante, così diversa. Boa di piume argentati, paillettes, fiocchi rossi di velluto, cappelli ampi e cerchietti con su scritto 2019.

Balliamo, festeggiamo, brindiamo.

“Feliz año nuevo, a lo que viene”.

Sono le 4 del mattino ci infiliamo in un taxi direzione casa.

Abbiamo fame, Sara si mette ai fornelli e cucina una pasta per entrambe.

Qualcosa di semplice, con gli ingredienti che abbiamo in casa.

Nascono degli spaghetti aglio, oglio e peperoncino.

Io e Sara ci guardiamo in faccia e ci confidiamo un segreto: non c’è paragone.

La cena in hotel era buona, ma niente sarà mai meglio del nostro cibo.

Oggi, 9 Gennaio 2019, seduta su una panchina in Rambla Catalunya penso al cibo italiano.

Ok, vivo in un paese così vicino all’Italia per tradizioni e cultura, che dovrei evitare di fare questi pensieri. (Se vivessi a Pechino o Chicago cosa farei?)

Probabilmente quando cresci e maturi quelle cose scontate a cui sei sempre stato abituato e che ti hanno sempre messo sotto gli occhi ed in questo caso  sotto il palato diventano più grandi.

O le ingrandisci tu.

Perché fai paragoni e hai più elementi per giudicare, più argomenti per difendere.

Difendo il cibo italiano (come se ne avesse bisogno) per le seguenti ed oggettive ragioni:

È il migliore al mondo.

Non è un luogo comune o una frase fatta, solo realtà tangibile sotto il palato ad ogni pasto.

È un qualcosa che ci portiamo dentro, noi italiani, sin dalla nascita. Probabilmente i vasetti di omogeneizzati che ci dava la mamma da bambini erano già diversi, più saporiti, insomma italiani.

È molto più di cibo. È una cultura, un modo di fare, pensare, agire.

Gli spaghetti al pomodoro, per esempio.

La salsa nella giusta quantità, il basilico dà gusto non solo colore, gli spaghetti  rigorosamente al dente. Non c’è nessun eccesso, sta tutto in equilibrio. Un mix di sapori semplici e genuini danno vita ad un piatto di estrema bellezza. Bontà nella semplicità più pura.

È un balance perfetto di sapori, colori, gusti.

È un essere capaci di goderselo ad ogni assaggio.

Questa capacità è molto italiana. Lo sottoscrivo e lo farò sempre. Ho abbastanza amici provenienti da tutto il mondo (con cui pranzo e ceno) per poter affermare che nessuno sta a tavola come gli italiani. Nessuno sa godere dei pasti in modo lento e delicato come noi. Nessuno spende più di 2 minuti a commentare un ingrediente o un intero piatto. Al massimo quello che dicono è “buonissimo” e quello che fanno è mangiarlo (nella maggior parte dei casi molto velocemente).

È saper stare a tavola.

Un rito, un momento di calma, unione, parole. Condivisione. Probabilmente di felicità. Ma anche di infelicità, di problemi, intenti, di frasi di troppo, rapporti ritrovati, altri in zona grigia.

Quante famiglie ho visto intorno ad una tavola. Spesso mi sono soffermata ed ho tratto conclusioni, spesso mi sono intromessa nei loro visi, nei loro piatti, nel loro pensieri. Tante volte ho legato il cibo alle loro storie.

L’Italia mi ha insegnato a non ingerirlo e basta ma farci caso, a dargli importanza a far sì che conti. A 27 anni, 3 anni dopo di vita lontana, ho capito che non è mai scontato e che è nella lista delle cose che mi mancano di più.

Sacratissimo cibo italiano.

Che tu sia sempre benedetto e amato, come meriti.

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