donna-acquaA volte mi soffermo a pensare a tutti quelli che dicono che non hanno paura della morte. Penso a tutte quelle persone e mi chiedo: sarà vero?

Sapranno quello che dicono? Poi, pensandoci bene, mi rendo conto che la realtà è travisata dalla finzione: cinema, teatro, videogames, libri… Tutto è finzione: a tutto diamo un inizio e una fine. Scriviamo “the end” alla fine di un film, chiudiamo il sipario alla fine di un’opera teatrale, concludiamo i libri con la parola “fine” . Pensiamo di poter sempre gestire tutto, di poter sempre controllare tutto: riapriremo il sipario per un nuovo spettacolo, continueremo quel libro con dei nuovi capitoli….

La finzione ha talmente preso il sopravvento sulla realtà che: “Io non ho paura della morte” diciamo, senza però renderci conto che questa volta non ci sarà un nuovo sipario da aprire, né un nuovo capitolo da scrivere.

E allora cosa facciamo? Decidiamo, si l’uomo ha il potere di decidere, di sentenziare, di stabilire cos’è giusto e cosa non lo è: castighiamo i nostri figli perché fanno un errore, perché adottano un comportamento che secondo il nostro giudizio è sbagliato, ma raggiungiamo il limite e andiamo anche oltre quando ci troviamo di fronte all’impossibile. Eppure continuiamo a sentirci forti, abbiamo il potere di dominare, di imporci, di decidere per le nostre vite e quelle degli altri.

La perdita di controllo, la nostra più grande debolezza…

E poi un giorno la situazione ci sfugge di mano, stiamo perdendo il nostro potere di controllo: non può non amarmi, non può non desiderarmi.

Pensiamo che avere tutto quello che vogliamo sia un nostro diritto, tutto ci è dovuto, lo cerchiamo e ricerchiamo, e non sopportiamo l’idea di non ottenerlo, ancora una volta anche questa volta.

Noi che siamo i padroni del mondo, che lo costruiamo, che lo creiamo giorno dopo giorno: siamo intelligenti, ingegnosi, furbi. Siamo stati capaci di raggiungere la Luna nel lontano 1969, e saremmo stati capaci di regalarle la Luna se solo lei ci avesse amati. Ed è proprio qui che il gigante buono si trasforma in mostro. “Non ditemi che era buono vi prego, non ditemelo”. L’egocentrismo, il desiderio di possesso: “Io padrone del mondo, degli altri più che di me stesso”, questo è quello che muove lui e tutti gli autori di femminicidi. Il pensiero che non ci si può, né debba negare a un amore non corrisposto, il pensiero che la donna debba sempre e comunque dire di sì. Tu uomo, tu piccolo gigante padrone di nulla, tu misero essere incapace di riconoscere in lei tua madre, tu frutto insano di un ventre puro, ti sei fatto padrone della sua vita, sentenziatore della sua morte. Ti sei attribuito il diritto di chiudere il suo sipario, di mettere la parola fine alla sua esistenza, di non dare spazio a un nuovo capitolo.

L’inconsapevolezza di quello che siamo, la nostra principale condanna…

Rabbia, dolore, sconcerto, incredulità davanti a tanta violenza. Cosa può averti spinto a farlo? Quale insana convinzione ti fa credere che tutto ti sia dovuto?

E allora si parla di pentimento… pentimento? “Non ci credo, tu non sei pentito”. Ti saresti potuto fermare e non l’hai fatto, tu non sei pentito. Avresti potuto cambiare quella stretta, allontanare le mani dal suo collo, abbracciarla forte, farle sentire che l’amavi. Ma non l’hai fatto. No, tu hai continuato a stringere, forte e ancora più forte. Lei doveva essere tua, tua per sempre. I suoi occhi ti imploravano di allentare la presa, si i suoi occhi, avrai modo di sognarli, notte dopo notte. Tu, misero essere ignobile che non hai saputo placare il tuo desiderio di possesso.

Sei convinto che in questo modo l’hai fatta tua per sempre, ma ti dico una cosa: “Ti sbagli, in maniera assoluta”. La sua vita avrebbe potuto essere un libro dai mille capitoli, e tu avresti potuto essere il protagonista di molte sue pagine, ma il tuo ego ha messo la parola FINE.

E adesso dimmi , come ti senti? Cosa succede in quella tua mente inferma? Perché parli di pentimento? Tu che non ti sei fermato quando ancora potevi, quando con un gesto d’amore avresti potuto decidere di cambiare il corso di quella maledetta giornata, di dargli la possibilità di spegnersi nel tramonto e riaccendersi in una nuova alba.

Io, io sì, io ho paura di morire. Ni una más…

4 commenti
  1. Isabella
    Isabella dice:

    Ciao Angela, quando ho letto il titolo di quel giornalaccio mi si è chiusa una vena per la rabbia.
    Queste cacchine antropomorfe (chiamarli “uomini” sarebbe un insulto per quelli che non si comportano così) non vengono educate al NO, nascono e crescono senza freni, convinti che tutto sia loro dovuto (dal giocattolo all’ amore di una donna).
    L’educazione al rispetto salverebbe molte vite, ma in Italia a quanto pare le donne non contano una cippa (vedi la pena minima per lo stupro e il femninicidio).
    #NonUnaDiMeno

    Rispondi
    • angela
      angela dice:

      Ciao Isabella,
      il tuo commento cacchine antropomorfe, mi ha fatto ridere e non posso non darti la ragione, chiamarli uomini è un complimento, credo che non possa nemmeno rientrare nel genere umano perché sono sicura che nessun altro essere sarebbe capace di tanta cattiveria.

      Rispondi

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi con chi vuoi