Il mio primo mese ad Addis Ababa

E’ un mese che sono in Etiopia e, forse, è il momento di fare un punto della situazione.

In realtà per me è ancora presto, non basta un mese per capire un paese, ma visto che me lo hanno chiesto, ora mi concentro e cerco di spiegarvi come sto vivendo le cose.

Di base sto bene, che è la cosa più importante, no? Come direbbe Angela da Mondello, qua “non ce né coviddi”, o forse non ci sono abbastanza controlli, forse ci sono problemi più gravi rispetto al Covid, o più semplicemente non è un paese con un grande afflusso di turisti.

Inoltre, da mesi è necessario presentare un tampone prima di entrare nel paese e prima ne veniva fatto uno anche all’arrivo, più isolamento obbligatorio in determinati hotel, dai quali non si poteva scappare. Mica le misure bau bau micio micio dell’Italia. 

Misure creative anti covid in Etiopia

Misure creative anti covid in Etiopia

Quindi, la vita qua si svolge normalmente, mascherina a parte.

Niente coprifuoco, niente lockdown, niente zone gialle e rosse, tutto tranquillo.

Alcuni locali hanno messo fuori dei “lavandini artigianali”  per lavarsi le mani prima di entrare, niente da dire sulla creatività. Poi però vai in bagno e non trovi la carta igienica o non funziona lo sciacquone!

Addis Ababa è una metropoli da 4 o 5 milioni di abitanti.

A me di giorno sembra di vederli tutti per la strada. Il traffico è una cosa tremenda, per non parlare della maniera di guidare. Sembra di essere nella pista di un autoscontro, con le macchine che vanno in ogni direzione e ti si avvicinano infinitamente, io sento addirittura male alle gambe in quei momenti. Va beh forse le prime settimane, ora quella sensazione è passata, ma pur avendo patente A e B italiana, kiwi e spagnola, io col cacchio che mi metto a guidare in quel bordello! Anche attraversare la strada è un’operazione abbastanza complicata, però quello etiope è un popolo coraggioso!

Forse dovrei parlare solo delle strade oggi, perché ce n’é da dire!

Anche perché passo parecchio tempo in macchina e sono sempre lì a guardare cosa succede in giro e non presto attenzione alle strade che facciamo, quindi ancora non saprei tornare a casa da sola, che vergogna!

Le strade di Addis sono piene di contrasti. Sei circondato da grattacieli e palazzoni dalle forme più svariate e accattivanti, ti passa di fianco una mandria di capre, o di asini. Poi vedi un macchinone e di fianco altre 20 macchine scassate degli anni 60′, se non più vecchie, i famosi taxi blu, che mi hanno detto che almeno una volta nella vita bisogna provare.

Ci sono gli autobus ufficiali, che almeno da fuori sembrano come quelli dei paesi sviluppati, ci sono i taxi “ufficiali” carissimi, ci sono i “Ride” la versione locale di Uber, e ci sono i minibus taxi, che sono dei pulmini anni 60′, ovviamente super scassati, sempre stipati di gente. C’è anche una specie di tram-treno, la light rail, che sembra il modo più all’avanguardia per spostarsi coi mezzi, ma sul quale ancora non mi sono avventurata.

Addis Ababa Etiopia

Addis Ababa Etiopia

Ai semafori è pieno di mendicanti di tutte le età: anziani, mamme coi bambini, bambini, bambine con in spalla altri bambini – che speri siano i fratelli e non i figli.

Ci sono tantissime persone sedute ai bordi delle strade, persone che dormono ai bordi della strada sotto al sole cocente, persone che fanno file infinite per prendere un autobus scarcassato sempre al sole cocente, vestiti anche bene, in una fila precisa e perfetta, tipica dei paesi anglosassoni: chissà quanto tempo devono aspettare così. E chissà se è peggio fare quella fila sotto al sole o sotto alla pioggia. E chissà perché in una città tanto disordinata riescono a fare delle file così perfette. 

