Un’irlandese in Italia da una vita


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Nel corso degli anni, grazie a questa preziosa collaborazione con Donne che emigrano all’estero, ho incontrato e conosciuto persone meravigliose, autrici, lettrici e anche altre expat.

Stavolta, ho avuto la possibilità di scambiare due chiacchiere con una donna irlandese di Derry (città nella quale vivo con la mia famiglia dal 2007), che abita in Italia da tanti anni.

Questa splendida donna caparbia ha, recentemente, pubblicato un libro per bambini intitolato L’altalena di nuvola in cui racconta la storia di una bimba, che si chiama Margherita come me, la quale, per sfuggire all’isolamento del virus, Covid-19, guardando dalla finestra della sua cameretta vede una nuvola completa di altalena e ci salta su. Durante il viaggio, la piccola Margherita, scoprirà cosa in realtà le manca di più. Il resto lo scoprirete leggendo qui.

Nel frattempo vi dico cosa mi ha raccontato Eithne Gallagher della sua vita in Italia e di questo bellissimo progetto, nato proprio per aiutare i bambini più isolati a causa di questo maledetto virus.

Ci siamo incontrate online un mercoledì mattina mentre a Bassano Romano pioveva a dirotto e a Derry splendeva il sole!

Eithne mi ha accolto con un sorriso radioso che mi ha subito fatto sentire a mio agio.

Eithne, raccontaci di te in Irlanda:

Sono nata a Derry, dove ho vissuto in pieno centro per 11 anni, fino a quando, con tutta la famiglia, ci siamo trasferiti a Bangor, vicino a Belfast.

Il mio periodo più lungo di vita irlandese l’ho passato a Derry, perché poi, intorno ai 17/18 anni, sono andata a vivere all’estero.

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Cosa ti ha portato in Italia?

Vivevo a Parigi con mio marito Barry, che è inglese, e abbiamo deciso, prima di avere figli, di voler imparare un’altra lingua, e così io ho preso un anno sabbatico dal lavoro, mentre mio marito si è licenziato. Era la fine degli anni Settanta. Siamo arrivati in Piazza della Repubblica a Roma, senza lavoro e senza sapere una parola di italiano. Siamo ancora qui, dopo 38 anni. Da subito ci è piaciuto il senso della famiglia che hanno gli italiani.

Abbiamo vissuto prima a Roma, poi al Lago di Bracciano e infine, quando la famiglia si è ingrandita, ci siamo trasferiti in collina. È un posto favoloso. Quando mi affaccio dalla finestra amo vedere il verde che ci circonda, mi ricorda l’Irlanda.

Cosa ti piace dell’Italia?

Adoro gli italiani e il loro modo di fare e di vivere. Amano il loro tempo libero e i lunghi pranzi oziosi. Gli italiani non vivono per lavorare ma lavorano per vivere. Credo ci siano tante similitudini con gli irlandesi.

Quali sono queste similitudini, nello specifico?

Gli italiani si godono la vita proprio come facciamo noi. Culturalmente forse c’è qualcosa di cattolico che ci accomuna, o forse no. Ci piace cantare esattamente come piace a voi, ci piace la famiglia.

Differenze?

Non voglio cadere nello stereotipo dell’italiano a cui piace fare la bella figura e si lava sempre la macchina. Ci sono tanti irlandesi così.

Bene, allora cosa non sopporti?

Chi approfitta di una posizione di potere, e mi riferisco anche a qualcuno in un ufficio postale dietro uno sportello o se vai da un medico, che non è nemmeno il tuo, e ti tratta come un intruso. Però, anche in questo caso, puoi trovare personaggi così ovunque nel mondo.

Cosa ti manca?

Mi mancano i pub, camminare sulla spiaggia e la pioggia feroce che ti sbatte in faccia.

Cosa non ti manca?

Non mi manca quel senso di divisione col quale siamo cresciuti, non mi manca il fatto che la gente non possa accettare le persone per quello che sono. Anche ora, dopo il Good Friday agreement, credo che questo sentimento, nonostante non lo si veda, sia ancora radicato.

