Lettera a mio papà

Caro papà,

Elena-papà

Sento, oggi, il bisogno di comunicare con te. Purtroppo non posso chiamarti; non so nemmeno come farti arrivare questa missiva.

Basta il pensiero, sono sicura, come tante altre volte. Ma questa volta lo voglio mettere per iscritto, in modo che rimanga traccia, più per me che per te.

Siamo simili, noi due, forse non ce ne siamo mai resi conto, divisi da un’incapacità di comunicare a parole.

Dicono che il padre sia il primo amore di una figlia, quello sul quale si baseranno le sue relazioni future. Sarà per questo che le mie hanno un comune denominatore e non hanno avuto un lieto fine?

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i miei genitori da giovani

Hai avuto coraggio da giovane. Quello di lasciare la tua famiglia per tentare l’avventura al Nord, alla ricerca di una sistemazione. La trovasti in polizia e, nel tempo libero, nella rappresentanza di vini. Fu così che incontrasti mamma, che però non ne voleva sapere. Ma tu avevi deciso che era la tua donna e non ti arrendesti: le facesti una corte serrata finché lei non cedette. Ebbe coraggio anche mamma a sfidare la famiglia, così profondamente nordica, nello scegliere te, uomo del sud, in un’epoca storica in cui la divisione geografica, e non solo, era così radicata. Da allora sempre insieme, il negozio ceduto dal nonno la vostra casa professionale per tanti anni.

Forse non hai mai superato questo senso di inferiorità, il fatto che mamma avesse studiato e tu no. Forse, per amore, hai subito più di quanto tu abbia mai dato a vedere.

Ti ricordo forte come una roccia; instancabile; capace di guidare tutta una notte per portarci in vacanza nel tuo pease natale.

Ma ai miei occhi eri anche debole, lasciando tutte le decisioni a mamma, senza mai prendere le mie difese.

Probabilmente non ti sei mai reso conto di quanto quei commenti sul mio fisico in evoluzione, precoce rispetto allo sviluppo mentale, mi abbiano ferito e segnata. Ancora oggi, il mio fondoschiena, o il “panettone” come lo chiamavi tu, è la parte di me che amo di meno; un tasto ancora sensibile. Strano che sia il lato anche più amato dagli uomini che ho avuto.

Non ci siamo mai parlati molto quando ero giovane, lasciando che fosse mamma a fare il tramite tra noi.

So che hai sofferto quando partii per Londra, e che non hai mai abbondonato la speranza che un giorno sarei tornata. Ma quel giorno non venne mai; non potevo tornare, capisci, l’Italia non era per me.

A differenza di te, non cercavo la sistemazione economica, quella in fondo me l’avevi data tu. Avevo bisogno di trovare me stessa.

Il mio matrimonio non ti diede gioia, al punto che non presenziasti. Un dolore per entrambi. I fatti ti, vi diedero poi ragione: lui fu una scelta sbagliata. Ma l’amore per mia figlia, la prima nipote, fu sviscerato, così come immancabile il supporto anche economico in quegli anni per me difficili.

Fu allora che incominciammo a parlare, potevo dire cose a te che non potevo dire a mamma. Tu ascoltavi.

Sono felice di averti reso orgoglioso il giorno della mia laurea, anche se per i ritardi soliti di tua moglie arrivaste a discussione della tesi conclusa: ero la prima, e l’unica, della tua famiglia a avere conseguito il titolo.

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papà e Alex

Con mio figlio, anni più tardi, è stato di nuovo amore a prima vista. Sei stato, per lui, il padre che non ha avuto.

Quando finalmente hai chiuso la saracinesca del negozio, sono cominciati i guai fisici. Prima l’occhio, per uno stupido incidente in giardino, fino alla perdita della vista nonché del colore dell’iride. Nonostante tutto, continuasti a guidare la macchina. Poi quello più subdolo della fibromialgia, che ti trasformò la personalità e l’umore.

Non avevo capito quanto debilitante fosse questa malattia; se lo avessi fatto, forse sarei stata più paziente e più comprensiva, anche nello spiegarti il mio lavoro.

Oggi, papà, siamo in questa situazione assurda, chiusi in casa per cercare di sfuggire a questo nemico invisibile che è costato la vita a così tante persone.

Lisa andrà all’università a settembre, incredibile vero? Sembra ieri quando la rincorrevi per il lungo mare di Pietra Ligure, la felicità sui vostri volti. Alex ha cominciato la scuola superiore, ti ricordi quando scappava sempre? È un provetto calciatore, fa il portiere, dicono sia bravo. Sarà il nuovo Buffon?

Il mio essere sovrappeso era un tuo cruccio, so che ne soffrivi. Spero tu ora sia orgoglioso di me, ho perso l’equivalente di una persona media. Ho trasformato il mio aspetto fisico e non solo, la mia vita è completamente cambiata.

Ho capito che io e te siamo simili, accomunati dal senso di avventura, dal coraggio di rischiare, dalla decisione pronta, dall’amore per il mare. Gli occhi verdi sono come i tuoi, così come i capelli ricci che mamma tanto ci invidia. La spesa alimentare esagerata proprio come la facevi tu, perché non si sa mai.

Finalmente libera da quella vergogna di avere un papà “terrone” che caratterizzò gli anni della mia infanzia, ora dico con orgoglio che mio papà è pugliese. Era un sentimento di una bambina confusa in una società profondamente divisa.

Mi rendo conto che ho cercato te negli uomini che ho conosciuto, ma tu sei unico e irripetibile, e non ti ho trovato. O forse sì: vedremo se quest’ultimo incontro si trasformerà in una storia seria.

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papà in campagna

Sono quasi sette anni da quando ci hai lasciato, papà, e mi manchi.

Ho avuto la fortuna di avere potuto passare gli ultimi giorni con te; ricordo ancora il calore della tua mano nella mia, poche ore prima che ci lasciassi. Te ne sei andato in sordina, mentre noi figli dormivano, con un’ultima stretta di mano alla mamma, la tua compagna di una vita. Non è un caso che a lei tu abbia voluto dedicare l’ultimo saluto.

Hai voluto essere cremato. Ricordo il peso dell’urna con le tue ceneri nelle mie mani: il grande uomo che eri, raccolto in un piccolo vaso. Riposi nella tomba di famiglia di mamma, nell’angolo in alto, quello sempre baciato dal sole. L’ho scelto io per te, uomo del sud, del mare; era giusto che fosse così.

Ero abituata a vederti poco, per via della lontananza, e in un certo senso è come se tu non te ne sia mai andato; però non posso più sentire la tua voce.

E allora stasera affido queste parole al vento, che le porti da te: mi manchi papà, ti voglio bene.

Elena – Londra

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