Ci sono alcune strade con negozi tradizionali, anche qualche edificio in stile centro commerciale ethiopian style, e poi ci sono le strade con negozi in lamiera ricoperti con tendoni di plastica. Tu magari pensi di andare a comprare la verdura da questi poveracci, per aiutare i piccoli commercianti, e poi scopri che i loro prezzi sono molto più alti di quelli dei negozi più decorosi.

Ci sono anche quelli che ti vendono la frutta direttamente dall’asfalto, o quelli col carretto di legno. Insomma ce n’è per tutti i gusti.

Per strada si vede veramente di tutto, gente che si lava con l’acqua delle pozzanghere o con l’acqua delle bottiglie. Poi un’altra pratica molto folkloristica  delle strade di Addis sono gli uomini, di tutti i ceti sociali e le età, che in pieno giorno urinano allegramente ai bordi delle strade. Non è che si nascondono, che si attaccano a un muro, a un albero… no, gioielli di famiglia alla mano e via, come se niente fosse, davanti a tutti.

In loro difesa devo dire che la fanno dentro a dei buchi, mica per terra. Anche quello avrà un senso, forse. 

Il camion della spazzatura ad Addis

Il camion della spazzatura ad Addis

Le strade sono abbastanza sporche e disastrate, tipo con marciapiedi rotti, non asfaltati o con le pietre.

C’è plastica ovunque, soprattutto bottiglie d’acqua. Le strisce pedonali si intravedono. Bidoni della spazzatura non ne ho visti, però ho visto dei camion della spazzatura molto folcloristici, con sopra 2 o 3 persone sedute tra la monnezza e altre 5 che correvano dietro al camion e lanciavano su i sacchi della spazzatura. A quanto pare questa cosa di tizio che guarda e caio che lavora è una pratica diffusa in questa città.

Qualcuno dovrebbe spiegare a questa gente che, se il lavoro si fa insieme, si fa prima. Magari si fa pure meglio.

Ci sono tante cose che andrebbero spiegate. Cose semplici. Eppure sembra che in questo paese per molti versi il tempo si sia fermato e non si riesca ad andare avanti. Perché qua le cose che per noi sono scontate non ci sono? Perché non si riescono a fare? Perché i paesi del primo mondo sono andati avanti e qua sono rimasti indietro? E io come faccio a dire come mi trovo qua, se sono impegnata a fare domande, per capire le cose?

Sulle strade di Addis ho ancora molto da raccontare, ma continuerò la prossima volta. Ho un po’ sviato dall’argomento iniziale.

Sto bene, questo l’ho già detto. Il clima è piacevole, tutti pensano che in tutta l’Africa si muoia di caldo, ma qua siamo su un altopiano, le temperature sono miti, anche se di sera con la giacchetta di pelle muoio di freddo e di pomeriggio sotto al sole più di tanto non posso stare.

Ho una bella casa, gentilmente offerta dall’azienda, vivo da sola e finalmente, dopo anni e anni e anni di condivisione, non ho più a che fare con le terribili esperienze coi coinquilini.

Che un po’, se vogliamo, mi mancano perché a volte è anche bello tornare a casa e avere qualcuno con cui fare due parole, bersi una cosa o prendere e uscire. Però non avere a che fare con gente rumorosa, disordinata, sporca, che invade il tuo spazio, che cucina cose puzzolenti e che ti rompe le cose  è una conquista di pace interiore ed esteriore indescrivibile, che chi non è passato per il flatsharing non può nemmeno immaginare.

Sto bene, ho già conosciuto qualche persona con cui uscire e devo ammettere che la mia vita mondana in questo momento è molto più intensa di quella di Ibiza dell’ultimo anno.

Ci sono due però in tutto questo stare bene. Li ho tenuti per ultimi per vedere se leggete fino in fondo e mi date un po’ di sostegno morale nei commenti. 

Mi manca la libertà di movimento. Nel senso che ancora non ho fatto un giro a piedi neanche intorno al palazzo.

