LE CASE DEGLI ALTRIcase-fiume

La precarietà del lavoro costringe spesso a occupare spazi che sono già occupati.

Mi spiego meglio: se il tuo contratto è a progetto, non puoi che aspirare ad un appartamento transitorio, ammobiliato da altri, più o meno ricolmo degli oggetti di altri. Pentole degli altri, libri degli altri, quadri degli altri, divani degli altri. Inutile nascondere però la comodità di una soluzione abitativa prête à vivre, soprattutto per chi non ha intenzione di mettere radici.

Tra l’altro, qui in Francia è molto complicato trovare una casa già in condizioni normali, riuscire a rasserenare i proprietari, assicurare che si sarà in grado di versare regolarmente l’affitto. Tantissimi i requisiti per poter firmare un contratto di locazione: un contratto di lavoro indeterminato, un salario tre volte almeno il canone mensile, e altre amenità. Andare a visitare un appartamento, poi, vuol dire prepararsi ad una competizione spietata, portar con sé il famosissimo dossier e sperare che scelgano proprio te. A questo punto: tanto vale adagiarsi e sostare nelle case degli altri.

Tante sono state le mie case transitorie. Ho quasi perso il conto. A Bordeaux, tre. A Parigi, due. Una a Bruxelles, due a Torino, una a Parma.

Vivo nella mia casa transitoria lionese da quasi tre anni. Quando ho varcato la soglia di questa casa transitoria, non immaginavo che sarebbe diventata la mia casa più-che-transitoria. Entrare, disfare i bagagli, andare a lavorare, rientrare e impegnarsi nella ricerca di una casa definitiva.

Eppure: sono qui da molto tempo ormai. In questa casa c’è tutto quello di cui ho bisogno. Ci sono però tanti oggetti non miei, e non conosco la loro storia. Una fotografia scattata in Nepal. Un libro sulla cucina del Marocco. Una teiera rosa di ispirazione inglese. Una tazza acquistata probabilmente a New York.

È come se questi oggetti siano stati abbandonati qui, o meglio siano stati dati in custodia. Questi oggetti sono permeati di un vissuto sconosciuto, io sono un’intrusa. Insieme ai miei oggetti, formano un’atipica configurazione: questo mi appartiene/quest’altro non mi appartiene, invece. Coabitano, e forse tra loro ormai si appartengono. Sarà quasi una coercizione riporre i miei nell’ennesimo scatolone per portarli via con me. Potrebbero anche non essere d’accordo, loro.

Nonostante non mi appartenessero, tanti luoghi hanno lasciato un’impronta in me. Il salone della mia casa a Bruxelles: ricordo ancora quelle cartoline francesi vintage appese accanto al divano. A Bordeaux, invece, il baule antico nel corridoio. A Parigi, le tende di velluto vinaccia, pesanti e polverose. A Torino, il ballatoio della casa di ringhiera e l’armadio pieno di sciarpe colorate. A Parma, la tovaglia verde a pois in cucina.

Tutti questi luoghi, tutti questi oggetti che non mi appartenevano, hanno contribuito nel tempo a costruire la mia identità. I miei oggetti, invece, quelli che ho impacchettato prima di salire su quell’aereo, sono ancora tutti nella mansarda di mio padre. Tanti scatoloni chiusi alla bell’e meglio, accatastati e pieni di polvere. Lì ci sono tutti i miei libri, i miei gioielli da quattro soldi, e poi? E poi non so. Li ho persi di vista, i miei oggetti. Mi sento colpevole, li ho dimenticati. Non so neanche più che forma abbiano, che colore abbiano, che sensazione procurino al tatto.

Ora sono qui, nel mio appartamento a Lione.

A volte mi domando se la mia generazione riuscirà mai a mettere radici in un luogo. So già che lascerò questa casa più-che-transitoria, probabilmente presto. Lascerò questi spazi colonizzati prima da altri e poi da me, per cederli a qualcuno che a sua volta se ne prenderà cura. Alla fine dei conti, la mia generazione è una generazione di nomadi.

6 commenti
  1. Emilia
    Emilia dice:

    Come ti capisco… Anch’io faccio traslochi dai tempi dell’università! Le case già ammobiliate sono comode, soprattutto se poi devi andare via, ma lasciano sempre quella sensazione di non totale appartenenza. Anche a Dublino c’è questa situazione surreale di dover fare file chilometriche, piacere agli inquilini e presentarsi con il CV per conquistare il “si” del proprietario di casa!

    Rispondi
  2. Alessandra Cina Ucraina
    Alessandra Cina Ucraina dice:

    Ma pensa che neanche i miei genitori, nomadi pure loro, hanno mai avuto una casa. Ergo, ho cambiato una trentina di case in 29 anni e non ne ho mai avuta una *mia*. ahhahah per me non esiste comprare i mobili, per esempio. Sono un’intrusa a vita 😀

    Rispondi
    • Amalia Verzola
      Amalia Verzola dice:

      Credo che i miei genitori abbiano dato il la, come nel tuo caso forse. Son nata in Campania, ci siam poi spostati in Sicilia per qualche anno, e poi su a Roma. Penso che sia una questione di famiglia! 😀

      Comprare i mobili? Beh, io tengo troppo all’arredamento. Cerco sempre di sincerarmi che la casa in cui andrò a finire non stia messa male da quel punto di vista! 🙂

      Rispondi
  3. Annalisa
    Annalisa dice:

    Da sei anni sono in affitto, fortunatamente la casa era vuota, ma ora inizia a pesarmi. In Francia si può trascorrere tutta la vita in affitto, ma io fino all’età di 43 ho vissuto in case di proprietà e, sebbene sento questa casa mia come nessuna delle altre, inizia a pesarmi il fatto di non averne una tutta mia da modificare a mia, a nostra, immagine e somiglianza

    Rispondi
    • Amalia Verzola
      Amalia Verzola dice:

      Ciao Annalisa,
      Hai ragione, ti comprendo. Io ho 37 anni, inizio a sentire la stessa esigenza. Iniziamo ad immaginare una casa nostra, chissà dove. Poi però, mi domando: e se dobbiam spostarci di nuovo? :/
      Un abbraccio

      Rispondi

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi con chi vuoi