La lingua è solo la punta dell’iceberg

iceberg

Oggi mi è capitato di rispondere ad una madre che si chiedeva che senso avesse trasmettere la sua lingua, l’afrikaans, vivendo loro in Australia. Del resto, mi ha detto, viene parlato soltanto in Sud Africa, un Paese sempre scosso da disordini, dove non sarebbero andati spesso, dove tutti capiscono l’inglese. E poi perché inimicarsi i suoceri che non vedono di buon occhio questa intrusione?

Mi fa piacere portare questo caso perché ci dà l’occasione di affrontare un tema molto importante nella crescita bilingue dei propri figli: l’orgoglio delle proprie radici.

A questa mamma ho risposto come risponderei a chiunque mi possa porre questo genere di dubbi. Le ho detto che la lingua è solo la punta dell’iceberg di un’intera cultura, un popolo, una storia, tradizioni, è l’espressione di un popolo. E per questo quando ci poniamo l’obiettivo di trasmettere la nostra lingua madre ai figli, dobbiamo essere consapevoli che stiamo trasmettendo loro tutto un mondo.

Che si tratti dell’afrikaans, del francese, dello Swahili, del tedesco, non ha importanza quanto ricco, stabile politicamente, esteso geograficamente sia il Paese di riferimento. Non conta nemmeno quanti parlanti abbia la lingua, quanto sia spendibile professionalmente in futuro. Nulla di tutto ciò ha importanza se siamo mossi dal desiderio di dare ai nostri figli in eredità un tesoro molto più prezioso di qualsiasi altra cosa: le radici. Le radici che affondano nel nostro terreno infantile, nel nostro vissuto, nella nostra memoria familiare. Le radici bilingue e biculturali di un bambino che cresce con le due o più lingue dei genitori saranno radici profonde, ramificate, elastiche.

Decidendo di parlare a nostro figlio la lingua che noi stessi abbiamo parlato con i nostri genitori, quella dell’infanzia, dei giochi, dell’adolescenza, quella che ci ha accompagnati e formati, non facciamo altro che donare loro molto più che UNA lingua, ma piuttosto LA NOSTRA lingua. Quella dei nostri antenati, della nostra storia individuale e collettiva. Il bambino potrà un giorno guardarsi alle spalle e vedere una storia familiare dietro di lui che sentirà sua, di cui sarà in possesso e orgoglioso.

Dunque la domanda non è se abbia senso o meno parlare nella propria lingua madre, ma piuttosto se è ciò che si desidera. La nascita dei figli, in generale, ci pone di fronte a noi stessi, alla nostra identità, e niente come la decisione o meno di crescerli nel bilinguismo ci pone interrogativi su noi stessi. Su cosa siamo, da dove veniamo e dove vogliamo andare. Il bilinguismo non è un obbligo, ma una scelta. Sceglierlo significa aderire ad un progetto di vita familiare, non solo educativo. Non si tratta di “insegnare” una lingua utile al bambino, ma piuttosto di trasmettere la nostra lingua con tutto il bagaglio sociale e culturale che questa porta con sé.

E qui veniamo alla spinosa questione dei suoceri, degli insegnanti o chi per loro che non accettano, non vedono di buon occhio il bilinguismo. Ci si sente spesso soli, isolati, in quella che doveva essere una scelta a vantaggio del bambino e sembra invece trasformarsi sempre più in una battaglia contro la società. Le false credenze intorno al bilinguismo purtroppo non sono ancora sradicate e vengono anche alimentate da orgogli nazionalisti, convinzioni di superiorità talvolta anche inconsapevoli. Soprattutto le persone più vicine a noi possono riuscire a metterci sotto pressione e farci sentire in errore. Contro tutto questo è importante reagire, e il mio consiglio va in due direzioni.

Primo: informarsi, leggere, soprattutto fonti autorevoli, ancora meglio se nella lingua di chi mette in discussione il nostro operato. In questo modo avrete strumenti efficaci e oggettivi per confutare eventuali false credenze.

Secondo: non isolatevi, circondatevi di persone che hanno il vostro stesso punto di vista sulla questione (in particolare il vostro partner rappresenta un alleato prezioso) e poi fate rete con persone che parlano la vostra lingua minoritaria, quella oggetto di obiezioni nella comunità ospitante.

Vi farà sentire meno soli, più forti, avrete modo di confrontarvi e di trovare occasioni di interazione linguistica per voi e per i vostri figli.

Ma il primo consiglio è di riflettere bene se il bilinguismo è ciò che desiderate per voi, la vostra famiglia e i vostri figli. Se la risposta è sì, non mollate, andate avanti con il sorriso e determinazione!

