La geografia delle emozioni

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Ho sempre pensato che la scelta di trasferirsi all’estero potesse essere una scelta chiara, univoca, priva di opacità. Perlomeno: per me. I primi anni di espatrio son stati un turbinio di emozioni, cose da fare, situazioni burocratiche da seguire, formule linguistiche da apprendere nel più breve tempo possibile per integrarsi con efficacia. Il tempo dell’adattamento.

Quattro anni son passati, forse di più, non lo ricordo con esattezza. Inizio a consultare con sempre meno regolarità la stampa italiana. Non sono aggiornata quanto lo ero prima su quello che accade in Italia. Non lo definirei propriamente disinteresse. Piuttosto, attenzione selettiva.

Vivo a Lione, mi pare semplicemente più sensato scorrere la prima pagina dell’edizione online di Lyon Capitale. I miei neuroni han bisogno di processare informazioni che possano essere utili nella quotidianità. E la quotidianità è fatta dei luoghi che attraverso e di cui mi approprio ogni volta che metto piede fuori casa.

Quello che però non avrei immaginato, è che col passare degli anni ogni rientro in Italia, seppur rapido, fugace, mi avrebbe costretta a riportare poi sul suolo francese un bagaglio sensoriale che non so come definire al meglio. Tanti parlano di nostalgia. Io lo vivo più come un cortocircuito dei luoghi della mia memoria. Un cortocircuito che si fa proprio corporeo, nel senso più stretto del termine.

Questa strada l’ho percorsa ogni giorno per arrivare fino alla stazione Anagnina, per andare all’università. Ecco il ristorante indiano dove ogni fine settimana (o quasi) divoravo quello che reputavo il miglior korma di agnello di Roma. E ancora: quella è la piazza su cui si affaccia il fornaio dove ogni sabato notte andavo a recuperare i cornetti per il mattino successivo. Lì: il centro commerciale dove spesso passavo pigramente le mie domeniche invernali. Lì: c’era il pub dove andavo tutti i sabati. Lì: il supermercato dove recuperavo le vongole per la mia spaghettata settimanale. Anzi, no, quel supermercato non c’è più. Guardo meglio: non c’è più neanche il pub, ha chiuso i battenti.

Più passano gli anni e più mi rendo conto che la cifra che caratterizza un po’ tutti gli expat, è quella dell’ambivalenza geografica. Una diatopia insanabile. I primi tempi, non ci facevo caso. Forse: non era così pervasiva. Ero troppo impegnata a impregnarmi di novità.

Ora invece, è come se la mia memoria avesse incamerato i luoghi del mio espatrio in maniera permanente. I luoghi della mia adolescenza son stati soppiantati dai luoghi della mia nuova vita. Ma da qualche tempo, ogni volta che rientro in Italia, avviene il cortocircuito. I luoghi del mio passato tornano a sollecitare i miei sensi, e in maniera forse più vigorosa. Si trasformano in odori, in sapori, in qualcosa di tangibile, corporeo. Il problema, però, è che si mescolano con le nuove geografie, quelle che sembravano aver preso il sopravvento e che invece acquisiscono lì per lì tratti meno marcati.

Di norma, rientro in Italia una volta all’anno per tre/quattro/cinque giorni. Non di più. Tra qualche settimana, sarò a Roma. Per prepararmi al meglio alle sollecitazioni sensoriali che percorrere le strade del mio passato potrebbe portare con sé, oggi ho trascorso un po’ di tempo su Google Maps. Vediamo cosa c’è qui. E lì, c’è ancora quel locale?

Non so quanto questa terapia di avvicinamento preventivo possa essermi utile a scongiurare questa iperattivazione dei sensi. Soprattutto: quanto possa essere sensata. Forse dovrei semplicemente abbandonarmi alla duplicità. L’expat contemporaneo, è proprio questo: una sovrapposizione di luoghi, un non sentirsi del tutto qui ma neanche più tanto lì.

L’expat è un ibrido: non appartiene completamente al paese in cui ha scelto di (ri)costruirsi un futuro, ma ha da tempo allentato la presa sui luoghi del suo passato. Il che forse non è poi così male, mi dico. Soprattutto per chi come me si ritiene cittadina del mondo.

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