espatrio-valigiaEbbene, dopo un fatto accadutomi in questi giorni ho deciso di esporre il mio personale punto di vista in materia di conoscenza lingue in relazione ad un possibile espatrio.

La riflessione e’ nata dopo che mi sono ritrovata a dover  scrivere una decina di righe di presentazione di un libro in inglese. Non avendo esperienza di recensioni  e di abstracts ho consultato qualche sito  su internet e poi mi sono lanciata nella scrittura.  Una volta scritto il testo l’ho inviato per la correzione. Quando e’ tornato indietro l’ho esaminato con cura  e sono stata folgorata dalla consapevolezza che il livello del mio inglese e’ decisamente peggiorato.

Leggendo le correzioni ho colto la differenza tra un inglese semi-scolastico – e neppure troppo velatamente italianizzato come il mio – ed un inglese di stampo “british”, efficace e comprensibile per una mente britannica. Trovo questo ultimo punto di fondamentale importanza perché’ di una lingua non basta conoscerne le regole grammaticali e la fonetica  od acquisirne un vasto vocabolario: per padroneggiarla occorre coglierne l’essenza, bisogna carpire il segreto che domina le architetture mentali del popolo che la parla.

Il mio rapporto con l’inglese e’ una storia infinita:  esami  con votazioni di tutto rispetto,  soggiorni ripetuti in UK e USA.  Alle Seychelles ho anche preso lezioni private da Mrs. Sarah–  donna in gamba, londinese doc, ora trasferitasi a Dubai dopo quattro anni trascorsi nell’Oceano Indiano come vicepreside di una delle  International School locali – e, in eta’ ormai adulta, ho continuato a sostenere esami accreditati presso la Cambridge University.

Infine, nel 2014, ho lavorato in un albergo  dall’imprinting britannico al 100%. In quell’anno  la mia padronanza dell’inglese ha subito una strepitosa impennata: smisi di intrattenere i miei ospiti parlando del più e del meno o intavolando formali conversazioni sul “meteo”  e cominciai ad interagire su argomenti molto più  interessanti: le guerre dei Boeri  in Sudafrica  con degli Scozzesi che avevano vissuto a lungo in quel paese; l’erosione delle coste marine con degli studiosi di scienze ambientali in visita di all’isola per ragioni di ricerca; la vita oltre la vita con una signora la cui madre sosteneva di aver viaggiato fuori dal corpo. Senza rendermene conto cominciai a comunicare ad un livello diverso con i miei ospiti, entrai  in  empatia profonda con loro  ed il mio  lavoro si arricchi’ di brio, di racconti, di storie e di emozioni.

Questo è il potere delle lingue: se le conosci ad un livello non superficiale ti permettono  di “toccare” l’anima dell’altro.

Poi, a gennaio 2015,  dovetti rientrare  in Italia e li’ accadde l’imprevedibile: mi accorsi che il mio italiano, che avevo creduto una roccaforte inattaccabile, dopo tanti anni all’estero si era azzoppato.

La mia reazione? Il silenzio. Ascoltavo tutti, capivo tutto ma non osavo esprimermi.

Se avessi preso parola durante le conversazioni avrei fatto la figura dell’analfabeta in quanto non ero piu’ capace di mettere in relazione corretta soggetto, verbo e complemento. Termini  di uso meno comune e piu’ sofisticati erano assolutamente fuori dalla mia portata. Cosi’,  dopo i primi mesi passati a disperarmi per il forzato rientro in Italia , dopo notti  costellate da incubi tropicali, dopo tonnellate di calmanti per acquietare la mente, decisi che avrei dovuto cominciare da qualche parte per abituarmi di nuovo alla vita italiana e fissai in cima alle mie priorità quella di riappropriarmi della mia lingua d’origine.

Mi catapultai in immersione totale nell’Accademia della Crusca,  incalzata anche dall’Editor che in quel periodo si occupava dell’editing del nostro libro DCEE, progetto che mi ha tenuta impegnata per tutto il 2015.

Dopo quattordici  mesi di soggiorno nello stivale il mio italiano era di nuovo “brillante e fluido” e  non provavo  piu’ timore ad esprimermi in pubblico ne’  ad argomentare i temi più disparati.

Oggi, quasi  inaspettatamente, mi trovo di nuovo alle Seychellesentourage seychellese questa volta anziché  british – ed ho di nuovo dovuto affrontare la lingua inglese. Ebbene, non ci crederete, ma dopo tutto l’ excursus  descritto  sopra sono ancora una volta a  “caro babbo” (espressione tipica toscana che significa “al punto di partenza”  o anche ” avere una mole immensa di lavoro da fare” …ma non troverete  quest’espressione nell’Accademia della Crusca!).

Sara’ che le mie capacita’ linguistiche variano al variare dell’umoree adesso non sto più vivendo l’esperienza all’Equatore con la predisposizione d’animo che mi ha accompagnata nei miei soggiorni precedenti – fatto sta che mi ritrovo a parlare in formula “minimal” ovvero  il meno possibile e con l’utilizzo delle forme piu’ elementari della lingua. Quando non mi capiscono “ruggisco” ed allora la comprensione arriva anche per le menti più rilassate.

lingue-espatrio

Katia con Channi, Spa Therapist del Nordest indiano.