Cosa ricordi dei Troubles?

Ricordo mio padre andare alla marcia per i diritti civili a Derry, e io guardavo dalla finestra la folla di gente che sfilava sul ponte vecchio. Ricordo mia madre preoccupata. Poi ci siamo trasferiti a Bangor. I miei hanno deciso di mandarmi in una scuola protestante, pensavano che l’integrazione fosse l’unica via d’uscita per l’Irlanda del Nord. Immagina me in una scuola protestante, con un cognome molto cattolico e con un grande senso patriottico. Non è stato piacevole. Non lo immagineresti mai, ma mi sono ritrovata in diverse risse. Ero la più grande in casa. Per i miei fratelli è stato più facile.

Ti ha temprato, immagino?

Mi ha formato caratterialmente, certo, ma è stata molto dura. Io venivo da Derry, una città molto cattolica, mentre Bangor era totalmente protestante. Ricordo che per poter andare in gita con la scuola i miei genitori mi avevano fatto fare il passaporto britannico e io non ne capivo il perché. Del resto io ero cresciuta pensando di essere irlandese, sentivo di dover difendere la mia patria. Non comprendevo queste contraddizioni. Appena ne ho avuto la possibilità mi sono fatta il passaporto irlandese. È stata molto frustrante questa transizione. Ora, per fortuna, le cose sono cambiate. I miei fratelli sono felici a Bangor.

Quando faccio le conferenze sui miei libri apro, sempre, spiegando le mie origini. Per me è molto importante questo passaggio. Chi sono e da dove vengo ha avuto un effetto fondamentale anche sul mio essere insegnante. Ecco perché è importante l’integrazione dei bambini. Si deve fare il possibile nell’aiutarli a gestire questo cambiamento, non vorrei che succedesse loro ciò che é successo a me.

Ho sbirciato nel tuo website e leggevo del tuo concetto dell’essere interlingue piuttosto che bilingue, raccontami cosa intendi.

Ho insegnato nella scuola media superiore e alle elementari fino al 2012. Insegnavo inglese come seconda lingua in una scuola internazionale. Le lingue di questi bambini venivano ignorate completamente. Abbiamo sempre parlato dell’importanza di avere un’apertura mentale interlinguistica, e quindi crescere i figli pensando certo al locale, ma anche al globale. Tutto per fare del mondo un posto migliore in cui vivere. Volevo mettere queste cose insieme. C’era una tendenza ad ignorare lingue come il russo, il giapponese, l’arabo, perché l’inglese veniva visto come la lingua più importante. Ai bambini non veniva data la possibilità di impararne altre o condividere la loro madrelingua.

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Cosa hai fatto allora?

Io l’ho trasformata in una battaglia, parlandone in tante conferenze e scrivendo diversi articoli, volevo vedere dei cambiamenti. Ho lavorato per l’ European Council of International Schools. Ero il capo del comitato e abbiamo lottato tanto per riconoscere l’importanza dell’essere madrelingua. Nel 2005 per l’ECIS ho organizzato una conferenza dal titolo Many languages one message, stesso nome del mio primo libro pubblicato nel 2008. Nel 2014 ho scritto per Oxford una serie di libri per bimbi che si chiama The Glitterlings, piccoli e curiosi poliglotti che vengono da due stelle alla sinistra della Luna.

Ora finalmente ci sono questi riconoscimenti da parte di tante organizzazioni autorevoli. Credo che in questi 15/20 anni qualcosa sia cambiato. Di sicuro c’è un approccio diverso anche nell’insegnamento di queste lingue, ma c’è ancora del lavoro da fare.

