integrazione
lisa berlino PAPERELLA GRUPPOSe c’è una cosa che mi ha messo in difficoltà da quando sono qui, è l’integrazione, in particolar modo sul posto di lavoro.

Premetto che sono stata davvero fortunata a trovare il mio ufficio, dove la meritocrazia è all’ordine del giorno, dove ogni ora di straordinari viene riconosciuta, dove gli orari sono flessibili, il clima è sempre rilassato e informale, e le persone, a partire dai capi, disponibili e gentili. L’unico “problema” è che io sono l’unica a non parlare tedesco. Vi verrà da storcere il naso, perché, in effetti, io vivo e lavoro in Germania, e quindi non c’è da stupirsi che tutti i miei colleghi siano tedeschi o almeno parlino la lingua. In realtà qui, soprattutto a Berlino, gli studi di architettura sono sempre più internazionali, con impiegati provenienti da ogni angolo del mondo, e la lingua principale in molti uffici è l’inglese. Naturalmente io il tedesco lo sto studiando, ma è un percorso lungo e complesso, e di certo non è una lingua che si impara dall’oggi al domani.
Ed è per questo che nei primi tempi i miei pranzi solitari mi sono pesati non poco, seduta tra i miei colleghi senza capire nemmeno l’argomento che si stesse trattando, con gli occhi fissi sul mio pranzo, indecisa sul ridere o meno quando tutti ridevano per qualcosa. Io, egocentrica e logorroica, ho iniziato lentamente a isolarmi, a consumare fugacemente la mia pausa pranzo davanti al computer, senza così dover affrontare lo stress che comportava la mia carenza linguistica.
La mia svolta è arrivata un mattino, in autobus. Assorta nel mio fedele e-book e ovattata dalle cuffiette, mi pareva strano che qualcuno stesse chiamando proprio me, e invece davanti a me c’era un mio collega, con cui non avevo praticamente mai avuto l’occasione di parlare in ufficio. Dopo essersi sedutoLisa berlino PALAZZO GRUPPO vicino a me ho iniziato, come mia consuetudine, ad affogarlo in un mare di discorsi, più o meno interessanti, tanto da lasciarlo visibilmente sconvolto e stordito, soprattutto vista l’ora del mattino! Alla fine del nostro breve viaggio mi ha detto : “Oh, Lisa, I thought you were shy!”  Oh, Lisa, pensavo fossi timida!).
È stato questo banalissimo episodio a farmi aprire gli occhi, a farmi capire che ad un osservatore esterno risultavo timida e chiusa, a spingermi finalmente a smettere di autocommiserarmi, convinta che il mondo ce l’avesse con me, che gli altri fossero infastiditi dal fatto che non parlassi tedesco, e a farmi capire che il problema ero io. Da quel momento le cose hanno iniziato ad andare meglio, molto meglio: ho capito che non erano loro a isolarmi ma io stessa, che non potevo pretendere che nella loro pausa pranzo iniziassero dall’oggi al domani a parlare tutti inglese, che mi sarei dovuta proporre invece di aspettare chissà quale segno del destino che mi dicesse che sì, ero pronta ad essere parte del gruppo! Così ho iniziato a partecipare ad ogni iniziativa promossa in ufficio, a ogni uscita organizzata dai miei colleghi, a cercare di parlare con tutti, e non solo con la mia fidatissima e indispensabile compagna di scrivania.
Tutto questo solo per dire che a volte, o almeno nel mio caso, essere Expat può voler dire anche mettersi i bastoni tra le ruote da soli, bloccati da paranoie auto-costruite e infondate, spesso causate dall’insicurezza che può comportare vivere in un altro Paese, dove si parla una lingua che si conosce poco o che non si conosce affatto. Io ci ho messo del tempo, forse troppo, per capirlo e abbattere il mio muro, ma insomma, meglio tardi che mai .
Un abbraccio a tutte.

3 commenti
  1. Caterina Barcellona
    Caterina Barcellona dice:

    Ciao Lisa, condivido in pieno. Qui a Barcellona mi capitava che nel mezzo di una conversaziine con me in spagnolo, arrivasse un catalano e tutti a cambiare lingua. Io rimaneva allibita, perché all’ epoca non parlavo catalano, e sono sempre stata quella che se nel gruppo c’ è uno straniero inizia a parlare inglese tra italiani. Nel mio caso, non posso dire ” i catalani sono cosí”, perché sarebbe ovviamente una generalizzazione. Però sí posso affermare che la maggior parte delle volte che continuano imperterriti a parlare catalano a uno straniero non lo fanno per nazionalismo etc, semplicemente non ci pensano. Anche se la cosa a volte infastidisce abbastanza. Ho capito invece la situazione che dici tu e condivido che siamo noi stesse a dover essere propositive. È la stessa cosa anche tra italiani quando si cambia cittá: non ci si può aspettare che chi ha già lí il suo gruppo e la sua realtà di amici ci venga a cercare, ma bisogna rimboccarsi le maniche e farsi avanti. Comunque io ho risolto parlando catalano ;-p Coraggio con il tedesco!

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