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La lingua e il lavoro

Per alcuni sembrerà assurdo, ma ormai capita quasi quotidianamente, nei vari gruppi di italiani interessati all’espatrio di leggere post di persone che, con il cocente desiderio di buttarsi all’avventura, di reinventarsi e di svoltare la propria vita cercano consigli, rassicurazioni, piccole “spinte social”:

Non conosco la lingua/me la cavo/mi faccio capire, basterà? troverò lavoro?

Ecco una delle domande ricorrenti, in innumerevoli varianti, che si trova in rete e che scatena accese discussioni fra coloro che hanno già fatto il grande salto verso l’espatrio.

E proprio parlando di lingua, specie chi considera la Spagna come propria meta, finisce per essere spesse volte tentato dal “fai da te”.
È indubbio che lo spagnolo abbia innumerevoli similitudini con la nostra lingua madre, ma fare affidamento su questo per il proprio espatrio trovo sia una gigantesca arma doppio taglio dal momento che, forse più che in altre lingue, è piuttosto semplice riuscire a capirla e farsi capire, ma estremamente complicato padroneggiarla.

La comunità di stranieri più folta di Barcellona è proprio quella italiana; camminare quindi per le sue strade e incrociare connazionali, tra residenti e turisti è un’evenienza lingua-e-lavorotutt’altro che rara.
Può capitare passeggiando di sentire persone cadere nei più classici tranelli che la lingua spagnola riserva a noi italiani (e no “Escuchame” non significa scusami, cara ragazza), o deliziare gli abitanti autoctoni con tripudi di esse alla fine delle parole che neanche Levante de “Il Ciclone”, o, ancor più semplicemente, vedere persone che, impavide, continuano a parlare in italiano lasciando all’interlocutore la responsabilità di capirlo.

La mia personale e onesta risposta alla fatidica domanda iniziale è quindi: “Solo avendo molta fortuna”.

Mi spiego meglio.
La crisi economica globale ha colpito duramente, come è noto, anche la Spagna anche se, fortunatamente, Barcellona rispetto ad altre città rimane una sorta di isola felice in cui, certo, le opportunità non fioccano, ma si riesce ancora ad avere un po’ di speranza.
Il pragmatismo, tuttavia, quando si parla di scelte radicali come lasciare il proprio Paese trovo sia assolutamente necessario, perciò, a costo di risultare antipatica, meglio ricordare anche i punti dolenti:

  • qui a Barcellona gli italiani, come ho già accennato, sono davvero tantissimi
  • il mercato, specialmente quello della ristorazione in cui percentualmente si cercano di buttare gran parte dei nuovi espatriati (a volte anche alla cieca e senza precedenti esperienze), è spietato, quasi saturo e capita che non offra condizioni lavorative gratificanti o quantomeno dignitose
  • l’arte dell’improvvisazione, assolutamente lodevole in molti altri campi, potrebbe non essere uno strumento sufficiente quando la concorrenza è spietata come effettivamente accade da queste parti

Farsi forti delle esperienze lavorative passate, presentarsi con i propri valori aggiunti rimane il miglior modo per tentare di sbaragliare la concorrenza e, in ogni caso, avere chiari quali siano i propri obiettivi e i propri limiti fin dall’inizio è fondamentale per riuscire a scavare la propria nicchia in questa meravigliosa città: c’è grande differenza infatti tra chi appena uscito dalla scuola dell’obbligo o dall’università cerca un’esperienza all’estero di uno o pochi anni e chi insieme alla propria famiglia pensa di trasferirsi definitivamente da queste parti.

Date queste poche ma importanti premesse quindi mi sento di dire che la conoscenza della lingua del luogo sia una base fondamentale, se non addirittura del tutto imprescindibile per potersi integrare nel tessuto sociale del Paese d’adozione.

Senz’altro vi capiterà di sentire storie di persone fortunate che, partite senza conoscere altro che l’italiano, sono lingua-e-lavororiuscite a trovare un lavoro soddisfacente imparando poi la lingua in loco, ed esistono inoltre aziende che, lavorando per lo più con l’estero, richiedono ai propri dipendenti per esempio solo la conoscenza dell’inglese o dell’italiano, ma mi sento di consigliarvi di non prendere queste esperienze come base di partenza per la vostra prossima mossa, quanto piuttosto come felici eccezioni: datevi il tempo di creare una base linguistica e vedrete che non ve ne pentirete!

D’altra parte, credo che nessuno di noi andrebbe in un supermercato italiano a chiedere dove trovare gli “espaguétis” o la misteriosa (e un tantino inquietante) “mortadela siciliana” -ve lo giuro, la vendono davvero!-, o no?

Capita poi, come alla sottoscritta, che dopo qualche mese, passeggiando per strada, si smetta improvvisamente di provare quel sottile, ma strisciante disagio derivante dal semplice fatto di non condividere la lingua madre degli altri passanti e ci si cominci a sentire perfettamente a proprio agio ovunque, e a quel punto, quando anche i pensieri iniziano a diventare bilingue…il gioco è fatto!

Poi qualcuno ti tocca la spalla e…”Em pot dir quina hora és, si us plau?” (“Mi puoi dire che ore sono, per favore?”), di colpo ti ricordi che in realtà vivi in Catalunya e che sei punto e a capo.

 
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