Pensa ai tuoi figli per esempio, sono cresciuti bilingue. Dovrebbero essere in grado di fare delle associazioni con la lingua con cui ricevono il comando e l’inglese. Le fanno in continuazione, perché è così che funziona la loro mente. Ma quando l’insegnante, per esempio, dice loro metti il tuo cappello inglese ora oppure spegni l’altra lingua, sta parlando senza cognizione di causa, perché il loro cervello non elabora le informazioni così. Queste sono le convinzioni che sono, ancora, radicate nel sistema educativo che si occupa dell’insegnamento delle lingue.

Potrei parlare di questo per ore, sai.

Tutto questo mi affascina moltissimo avendo figli bilingue, ma torniamo al tuo essere Expat. Sei un’irlandese che ama la pioggia o preferisce il sole?

Non so come sia finita qui in Italia. Amo l’autunno. Adoro svegliarmi all’alba quando è  buio e andare a passeggiare. Mi piace l’estate. Non mi piace la lunga estate calda. Quando i miei figli erano piccoli tornavo ogni estate in Irlanda. Mi piaceva avvolgermi e avvolgerli nelle vestaglie da camera pesanti. Mi piaceva vedere le nuvole grigie. Però dopo giorni di pioggia costante non vedevo l’ora di tornare in Italia. I miei figli, invece, odiano il brutto tempo.

Tu hai vissuto il lockdown in anticipo rispetto alla tua famiglia in Irlanda. Come hai vissuto l’esperienza, ti capivano quando cercavi di spiegare cosa stava per arrivare anche qui in Irlanda?

Non credo sia mai arrivato in Irlanda. In Italia c’è stato un lockdown rigido anche in posti come questo, non eccessivamente colpiti dal virus, solo sette casi e tutti guariti ora. Dovevamo uscire con le mascherine e solo per necessità. Le mie sorelle, invece, a Bangor uscivano a comprare la tinta per dipingere lo steccato, le piante per il giardino, o a fare passeggiate. Qui non era pensabile.

Racconta come è nata l’idea di questo nuovo libro.

Mi sono sentita fortunata a vivere qui. Io vivo circondata dal verde e un giorno mentre guardavo una bellissima ed enorme quercia qui davanti ho pensato a quanto difficile potesse essere, per un bambino rinchiuso in un appartamento, resistere a questo periodo di isolamento. Ho pensato a come le nuvole potessero portarlo in giro, fuori dalla propria casa. Anche se poi, come scoprirete leggendo la storia,  quello che conta davvero è altro. In queste settimane ho fatto tante conferenze con bambini che mi hanno detto di essersi sentiti come Margherita e incuriositi volevano sapere come era Bassano. Bassano è un piccolo paese ma è molto carino, l’ufficio postale sembra uno di quello dei film di Fellini.

Come mai la scelta di questo nome?

Ho avuto una studentessa, molto brava e timida, che mi ha ricordato il personaggio del libro. Si chiamava Margherita.

La tua relazione con il cibo italiano?

Adoro il cibo italiano e anche i miei figli lo adorano. Infatti, quando erano all’università all’estero volevano sempre mandassi loro il basilico e le cose italiane. Cucino spesso anche piatti tipici irlandesi come il cavolo cappuccio, bacon e patate con la salsa gravy, però.

È vero che producete la vostra birra?

Sì, abbiamo un birrificio qui, si chiama Hilltop Brewery, con annessa una taproom. Lo gestisce mio figlio che all’università ha studiato scienze animali, ma è sempre stato appassionato di queste cose. Ha vinto tantissimi premi in giro per l’Italia, in questi anni. Utilizza anche le alghe per fare le birre, che tra l’altro vengono da Coleraine in Irlanda.

Quanto ci hai messo ad imparare l’italiano?

Ho sempre lavorato parlando il francese o l’inglese perché ho lavorato in ambienti internazionali. Mio marito lavorava in una compagnia italiana quindi ha imparato a parlare l’italiano molto prima di me. Mi sono iscritta ad una scuola ma ho abbandonato.

