Inaspettata Delft

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Ho amato Delft.

E’ stata una delle sorprese più grosse dall’inizio dell’anno.

Forse era l’aria che si respirava, il mio vento di rinnovamento personale, la fuga di 48 ore, ma la sua figura mi ha conquistata.

Non avevo la macchina fotografica con me, solo il telefonino, che fa delle foto anche discretamente brutte quando ci si impegna. Quello che vedrete qui, dunque, non è la stessa bellezza che hanno visto i miei occhi.

Quella mattina, ho girato molti angoli.

Il più grande lo ho trovato in me stessa, quando ho capito che l’angolo in questione era in realtà una pagina.

A Delft faceva freddo, tanto per fare una cosa diversa.

Quand’è che non fa freddo in Olanda.

Faceva freddo ed era la settimana di San Valentino.

Un po’ strano parlare di San Valentino a Marzo, mi rendo conto, potrò sembrarvi fuori tempo, ma non è importante; tutto era fuori tempo in quel weekend, volutamente cercato per chiudersi in una bolla.

In quella bolla arriviamo la mattina alle 9, la città è deserta.

La copre un leggero mantello di foschia bianca, che si mischia ai raggi di sole stranamente presenti, e che non scaldano nulla.

Tutto sembra avvolto in un silenzio innaturale.

Le prime mura antiche dei palazzi che ci accolgono, attraversato il piazzale della stazione, scoprono il fianco lasciando intravedere una storia misteriosa.

Andiamo avanti alla ricerca della casa.

L’immancabile supermercato Albert Heijn ci si para davanti, proprio di fronte a quella che sembra essere la sagoma abbozzata di un mercato di strada.

Entriamo per comprare le vivande necessarie, dieci minuti, non di più; siamo di nuovo fuori.

Nel frattempo, qualche anima è sbucata dalla tana, si passa dal deserto a passetti lenti.

E’ bello questo mercato, ha un’insolita luce.

Certo fa sempre freddo, ma i colori riescono ad essere vivi.

Pochi metri più in là c’è la via che stiamo cercando: siamo in pieno centro, che bella scoperta!

In una strada silenziosa, per di più. Che fa angolo con un Subway.

Anche la casa è una delizia. Un gioiello di mansarda-mini loft, circondato da lucernai e con travi a vista, che mi piacciono tanto.

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Nonostante la tentazione di chiudermi lì dentro mi assalga dopo i primi trenta secondi, contrasto il desiderio ed opto per una passeggiata.

Ed è qui che mi coglie una nuova sorpresa: il mercato è vivo.

Il tempo di salire e scendere le scale, girare l’angolo, e nuovi passetti si sono aggiunti a quelli di prima.

Il freddo continua inclemente, il sole pure. Uno strano calore mi pervade.

Giro l’angolo una volta: sono su strada.

I più comuni negozi fanno da scenografia a piccoli palazzi costruiti con lo stampino.

Passeggio un po’, giro un altro angolo: c’è una chiesa.

Le giro intorno, voglio entrarci, è chiusa.

Rinuncio e vado dritto. Giro l’angolo in fondo alla strada: sono su una piazza che somiglia a quelle italiane di mare.

Una fila di bar la decora tutta intorno; penso che è ancora presto per sedersi. E poi non ho voglia di caffè.

Decido, dunque, di andare avanti. Arrivo al palazzo dal lato opposto, ci giro dietro, svolto l’angolo e mi si apre la vista su un nuovo canale.

C’è una pace così irreale in questo posto, e poi la luce comincia a riempire gli occhi.

La canzone di Peachy mi accompagna nell’ipod; mi lascio cullare dal testo.

Il sole sta colpendo al cuore.

Quando giro di nuovo intorno al palazzo, mi ritrovo parallela alla piazza di prima.

Nuovi passetti si stanno sommando.

Decido di allontanarmi a raggiera, utilizzando il campanile come punto di riferimento.

Torno indietro in direzione stazione, scopro le parti nuove, il mio supermercato preferito e un carretto che suona musica di strada.

Continuo a vagare senza una meta precisa se non esplorare la città, e a forza di girare angoli mi ritrovo al mercato di partenza.

E’ passata poco più di un’ora e mi sembra di vedere il mondo: i passetti ora sono centinaia, non si cammina. Devo quasi sgomitare per passare.

Da dove sono uscite tutte quelle persone?