Tanta gente mi ha fatto “terrorismo psicologico” e ho paura di fare un passo da sola. Dicono che qua ti rubano qualsiasi cosa e magari neanche te ne accorgi. Non devi tenere il telefono in mano. E io come mi sposto senza guardare Google Maps????? L’altro giorno mi sono fatta coraggio e volevo andare fino al bancomat a piedi, erano 8 minuti di camminata. Poi ci ho ripensato e volevo chiedere ai ragazzi che lavorano nel palazzo se mi potevano accompagnare, perché forse 8 minuti di andata e 8 di ritorno come prima passeggiata da sola erano troppi.

Dai, ditemelo che sono una cagona! Me lo dico da sola. Ma prima o poi dovrò superare questo ostacolo.

Perché ho proprio bisogno di questa libertà del camminare. Che poi magari non camminerò mai da sola per strada, ma devo sentirmi libera di poterlo fare. In Marocco l’ho fatto, l’ho fatto anche di notte e in quartieri anche poco raccomandabili di Casablanca. Perché qua no? 

L’altro problema è che mi manca la libertà di comunicare.

La maggior parte della gente locale non parla inglese, se lo parla lo parla male, o ancora peggio non lo parla ma fa finta di parlarlo e in realtà sei lì che parli da sola con una persona che non ti capisce ma ride e ti dice yes yes con un sorrisone a 32 denti. Un po’ mi sto rassegnando a questa cosa, col guardiano del palazzo mi faccio certi monologhi, con lui che dice due parole e poi mi guarda e ride. 

Quindi forse il trucco per vivere qua è abituarsi e rassegnarsi. Adattarsi.

Perché se non c’è modo di spingere l’Africa in avanti, devi essere tu ad andare un po’ indietro, abbassare le tue aspettative, trovare il giusto compromesso.

E poi c’è’ la Bubble. Se stai là dentro stai bene.

Cos’è’ la Bubble? Magari ve lo racconto nella prossima puntata.

Ines Addis

Ines Addis

(Post originale non editato dalla nostra editor ufficiale) 
5 commenti
  1. Laura
    Laura dice:

    Mai capito perché non si riesca a chiamarla col suo nome ma sempre Abeba 😂bel racconto, mi riporti ai miei anni africani e ai sorrisi senza ragione della gente. Incredibile il potere del sorriso in certi paesi! La comunità expat dev’essere molto grande lì e forse faticherai a non stare nella bubble però ti consiglio di cercare di uscire dagli schemi un po’, locali sono una risorsa importante. Come si sta x ora in termini di sicurezza visto il conflitto?

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    • Rahel
      Rahel dice:

      Si dice Abeba perché la traslitterazione esatta dall’amarico è Abäba. Equivale ad un suono centrale, a metà tra /a/ ed /e/ che in Italia ufficialmente non esiste. Per questo è meglio chiamarla Abeba che Ababa, perché la seconda versione è in inglese, quindi pronunciata /abäba/.

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  2. cinzia
    cinzia dice:

    ciao Greta
    certo che vivi un’ esperienza veramente difficile, in un paese difficile, tutta L’Africa lo è, vedrai che poco per volta tante cose ti sembreranno migliori , o forse anche peggiori … chissà!
    Però rifletti bene su questa frase “se non c’è modo di spingere l’Africa in avanti, devi essere tu ad andare un po’ indietro ” a volte non si tratta di andare indietro ma solo di saper capire .
    Ti auguro tante cose belle, un abbraccio Bru

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  3. Solare
    Solare dice:

    Guarda altro che cafona, tu sei stata coraggiosissima ad andare da sola in Etiopia e dovresti solo darti tempo per proseguire con i tuoi tempi e più conoscenza nella scoperta della tua nuova città. Mi è piaciuto molto il tuo racconto, molto vero e di getto. Hai reso benissimo tutto il mondo che ti sta intorno e hai tutta la mia ammirazione! Brava e grazie

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