È stato più facile imparare la lingua quando sono arrivati i bambini, perché c’era più connessione con i locali. Inoltre seguivo diverse soap opera che mi hanno aiutato in questo. Nonostante ami la lettura, non  mi piace leggere in italiano e quindi non riesco a scrivere senza fare errori. Credo che l’importante sia comunicare e imparare dagli errori.

Quando parlo l’inglese a casa c’è tanto italiano. C’è un movimento che si chiama translanguaging. Il loro intento è quello di comunicare a volte mescolando diverse lingue. Bisognerebbe concedere questo ai bambini, non solo a casa ma anche a scuola. Credo sia superata anche la regola di una persona una lingua. E comunque le regole sono fatte per essere infrante, credo.

Se tu avessi la possibilità di dare delle dritte a qualcuno che vuole trasferirsi in Italia ora, cosa diresti a questa persona?

Le direi di essere aperta a nuove esperienze, di imparare la lingua subito perché questo apre gli occhi a tante cose. Ma sopratutto le consiglierei di  divertirsi. Inoltre, le direi di frequentare italiani, e di non finire nella trappola della comunità degli Expat. Mi hanno invitato al club del prosecco, al club del libro, sempre a tema anglosassone, ma a me non piacciono queste cose. Non sono venuta qui per quello. Mi piace parlare inglese, certo, ma non ho bisogno di frequentare persone solo perché parlano inglese.

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Dove vedi il tuo futuro?

Qui, in Italia. Questa è casa. Sì, certo, mi piacerebbe una casa per le vacanze nel Donegal irlandese. Mi manca molto il mare. Siamo fortunati che dalle nostre finestre si vede il lago e, volendo, il mare è a 40 minuti da qui, ma mi manca proprio camminare sulla costa irlandese.

Grazie, Eithne, per questa piacevolissima chiacchierata.

Grazie a te, è stato un piacere.

4 commenti
  1. Katia
    Katia dice:

    Bravissima, Margherita, che intervista interessante. Apparte il personaggio, anche il suo pensiero e la sua opera. Avendo anch’io figli “translinguistici” ogni tanto mi preoccupa questo loro passaggio continuo tra una lingua e un’altra all’interno della stessa frase. La lettura di questa intervista mi ha un po’ rassicurata. Credo anch’io che sia superata la regola di una lingua per persona/ genitore. E trovo interessante scoprire anche su me stessa e nella comunità expat in cui sono immersa la “declinazione” in alcune varianti della nostra personae e personalitá a seconda della lingua pensata ed utilizzata. Quando si dice che apprendere una lingua diversa “apre la mente” credo che si stia parlando anche di questo, cioè della possibilità che si presenta pian piano, man mano che la mente assorbe altri idiomi, di accrescere ed amplificare il proprio modo di vedere e sentire l’esistenza.

    Adesso vado a vedere il libro di Eithne! Un caloroso saluto!
    Katia

    Rispondi
    • margherita
      margherita dice:

      Grazie Katia, che bel commento, sono assolutamente d’accordo su tutto. Non avresti potuto descriverlo meglio. Sono contenta di aver conosciuto Eithne, mi ha aperto ancora di più la mente. La sua storia e1 davvero forte e interessante. Le nostre radici sono importanti così come è importante conoscere altre culture e altre lingue. Un abbraccio enorme. Margherita-Derry.

      Rispondi
  2. Simonetta Magnoni
    Simonetta Magnoni dice:

    Bella intervista verissimo degli italiani lavorano per vivere e non viceversa mia sorella gemella ha due bimbi che con il bilinguismo non ci sono mai stati problemi anche se la più piccola non è brava come il primo ed io personalmente ho studiato oltre all’inglese altre 4 lingue e devo dire che sia nel lavoro nelle vacanze e amicizie mi hanno sempre aiutato

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    • margherita
      margherita dice:

      Grazie del complimento Simonetta. Si credo che il bilinguismo o multilinguismo sia un grande dono. La lingua deve essere un’apertura non una chiusura. Complimenti per le tue 4 lingue. Bravissima. Un abbraccio, Margherita Derry.

      Rispondi

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