Il profumo della legna che arde… quello che mi piace chiamare casa.

fuochi-pentoleQuando vivi all’estero, sei obbligata a fare in modo che la tua quotidianità si colmi di nuovi colori, nuove immagini, nuovi profumi che, poco a poco, senti tuoi. È un bisogno che va oltre la tua volontà, è la necessità di sentirti a casa, anche quando vivi in terra straniera.

Ma c’è un profumo, quello della legna che arde, che mi indica che quella è la mia vera casa.

La Sicilia è un’isola in cui l’economia è basata soprattutto sull’agricoltura e l’allevamento, oltre alla pesca. A qualcuno piace chiamarci “terroni”, e noi che viviamo della nostra madre terra ne siamo orgogliosi. Quando poi in Sicilia vivi in un paese di montagna, agricoltura e allevamento sono il tuo pane quotidiano.

Spesso, si dice che impari ad apprezzare e amare qualcosa quando la perdi.

cuore-legno

Nel mio diventare grande, ho imparato a fare in modo di andare controcorrente, rimando contro questa stupida regola. Amo e apprezzo quello che vivo, cercando di fare in modo che ogni attimo possa trasmettermi qualcosa, che possa arricchirmi. La visione del mare, la lettura di un libro, il suono di una canzone sono solo alcune delle sensazioni audio visive di cui ho imparato a “godere”. E non a causa della lontananza dalla mia terra.

Quando sei espatriata, oltre a conoscere nuova gente, fare nuove esperienze, che è quello che accomuna un po’ tutti coloro che lasciano il luogo natale, ti immergi in una nuova cultura. Una cultura in cui la barriera lingua è l’ostacolo principale: impari nuove parole, modi di dire, espressioni, parolacce… Impari e fai tuo, per non sentirti più così straniero, per convincerti che puoi avere due case. E, dopo tanti anni, ci riesci pure.

Ogni volta che lascio Madrid per rincorrere il mio spirito zingaresco nei brevi viaggi esplorativi di nuovi mondi, il rientro all’aeroporto di Barajas, è diventato ormai familiare. Nonostante la sua immensità, riconosco ogni angolo e tutto profuma di Spagna, la mia seconda patria.

Ma c’è un profumo, quello della legna che arde: è quello della mia vera casa.

I miei rientri in Sicilia si ripetono ormai in maniera abituale due volte l’anno: in estate e per le feste natalizie. La mia casa è stata costruita da mio padre, lui ha creato il suo angolo di paradiso in una meravigliosa campagna, fuori dal centro abitato. E, come vuole la tradizione, ogni contadino che si rispetti coltiva e cura la sua terra per poterne ricavare i frutti e crescere una meravigliosa famiglia.

Ortaggi, frutta, cereali, tutto è rigorosamente made at home. Vi starete chiedendo: “dov’è il profumo della legna che arde in tutto ciò”. Quello arriva all’ora di pranzo, quando il pane è ormai lievito. Dopo una prima fase, è il momento di vedere il risultato di quel duro lavoro iniziato alle 5 del mattino.

Tra i vari sali e scendi, arriva il momento finale, il protagonista di questa storia: il profumo della legna che arde. Molti di voi si staranno domandando cos’ha di speciale questo profumo, perché tanto interesse nel descriverlo?

Probabilmente penserete che basta stare davanti a un camino per sentirlo, senza perdersi dietro a tante parole. Non sarò certo io a dire che non è così, ma permettetemi di parlarvene.

Si tratta di legna sottile, ramistelli raccolti nelle vicine campagne da un uomo di 82 anni che si alza ancora alle 6 del mattino per poter dare il suo contributo al mondo.

albaCon le sue mani, segnate dal tempo e dalla fatica, affianca uno per uno quei ramistelli e li lega con un “lazzo” affinché non si disperdano, poi si dirige verso casa.

Un forno, rigorosamente di pietra.

Il cumulo viene appoggiato nella parte centrale, affinché il calore di disperda in modo uniforme. Una fiamma appiccata con un pezzo di carta, preferibilmente quella di un sacco di mangime per animali. La legna comincia a ardere, l’odore si sprigiona.

Io sono al piano di sopra, le finestre aperte per fare entrare un po’ d’aria fresca di montagna e rinnovare la casa.

Improvvisamente la mia attenzione viene catturata dal profumo, reso debole dalla lontananza. Comincia la disperata ricerca, l’irresistibile desiderio di sentirlo, forte, sempre più forte. Mi affaccio dalla finestra, eccolo, i sensi si lasciano travolgere ma non mi basta, ho bisogno di immergermi. Esco fuori e mi sporgo dal balcone, chiudo gli occhi, è fatta: le immagini della mia infanzia si appoderano della mia mente, le corse da bambina con i miei fratelli, mio padre che mi prende per mano. Vedo i sorrisi sui loro volti, sento il rumore di quelle chiacchierate infinite, il calore indelebile di quella stretta di mano, tu sei il mio gigante buono io la tua principessa.

Ad ogni respiro una diapositiva diversa, un ricordo unico.

La dolcezza dei ricordi più belli, la sensazione di protezione, la malinconia di momenti lontani, la consapevolezza del sacrificio nascosto dietro a quelle meravigliose emozioni. I mie occhi si riaprono lentamente e raggiungo l’estasi davanti all’autrice di tutto questo, lei: mia madre, la persona che più amo in questa vita.

Un sorriso di complicità, uno sguardo di intesa: questo è quello che mi piace chiamare casa.

padre-anziano

L’odore della legna che arde

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