Lavoro stressante? Cinque consigli per cambiare rotta


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Prima di sperimentarlo sulla mia pelle, non avrei mai e poi mai immaginato come un mero lavoro potesse viscidamente insinuarsi nelle altre sfere della tua vita, ribaltarle, consumarne le fondamenta e, infine, farle crollare.

Ma, per sventura o per fortuna, il destino ha deciso di regalarmi un’esperienza significativa. Di quelle che ti lasciano la cicatrice a mo’ di monito, per farti capire ciò che NON vuoi e NON puoi ripetere nella tua vita.

Fino a un anno fa non conoscevo nemmeno il significato di burn-out. Di stress, altroché! È l’ingrediente quotidiano nella mia dieta, ma non ero mai arrivata ad un esaurimento nervoso, se effettivamente questo è ciò che mi è successo. In realtà, penso che più che sull’orlo di una crisi isterica, l’ultimo lavoro da me svolto mi abbia portato ad un sottile e inconscio malessere.

Ero diventata come una di quelle donne ritratte da Modigliani, senza pupille, senza anima. Moralmente arida, per intenderci.

Il lavoro mi aveva letteralmente succhiato tutte le energie, calpestando le mie passioni, soffocando il mio carattere allegro e socievole, sminuzzando la mia voglia di fare, mandando via a calci le mie motivazioni.

Un tuffo nel passato

Ma facciamo un breve excursus della mia pur breve carriera lavorativa, per offrirvi un quadro migliore della situazione.

Dopo la laurea triennale in Lettere Moderne e la laurea specialistica in Filologia Moderna (arte, cinema, letteratura e teatro), ho lavorato in qualità di professoressa di Lettere e coordinatrice di classe presso una scuola media pubblica. Poco prima, in Spagna, tramite il celeberrimo progetto Erasmus, avevo sperimentato le bellezze di insegnare la lingua del Bel Paese come seconda lingua. Dopo l’insegnamento, perciò, ho deciso di specializzarmi ulteriormente e ottenere una certificazione internazionale come insegnante di Italiano LS/L2, ossia per stranieri. Trasferitami in Olanda, ho esercitato quest’ultima professione presso la Volksuniversiteit (istituto per adulti) e mi sono creata il mio piccolo business online (www.amamitalia.com), per dare lezioni di lingua e cultura italiana ad alunni adulti provenienti da tutto il mondo.

Insomma, tutto ciò per dirvi che, dopo questi annetti, l’insegnante bacchettona ed empatica decide di lasciare le lavagne, virtuali e non, per vedere cosa si provi a lavorare in una grande azienda.

Sentivo che mancava un tassello nella mia vita.

Dovevo uscire dalla piccola nicchia delle accademie e delle scuole e immergermi in quello dei manager, delle impellenti scadenze, degli orari di ufficio. Dei 28 giorni di vacanza all’anno, dei permessi per andare dal dottore, e via dicendo.

L’esperienza in un’azienda internazionale

Fu così che decisi di candidarmi per una grande azienda leader nell’ambito dei viaggi e degli hotel (sono sicura che nelle prossime ore riceverò tante visite su LinkedIn da parte dei più curiosi 😉).

Per un anno e qualche mese ho lavorato per tale azienda X. Premessa: quest’ultima buona, con paghe e benefit decenti, il problema era il lavoro in sé, che non mi calzava a pennello, anzi, non mi entrava proprio!

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I primi sei mesi sono stati assolutamente fantastici, ricevevo il mio bel malloppo ogni 25 del mese per imparare a svolgere la professione di Customer Service Specialist per clienti internazionali. Ero solita parlare tre lingue al giorno ed ero in costante contatto con clienti italiani, il che mi faceva molto piacere. Alzavo la cornetta e sentivo un accento siciliano, seguito da quello romano. Poi si andava su in Toscana con la “c” aspirata, per approdare infine nella città che mi ha ospitato per tutta la mia adolescenza, Bergamo, e sentire nostalgia di casa.

Ero estremamente fiera di far parte di questa azienda e dire che lavoravo per loro. Non ci sarebbe stata mezza persona sul pianeta a dirmi: “uh, non la conosco”. Mi lusingava sfoggiare la mia Business Card sul treno, che mi permetteva di usufruire di ogni mezzo di trasporto possibile ed inimmaginabile in tutta Olanda senza sborsare uno spicciolo. Tutto era a carico della mia impresa.

Tuttavia, quando ho smesso di imparare e sono diventata sempre più sicura nel mio ruolo di assistenza agli ospiti e ai partner, è iniziata la discesa a picco.

Oramai sapevo risolvere tutti i problemi dalla A alla Z, non facevo più fatica a comprendere l’accento del cliente scozzese che chiamava e non avevo più domande su come usare il programma di gestione delle prenotazioni. Eppure, iniziavo a non sopportare più le massacranti chiamate, una dietro l’altra, senza avere nemmeno il tempo di poter bere in pace un sorso d’acqua. Non reggevo più i turni fino alle undici di notte, le corse per prendere il treno, gli scioperi o i lavori in corso.

Ero diventata un automa, una macchinetta che diceva sempre le stesse cose, risolveva sempre gli stessi problemi e doveva fare buon viso a cattivo gioco.

La ricognizione

Persino la mia favola d’amore era stata infettata dal malessere lavorativo, al punto da far accadere qualcosa che ero sicura non sarebbe mai potuto succedere. Non a noi due, per lo meno. Una crisi, durata qualche mesetto, macchiata qua e là da orribili pensieri di finire la relazione, che oggigiorno cerco di scacciare e maledire con tutte le mie forze.

Mi chiedevo cosa fosse che non andava nella mia vita, ero spenta. Non ero più quella di prima.