C’è una tale allegria, colori, vita, adoro i mercati. Adoro i porti e adoro i mercati.

C’è un’enorme bancarella di fiori.

Alcuni bambini giocano intorno a una statua.

Da quel punto di poi è tutto un fluttuare di angoli, chiese ed emozioni.

Non mi importa assolutamente nulla delle ceramiche di Delft, non sono qui per questo e non mi sono mai nemmeno piaciute.

Scopro invece tutt’altra vita: una piazza che mi ricorda quelle mantovane; le chiese che per visitarle devi pagare; una torre storta che sembra ti debba cadere in testa da un momento all’altro; il sapore di arte e di antico ovunque; la dimensione senza dubbio più piccola della mia città attuale ma non me ne accorgo perché mi ci sto perdendo dentro; un richiamo bisbigliato che mi invita a restare.

E’ ora di pausa, e di quel bar che non mi sono concessa all’inizio.

Lo scelgo con cura, ci impiego più di mezz’ora; voglio l’angolo perfetto. Lo scorcio dalla finestra. Voglio una cioccolata calda con panna, prima di rientrare.

Devo raccogliere le idee.

Sono stata invasa. Inaspettata Delft, o inaspettata me.

“Dove sei stata?”, è la domanda che mi sento fare quando torno nella casa con le travi a vista.

“Ho girato un po’ per la città mentre tu dormivi. E’ bella sai? Ti ho mandato le foto su whatsapp”.

“Hai fatto bene. Da quel che ho visto finora sembra carina, ci potrei vivere.”

“Anche io”, rispondo.

Il resto del weekend lo passo tra la luce filtrata dai lucernai, le campane della chiesa e un minutaggio lento e sospeso.

Una parte della mia attenzione resta spostata su Delft.

D’altro canto, non era previsto che facessi un tour, né che mi appassionassi tanto a qualcosa che potesse essere al di fuori di quella casa – come sempre le sorprese arrivano quando non te le aspetti più.

Nel viaggio di ritorno guardo le foto, e mentre mangio un croissant penso che ne verrà fuori un bell’articolo.

Ripeto a mente il percorso.

Uno, due, angolo, svolta, dritto.

6 commenti
  1. Laura Valente
    Laura Valente dice:

    Vivo a Lisse, in pieno Bollenstreek. Leggendo il tuo articolo ho ripercorso le stesse mie emozioni della mia prima volta a Delft, qualche anno fa ormai. E la sorpresa più bella è che, ritornando, anche in stagioni diverse, in giorni diversi (la domenica ad esempio è molto ma molto tranquilla), le emozioni restano le medesime. Anche io attratta dei piccoli angoli, dalle svolte che colpiscono al cuore, che rimandano a emozioni sepolte dentro, che ti risvegliano. Anche io come te sono una persona che vive molto di emozioni, di empatia. Mi lascio coinvolgere da ciò che ho attorno, imparando, con gli anni, a creare anche uno scudo in grado di proteggermi da questi slanci passionali. Vermeer era di Delft, ed io ho sempre amato la sua pennellata malinconica e un po’ triste, mascherata dalla cura del dettaglio. Capisco meglio i suoi quadri da quando ho visitato la sua città, scoprendola alle varie ore del giorno, nei diversi periodi dell’anno, dove la luce, un po’ ovunque, ma in Olanda, si sa, cambia radicalmente la percezione dei luoghi e dei colori.

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    • Paola - Amsterdam
      Paola - Amsterdam dice:

      tornerò in un’altra stagione. e in un altro giorno. chissà che non diventi il mio nuovo posto 🙂 grazie Laura, del tuo bel commento.

      Rispondi
  2. Sanda
    Sanda dice:

    Cara Paola…ho letto con batticuore l’articolo su Delft…certo la mia e’ un opinione soggetiva, perche’ Delft e’ stato il mio primo contatto con Olanda, la prima citta’ che ho visuto, respirato, assorbito e mai lasciata anche se vivo a Den haag…grazie con la speranza di legerti e di non perdere il contatto. Sanda Sudor

    Rispondi
  3. Fabiola
    Fabiola dice:

    Cara Paola,
    Che belle sensazioni! Mi è sembrato di girare Delft con te!

    Credo che esistono posti del mondo con cui abbiamo una connessione un po’ speciale ed è molto probabile che sia quello che ti è successo. 🙂

    Un abbraccio
    Fabiola – Mallorca

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