Io parlo italiano, il papà  spagnolo.

E nostra figlia?! Catalano!

bambina-anguria

La mia è una delle tante famiglie multilingue della Catalogna.

Io e mio marito seguiamo il metodo OPOL (One Person One Language), uno dei più comuni nelle famiglie bilingue nel mondo. Ovvero, parliamo con nostra figlia ciascuno nella sua lingua nativa. Inoltre, dato che abbiamo optato per l’istruzione pubblica, la cui lingua ufficiale è il catalano, viviamo una situazione di trilinguismo.

A casa mia si parlano tre lingue: l’italiano, lo spagnolo e ora, da quando la bambina va all’asilo, anche il catalano.

Oltre ad aver incorporato parole delle nostre rispettive lingue, lei parla prevalentemente il catalano. È buffo ascoltare frasi come: “mamma, no puc” (non ci riesco); “mamma, no vull” (non voglio); “la rana petita” (la rana piccola), “el cotxe grande” (la macchina grande), “pupa” (bua), “més” (di più), “uaua cau”, (il bau bau cade), “obre la porta” (apri la porta).

Se vi inorridisce l’idea che vostro figlio parli una lingua che non sia la vostra, non continuate a leggere. Fermatevi qui perché questo articolo non fa per voi.

Forse ne scriverò altri di vostro gradimento ma non sarà questo. Se invece siete contenti del fatto che parli altre lingue ma, allo stesso tempo, temete che non imparerà bene l’italiano, allora potete proseguire con la lettura.

Procediamo con ordine, ovvero dal mio amore appassionato per le lingue straniere.

Da piccola, leggevo ad alta voce manuali di istruzioni in tutte le lingue senza capire niente e immaginando quale fosse il suono corretto di ogni parola.

Mi chiedevo a quali di quegli indecifrabili segni grafici corrispondessero vocaboli come “bullone” o “manutenzione”.

Tra tante lingue, così diverse dalle mie, distinguevo parole con molte consonanti e poche vocali o parole con segni così strani che mi domandavo come si pronunciassero.

Non c’erano né internet né i voli low-cost, solo la mia fervida immaginazione e la presenza sporadica di qualche straniero che iniziava a viaggiare nel sud Italia e che cercavo sempre di avvicinare, un po’ intimidita e un po’ affascinata, come se fosse un marziano.

Poi, dopo il latino, il greco antico e l’inglese scolastico, è arrivata l’epoca dei viaggi, della comunicazione, dello studio di altre lingue e dell’espatrio.

A tutto questo, fece seguito un dottorato sulla didattica delle lingue e ora mi ritrovo a esplorare un territorio affascinante: quello del bilinguismo o multilinguismo (nel caso di più di due lingue).

Io credo che in futuro si parlerà sempre di più di bilinguismo perché le famiglie bilingue (o addirittura multilingue) sono sempre più numerose. È bene, dunque, che vi sia sempre più consapevolezza, che si leggano molte informazioni in merito e che se ne discuta.

Essere bilingue ha tantissimi vantaggi.

I bambini bilingue sono più creativi, flessibili e hanno un cervello più plastico, anche per l’apprendimento di altre lingue.

Dal momento che padroneggiano più lingue, hanno svariate possibilità di inserimento nel mondo del lavoro.

Inoltre, i bambini bilingue sono solitamente più empatici e hanno un maggiore sviluppo della consapevolezza sociale perché hanno la sensibilità di selezionare la lingua corretta a seconda dell’interlocutore a cui si rivolgono. Una cosa è il compagno di classe che parla spagnolo, catalano e italiano e con cui può fare “codemixing” e mischiare le tre lingue, un’altra è il nonno che vive in Italia e che capisce solo l’italiano.

Quando si ha una famiglia bilingue, vi sono due fattori che incidono tanto sull’esposizione alle lingue parlate dai vostri figli: la scuola e il contesto sociale extrascolastico (relazioni interpersonali, amici e hobby).

La scelta della scuola per i figli gioca un ruolo chiave nel processo di apprendimento linguistico.

La scuola pubblica in Catalogna è principalmente in catalano, con alcune ore dedicate al castigliano e un numero limitato di ore in cui si studia l’inglese. Se si scelgono le scuole private la situazione cambia molto e i prezzi lievitano. C’è chi decide di mandare i figli alla scuola francese, chi alla scuola italiana, chi a quella americana.

Scuola pubblica in catalano o scuola privata con italiano?

Non entro nel merito perché ogni famiglia ha le sue priorità e le sue capacità economiche. Se volete il mio parere, sono stata sempre a favore di un’istruzione pubblica (e laica). Però ci sono scuole private ottime, religiose e non. Scegliendo la pubblica in Catalogna, vostro figlio non scriverà in italiano e quindi ci vorrà uno sforzo in più da parte del genitore per instillargli anche l’italiano e il consiglio è di farlo come se fosse un gioco, senza imposizioni che si potrebbero rivelare controproducenti.

Riguardo al contesto extrascolastico, vivere in Catalogna non implica necessariamente avere una vita sociale solo in spagnolo e in catalano, soprattutto se si vive a Barcellona, una città multiculturale, multietnica e piena di stranieri. Dal momento che la città è piena di italiani, è possibile creare momenti di incontro con altri genitori italiani in modo tale da incrementare l’esposizione alla nostra lingua. Inoltre, vi sono sempre più corsi (danza, musica, teatro) per bambini con sessioni in italiano organizzati da madrelingua.

Nei prossimi articoli, vedremo alcuni pregiudizi infondati e alcune credenze erronee sul multilinguismo.

Poi proverò anche a dare alcuni suggerimenti alle famiglie multilingue, partendo dalla mia esperienza di italiana in Catalogna.

Stay tuned!

2 commenti
  1. Carla
    Carla dice:

    Ciao! Sono un’italiana, sposata con uno spagnolo con due bambine che vanno alla scuola pubblica a Barcellona. Mi ritrovo molto nel tuo racconto, anche noi con il metodo OPOL, anche se le mie bambine parlano prevalentemente il castellano. Mia figlia maggiore di 5 anni ancora non parla l’italiano( dice parole sporadiche), lo capisce perfettamente però mi dice che non lo vuole parlare. Tra un paio ti settimane andremo finalmente a trovare la nonna e spero le serva per sbloccarsi. Mi piacerebbe sapere in che momento ( se c’è ne uno standard) i bambini si sbloccano e adattano la lingua. Aspetterò il prossimo articolo. Grazie! Carla

    Rispondi

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi con chi vuoi