Intorno  a me ruotano indiani, cingalesi, balinesi, nepalesi.

Il loro inglese a volte e’ “curioso” e difficile da comprendere per un orecchio non avvezzo. Le balinesi non pronunciano la lettera “ f” e al suo posto mettono una bella “p”;  gli indiani non esitano ad omettere articoli e preposizioni e spesso si esprimono per contrazioni linguistiche esasperate; ed io, talvolta,  mi ritrovo a parlare un misto creolo-singlish  da far impallidire i puristi della lingua e non solo.

Naturalmente si tratta di una generalizzazione: ci sono Indiani che parlano un inglese invidiabile cosi’ come esistono balinesi che si esprimono con grazia attraverso un linguaggio appropriato (ma fanno egualmente fatica con la “f” perché per loro e’ una questione di palato).

Dunque, cosa dire a conclusione di queste brevi riflessioni sulla lingua in espatrio?

  • Che se siete persone emotive il livello del vostro  inglese sarà  “oscillante” come il mio, che varia al variare del sentito interiore e  al quale sono stati sufficienti 14 mesi in Italia per obliare  pronuncia, vocabolario e forme un tantino più complesse.
  • Che le Seychelles non sono il posto ideale se si vuole migliorare il proprio inglese (o il proprio francese: qui entrambe le lingue sono ufficiali assieme al Creolo*)  sotto un profilo stilistico e non solo.
  • Che e’ sbagliato pensare di essere in possesso della conoscenza definitiva ed ottimale di una lingua: ci sono sempre margini di miglioramento.
  • Che non dovremmo mai dare per scontato l’apprendimento di una lingua come una risorsa statica nel nostro bagaglio culturale:  e’ molto facile dimenticarsi un linguaggio (io ne sono la prova vivente avendo provato imbarazzo con la mia stessa lingua madre dopo anni trascorsi all’estero!)
  • Che all’estero non si parla italiano e che altre lingue sono necessarie: che si tratti dell’inglese, del tedesco, del francese o di qualsiasi altra lingua queste vanno in qualche modo padroneggiate se si vuole vivere, interagire  e lavorare fuori dall’Italia.
  • Che bisognerebbe ammettere che  noi  – come italiani – possediamo delle competenze linguistiche  in linea generale piuttosto mediocri se comparate a certi  nostri concorrenti europei  (provate a parlare in inglese con  uno svedese o con un norvegese e poi usate tutta l’onesta’ intellettuale di cui siete capaci per esprimere un giudizio obiettivo  al riguardo).
  • Che studiare, ascoltare, praticare, leggere sono a mio avviso le ricette evergreen per l’apprendimento, il mantenimento ed il miglioramento costante di una lingua.

PS: vi informo che ho già preso appuntamento con il nuovo preside della International School e che dalla settimana prossima ricomincerò con la  lezione settimanale di inglese. Ancora  scuola … anche per una expat di lunga data come me! 


*La lingua creola e’ lingua ufficiale in due paesi al mondo: le Seychelles e Haiti.

Katia ANSE LAZIO

2 commenti
  1. Giuliana
    Giuliana dice:

    Buongiorno, interessante il tuo articolo. Sto studiando russo e cercando di migliorare il mio inglese in Kirghizstan!Ok, non è il luogo migliore per migliorare l’inglese, ma è perfetto per il russo o quasi. Ho oscillazoni bestiali con l’inglese, alcune sono spiegabili con l’insufficiente pratica altre da questioni emotive che non sto qui a spiegare. Potresti inquadrarmi “il segreto che domina l’architettura mentale degli inglesi o americani”? Sto soffrendo…! Ogni tanto odio l’inglese e la sua struttura, spesso mi sembra totalmente illogica. Grazie. Giuliana.

    Rispondi
    • Katia
      Katia dice:

      Ciao Giuliana,
      non lo conosco, naturalmente, il segreto che domina le architetture mentali degli inglesi o degli americani. Ma ho capito che, come tutte le cose misteriose della vita, bisogna abbandonarsi al flusso e lasciare che questo lavori per noi.Tradotto in un linguaggio meno aulico e mistico, occorre “aprirsi, talvolta dimenticarsi chi siamo e come ci si esprime nella nostra lingua materna per fare spazio ad un nuovo idioma. Non tutte le espressioni ci saranno chiare sotto un profilo logico, né al momento in cui le useremo né in seguito, soprattutto se ci accaniamo con rigore chirurgico a volerle analizzare. Ma saranno efficaci e ci permetteranno di avvicinarci di più ai popoli che in quella lingua si esprimono. Insomma, impareremo a “danzare”.
      Spero, nel mio piccolo, di esserti stata d’aiuto. Ti auguro il meglio sia con la lingua russa sia con l’inglese.

      Rispondi

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