Da quando sono arrivata in Senegal ho vissuto una marea di “prime volte“, condizione per la quale spesso mi sento come una bambina. Forse sono stata abituata troppo bene, o forse semplicemente ho condotto per 27 anni una vita europeisticamente normale.le-prime-volte

Cosi quasi ogni giorno succede qualcosa che non mi era mai successo prima, qualcosa che mi stupisce, che mi incanta o che mi fa arrabbiare come una bestia

Il mio primo blackout di due giorni è stato traumatico, non tanto per l’assenza di elettricità, ma per la conseguente assenza d’acqua dai rubinetti. Il mio primo blackout ha portato infatti alla mia prima doccia con il secchio e l’acqua del pozzo, in cui ridevo come una pazza mentre il mio fidanzato mi versava bicchieri di acqua fredda sulla testa e mi incitava a fare velocemente.

Poi c’e stato il trauma del bucato a mano. Ho sempre lavato le magliette a mano, le mutande o il costume da bagno quando viaggiavo. Ma quando ti ritrovi alle prese con le lenzuola matrimoniali e un secchio d’acqua la storia cambia. Qui hanno un abilità fuori dalla mia comprensione nell’impugnare il tessuto tra le dita delle mani sfregandolo sul palmo per lavarlo. Dopo un anno non ho ancora capito da dove devo iniziare e ogni volta in mio aiuto arriva il fidanzato-supereroe-mastrolindo, e rido come una pazza mentre lui lava due lenzuola e io sono ancora al primo paio di mutande.

Una mattina, non contenta della mia goffaggine casalinga,ho deciso di andare per la prima volta al mercato da sola, son tornata a casa quattro ore dopo con due chili di melanzane pagate a un prezzo più o meno corretto, e comprate da una signora del villaggio del mio fidanzato che fortunatamente mi ha riconosciuta. Mi sono messa in cucina e ho preparato 3 teglie di melanzane alla parmigiana. E anche qui ho riso come una matta mentre vedevo tutti i nostri amici senegalesi con i pezzi di pane tra le dita intenti a fare la scarpetta di quello che è diventato immediatamente il loro piatto preferito.

Poi c’e stato il mio primo e spero ultimo attacco di malaria, e li vi assicuro che non ho riso per niente, non ho neppure pianto, non capivo niente, la sola cosa che capivo era che avevo freddo, tanto freddo, raggomitolata nel letto con 3 paia di pantaloni e due coperte, 41° di febbre io, 40° fuori. Di quei due giorni ricordo solo il freddo, e quanto mi facesse male lo stomaco a causa del trattamento che mi hanno prescritto.

E in mezzo a tutto questo una serie di prime volte magiche che mi hanno tolto il respiro:

Il primo bebè tra le mie braccia che non piangeva impaurito dal mio essere bianca.

La prima famiglia che si è fidata di me lasciandomi curare loro figlio, diventato cieco a causa del diabete.

Il primo torneo di lotta senegalese a cui ho assistito.

La prima festa sulla spiaggia.

La prima volta in piroga sul fiume. Il primo granchio che ho catturato.

La prima volta che ti ritrovi ai piedi di alberi alti come un palazzo.

La prima frase dalla figlioletta della mia vicina di casa a cui sto insegnando a leggere.

La prima pioggia dopo 10 mesi di sole e il primo giorno di sole dopo 2 mesi di pioggia.

La prima volta che mi sono finalmente sentita a casa…

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1 commento
  1. Roberta
    Roberta dice:

    Ho sempre pensato che il vivere senza la possibilità di conoscere altri punti di vista conduca inevitabilmente a ignorare che oltre al proprio piccolo mondo esiste un universo di realtà diverse.
    È solo con il confronto che si può scoprire la relatività (e inconsistenza) di tanto e l’importanza (ed essenzialità) di poco: quella che io dal 2006 chiamo “la scala delle priorità”, e che da allora cerco di non dimenticare mai.
    … quella che ti porta poi a capire cosa conta veramente nella vita…
    Per questo, nipotina mia, non mi spaventa che tu sia laggiù.
    Perché ti sento serena e perché sono dell’idea che il posto dove si deve stare, è il posto da cui non si vuole andare via, non quello in cui si è nati.
    Zia Roberta

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