In quarantena tra Canada e Italia

Ho chiamato mia madre anche questa mattina per un saluto su Skype.

Da un mese a questa parte la telefonata mattutina è diventata una nostra naturale consuetudine. Aggiorno lei ed “il babbo” sulla situazione in Canada, offrendole un po’ di compagnia, attraverso i racconti di Sofia che cresce e che ha da poco iniziato a sorridere.

Guardo le immagini degli ospedali italiani dove medici ed infermieri esausti lavorano senza sosta per salvare la vita delle persone.

Osservo incredula le fotografie che ritraggono la mia Firenze così vuota, in un silenzio irreale che fa rumore.

Ascolto un cantante lirico che dal balcone di casa, nel quartiere di Gavinana a Firenze, canta l’Ave Maria di Schubert.

E mi commuovo. Mi accade spesso nelle ultime settimane. 

E’ un collage di suoni, immagini, racconti che si susseguono ininterrottamente da giorni. E mi sento stanca e in parte sopraffatta da tutto questo.

Vivo di riflesso quello che succede in Italia attraverso le preoccupazioni di molti amici che stanno perdendo il lavoro ed i racconti delle mie colleghe che continuano ad insegnare ai bambini, da casa,  cercando di trasmettere loro un senso di normalità.

Mi commuovo cogliendo lo sguardo deluso e rassegnato di mio padre quando gli comunico che non sarò in grado di tornare a Giugno e che dovrà aspettare ancora un po’ per conoscere la sua nipotina.

La compagnia aerea ha cancellato il nostro volo.

Sono sospesi i collegamenti tra Canada ed Italia. Per quanto? Non lo sappiamo.

Così, quando tre settimane fa il governo canadese ha dichiarato lo stato di allerta nazionale per me è iniziato un film del quale conoscevo ormai a memoria tutte  le battute.

Hanno cominciato chiudendo le università. Poi le scuole. Successivamente i ristoranti ed i bar.

Ed infine i confini con gli Stati Uniti, obbligando le persone di ritorno dall’estero ad un auto-isolamento di 14 giorni. Abbiamo assistito alle prime scene di panico collettivo come le corse agli acquisti senza senso al supermercato.

La situazione è per adesso relativamente sotto controllo e, mentre sto scrivendo, ci è concesso ancora uscire per prendere un po’ d’aria, rispettando le distanze.

Lo so. Sono tremendamente fortunata per questo.

Ma le cose cambiano, di giorno in giorno ed i casi stanno aumentando. Ho vissuto l’entrata in vigore dei provvedimenti adottati come una conseguenza necessaria e giusta. Mi sono sentita in parte sollevata vedendo che il governo si stava muovendo, spinto da quello che stava accadendo in Europa. Mi sento fortunata nel trovarmi in Canada e non negli Stati Uniti.

Nelle settimane precedenti avevo tentato di spiegare a qualche amico canadese ancora un po’ scettico l’importanza del contenimento, raccontando quello che stava succedendo in Italia.

Ho trovato ironico il dover discutere sulle misure di distanziamento sociale con i canadesi.

Persone per natura e cultura così trattenute nel mostrare agli altri le proprie emozioni.

E se questo non bastasse a rendere il tutto così surreale, il virus è arrivato qui proprio all’inizio del disgelo quando le temperature iniziavano finalmente a superare lo zero e la neve cominciava a sciogliersi.

Dopo tre mesi trascorsi con temperature rigide che hanno raggiunto anche i -35 gradi è tanta la voglia di respirare, camminare, sentire il sole sulla mia pelle, interagire con le persone, insegnare la mia lingua, godermi le lezioni all’università in estate.

Si dice che ne usciremo cambiati.

Che ci vorrà tempo. Che il mondo non sarà più lo stesso. Che la natura tornerà a riappropriarsi dei propri spazi. Che molti cambieranno il modo di vedere le cose. Che si modificheranno le relazioni. Che muteranno le dinamiche tra alcuni stati. Che aumenteranno i divorzi.  Che svaniranno alcuni aspetti che governano le economie del mondo. Che esisterà “un prima” ed “un dopo” al quale dover far riferimento.

Si dice tutto questo e molto altro ancora. Ed io. Io invece non lo riesco a immaginare. Quello che mi aspetta. Ma spero che tutto questo passi. E che passi in fretta.

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