Al lavoro ci andavo con il cuore che mi batteva forte dall’ansia quando il macchinista pronunciava le fatidiche parole “Amsterdam Zuid”, ovvero la fermata per raggiungere la mia sede lavorativa, e ritornava a calmarsi solo una volta messo piede fuori dal palazzone vetrato, quando fuori era ormai buio.

Per più di un anno, a causa dei turni notturni, ho dimenticato cosa significasse fare una lavatrice, bere una birra dopo il lavoro. 

O ancora, andare a fare la spesa, pranzare su un tavolo che non fosse il vassoietto del sedile di fronte a me sul treno, osservare il tramonto. Cenare alle 20.00, alle 21.00 o persino alle 22.00. Le mie cene, le nostre cene (perché il mio ragazzo era sempre lì ad aspettarmi con il piatto caldo e la tavola apparecchiata), erano sempre dalle 23.00 in poi.

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Non proseguo, perché per fortuna, dopo varie riunioni, io e il mio manager abbiamo deciso che era meglio che il mio viaggio finisse qui. Quello non era il lavoro adatto a me, non mi sentivo realizzata, anzi, mi sentivo sprecata, dopo aver passato una vita curva sui libri ad ambire il massimo dei voti. Non stavo coltivando le mie passioni, a parte quella di parlare quotidianamente le lingue di mia competenza.

Sentivo che non stavo crescendo, né come persona, né come professionista. Potevo solo dare e, soldi a parte, mai ricevere. Maledicevo l’Olanda per avermi messo in questa situazione scomoda.

Amo il mio lavoro?

Nonostante tutto, non rinnego questa esperienza, anzi, ne faccio tesoro. Quando ho capito che il problema non erano né il paese dalle terre piatte né tantomeno il mio paziente principe azzurro, ho deciso di darmi da fare per iniziare un percorso di auto riflessione personale.

Mi sono chiesta: chi sono, cosa voglio essere e diventare nella vita, chi voglio aiutare? E quali sono i valori che non voglio assolutamente calpestare e le passioni a cui non posso rinunciare?

Per chiunque si sia trovato nella mia situazione, mi aspetto empatia. Per chiunque si stia trovando nella sopra descritta circostanza, spero che i piccoli e personalissimi consigli elencati qui di seguito possano aiutarvi.

  1. Fai attenzione ai primi campanelli d’allarme

Se ti senti spossato/a, con le energie a terra e non trovi motivazione in quello che fai e, soprattutto, se dopo vari tentativi e progetti di riportare a galla la tua motivazione, questa proprio non ne vuole sapere di uscire all’aria aperta, allora inizia a valutare se il lavoro che stai facendo sia quello adatto a te.

  1. Porgiti le seguenti domande

Più che chiederti quali sono le tue passioni (quelle sono passeggere e potrebbero non essere più le stesse tra qualche anno), chiediti quali sono i tuoi valori. Quale tipo di contributo vuoi lasciare in questo mondo? Chi ne beneficerebbe? Quanti di questi valori sono rispettati nel tuo attuale lavoro?

  1. Stila una lista delle tue priorità (e non tradirla mai)

Come i dieci comandamenti, metti nero su bianco quei valori che sono intoccabili per te. Quelli senza i quali non vale la pena nemmeno di rispondere all’annuncio di lavoro. In fin dei conti siamo esseri umani, non schiavi, né robot. Io non mi candiderò mai più per offerte nell’ambito delle vendite, servizio clienti, ecc. La mia prossima occupazione dovrà strettamente avere a che fare con le lingue e la cultura, dovrà darmi responsabilità e possibilità di crescita. Senza questi tre requisiti, non salverò nemmeno l’annuncio! A costo di lavorare freelance a vita e ricevere 1000 euro al mese in tasca, ma 1000 euro di felicità.

  1. Leggi e metti in pratica ciò che dice questo libro

Una lettura che mi ha aiutata molto in questo percorso di riflessione è stata “Cosa fare nella vita” di Giuseppe Prota. Con esercizi introspettivi che ti aiutano ad analizzare il tuo io più profondo.

  1. Non avere timore di cambiare

Lo so, ci si sente sempre troppo vecchi per dare una grande virata al timone della propria vita ed uscire dalla propria routine. Ma se i vantaggi di lasciare una situazione superano quelli che ci tengono ad essa ancorati, allora, perché non tentare?

  1. Chiedi aiuto ad un esperto, se necessario

Io l’ho fatto quando mi sono sentita troppo sopraffatta e confusa da ciò che mi stava succedendo. Non è un atto di debolezza, al contrario, è dimostrazione di grande forza, intelligenza e consapevolezza di se stessi.

Morale: sai quel che lasci e non sai mai quel che trovi. 

Vero, ma io, ad oggi, sono una ragazza serena ed emozionata di fronte alla prospettiva di avere carta bianca e scrivere un nuovo capitolo della mia vita, sicuramente migliore del precedente, che però porto nel mio bagaglio come una grande lezione di vita.

Fate ciò che amate fare, la vita è troppo breve per restare intrappolati nel vestito sbagliato.

2 commenti
  1. Chiara - Parigi
    Chiara - Parigi dice:

    Ciao Ross,

    mi ritrovo al 100% in quel che racconti, perché in parte ci sono passata anch’io e tra l’altro giovanissima. Il lavoro sbagliato può davvero rovinarti tutto: relazioni, amicizie, vita privata. Per fortuna poi, come te, ho imparato e sto imparando ad avere un mio equilibrio. E sono molto più felice! Come dico sempre io: perché lavorare 16 ore al giorno, non viaggiare mai ed accumulare denaro per diventare i più ricchi del cimitero? La vita è molto più di uno stipendio, una business card e dei benefits!
    Buona vacanza 😚

    Rispondi

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