Giovanna Pandolfelli – Emotional Coach & supporto expat @ Light inside – Coaching & Reiki www.lightinside-luxembourg-jimdofree.com

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6 commenti
  1. Chiara Scanavino
    Chiara Scanavino dice:

    Non avevo mai pensato al bilinguismo come la punta di un iceberg, ma quello che scrivi è perfettamente vero…
    Prima della nascita di mio figlio ho dovuto fare anch’io un paio di battaglie con mio marito e i miei suoceri… visto che nella mia famiglia ci siamo solo io e mio padre che parliamo tedesco e dato che i miei suoceri parlano solo tedesco, era certo fin da subito che Jannis sarebbe dovuto crescere bilingue. E finché non gli ho detto chiaro e tondo che con una laurea in lingue forse ne so qualcosina sul bilinguismo, loro andavano avanti a dire che io pretendevo troppo dal bambino e che in fondo “armes Kindchen” perché deve imparare due lingue…

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    • Giovanna Pandolfelli
      Giovanna Pandolfelli dice:

      Grazie Chiara per la tua testimonianza. Capisco benissimo la tua posizione, penso che molte di noi mamme di bambini bilingui possiamo condividerla. Come coach e supporto expat posso solo confermare che questo è un aspetto che emerge molto spesso tra le righe, non viene considerato come una criticità reale da affrontare, sembra sempre secondaria e invece se non affrontata puo’ assumere aspetti inattesi e presentare risvolti molto profondi. E cio’ proprio perché le lingue sono appunto…solo la punta dell’iceberg di culture, credenze, tradizioni ma anche convinzioni, valori che possono andare a scontrarsi.

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  2. Valentina - Stoccolma
    Valentina - Stoccolma dice:

    Veramente interessante. Non pensavo che esistesse chi si oppone al bilinguismo, non avendo mai studiato nulla a riguardo ho sempre avuto l´idea che potesse essere solo positivo. Una fortuna insomma.

    Posso chiederti quali sono, gli effettivi o percepiti, svantaggi di crescere un bambin* bilingue?

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    • Giovanna Pandolfelli
      Giovanna Pandolfelli dice:

      Ciao Valentina,
      grazie della domanda che mi dà occasione per accennare a questo argomento. Svantaggi percepiti in breve sono legati ai pregiudizi che circondano il bilinguismo come ad esempio il ritardo nel linguaggio, il sospetto che sia legato all’insorgere della dislessia, o più semplicemente che il bilinguismo sia una fatica per i bambini, che possa confonderli oppure che parlare la lingua minoritaria (in casa) gli impedisca di apprendere correttamente la lingua comunitaria (a scuola). Tutto questo è stato dimostrato essere infondato.

      Svantaggi effettivi possono essere legati al vocabolario, in quanto spesso non tutte le parole si conoscono in entrambe (o tutte) le lingue parlate. Oppure possono esserci svantaggi, o piuttosto difficoltà, legate all’identità del bambino che spesso si traducono in un rifiuto nel parlare la lingua minoritaria per il desiderio di non sentirsi diverso dai coetanei. Altre problematiche possono insorgere in associazione con specifiche situazioni familiari, molto spesso connesse ad una comunicazione contraddittoria da parte dei genitori del tipo: vorrei che tu fossi bilingue ma la tua seconda lingua per me non è poi cosi’ importante. Il discorso è ampio e complesso, spero di averti dato un’idea e di poterne parlare più diffusamente nel blog. A presto!

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  3. Maria Luisa Barcellona
    Maria Luisa Barcellona dice:

    Ciao Giovanna, bello il tuo articolo. Ho una bimba che sta iniziando a parlare e quindi l’argomento mi interessa molto. Le lingue a cui è esposta sono italiano, spagnolo e catalano. Hai qualche libro da consigliarmi sul cervello del bambino quando acquisisce due o più lingue? Tu che hai letto?

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    • Giovanna Pandolfelli
      Giovanna Pandolfelli dice:

      Ciao Maria Luisa, ti posso consigliare i libri dello psicolinguista François Grosjean tra cui in particolare Bilingual: Life and reality (esiste anche in italiano) e il suo blog su Psychology Today. Poi ti suggerisco un libro uscito di recente che sto leggendo proprio ora Il cervello bilingue di Maria Garraffa, Antonella Sorace, Maria Vender, abbastanza divulgativo seppure scritto da autorevoli voci della ricerca contemporanea nel settore (Carocci editore). Se poi ti andasse di leggere narrativa sull’argomento, il mio libro Guanti bianchi (edizioni DrawUp 2015) contiene racconti interamente dedicati a vari aspetti del bilinguismo ed una postfazione dello stesso François Grosjean. Lo trovi su amazon. Fammi sapere le tue impressioni e se ti serve altro più specifico. Buon viaggio nel bilinguismo!

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